Salone del libro, Salone del Libro di Torino, Nicola Lagioia, libri, successo, comunità, #SalTo30, maggio, Lingotto, padiglione, caffè, Salone off, redazione, foto, articolo. E avanti così: le parole chiave degli ultimi cinque giorni, da giovedì 18 a lunedì 22 maggio, i giorni del Salone del Libro di Torino.

Scrivo ora questo post, prima che l’onda emotiva si esaurisca, un’onda che si è formata increspando il piattume quotidiano con amici, libri, entusiasmo e con una cosa strana, che mi ha colpito ancora di più perché torinese non sono, ma sotto la Mole vivo ormai da più di 10 anni e un po’ riesco ad avere il polso degli eventi, a saggiare l’aria. Questa cosa strana è uno spirito che è andato creandosi, crescendo e manifestandosi vivo e forte più che mai tra le pareti del Lingotto, e non solo, in occasione del trentesimo Salone del Libro di Torino che si è appena chiuso. Questa cosa è una specie di orgoglio sabaudo, silente ma intenso, sussurrato ma comunque palpabile: se il senso emerge per differenza, come mi ha insegnato la semiotica, a questo Salone del libro è emersa la profonda differenza con la fiera di Milano, e di conseguenza si è concretizzato, innalzandosi, svettando forte e con basi solide e piene, l’evento di Torino. Nella differenza, come è naturale. E lo so, lo so, ne parlavo qui, di questa inutile contrapposizione tra fiere del libro e città, e ci credo ancora, non rinnego. Solo che quando fai parte di una festa, seppure una parte piccolina, l’emotività prende il sopravvento, e ti lasci trasportare da quell’onda, insieme al bel senso di comunità di cui senti di far parte, ai discorsi appassionati di Lagioia, alle persone che da 30 anni seguono il Salone e che hai conosciuto in coda per entrare a qualche incontro, e che come te, programma alla mano, si costruiscono il proprio Salone come perfetti strateghi consapevoli di quali saranno situazioni da evitare e azioni da fare.

Alla luce di questo, che è un mio atteggiamento mentale, vi riporto alcuni passi del discorso conclusivo di Nicola Lagioia, direttore del Salone. Lo trovate, nella sua integrità, qui. Quello su cui ha insistito Lagioia, e che è trapelato dall’atmosfera pacifica di un Salone affollato, mi sembra pazzescamente bello. Così tanto che, da buona cinica, continuo a chiedermi se sia retorica, astuzia comunicativa, o se sia davvero possibile che un gruppo di intellettuali abbia innescato una reazione così importante in un paese dove, tradizionalmente, l’attenzione alla cultura traballa sempre. Il tema centrale è infatti l’idea di cittadinanza educata, di comunità che legge, di politica culturale. Dici poco.

Io credo che al Salone, e a Torino, in questi cinque giorni, e in queste cinque notti, sia accaduto qualcosa di molto più grosso, e di più profondo. Il Godot che per tanti anni avevamo aspettato che comparisse sulla scena, si è finalmente mostrato. È successo qualcosa che riguarda l’idea di comunità, l’idea del ritrovarsi insieme, l’idea di partecipare in maniera finalmente sensata, umana, viva, fraterna, alla vita pubblica di questo paese, l’idea di tornare a fare davvero esperienza attraverso la cultura e i libri, l’idea di poter vivere insieme in modo solidale, pacifico ed emotivamente profondo.

Da questa concezione dei fatti nasce, per diretta conseguenza, una possibilità dentro a un mare immobile: un’onda, qualcosa che increspa e crea movimento. Una boccata d’aria. Ma per davvero? È davvero accaduto che i sognatori, il popolo che legge e fa cultura, abbiano ottenuto questo riscatto contro la becera politica del puro mercato? Potreste dire che sì, il Salone è e resta un appuntamento commerciale, e io per prima ho speso un ragguardevole gruzzolo in libri. Potrei però ribattere che l’editoria è anche impresa, ma non solo. E da quest’anno, avendo lavorato concretamente a un libro che è stato presentato al Salone e di cui ho provato l’emozione di ricevere una copia, so che oltre all’impresa e all’economia ci sono le competenze, la resistenza contro gli ostacoli, la lungimiranza, la pazienza, la cultura. Dare priorità a tutto questo, in un messaggio istituzionale, mi sembra importante, mi è sembrato bello, e spero sia vero, così magicamente autentico da innescare una vera rivoluzione, come è stato pronosticato, e come si è assaggiato al Salone.

Questo Salone ha dimostrato molte cose, che smentiscono sonoramente, completamente, una scuola di pensiero di cui la gente è stanca, e venendo qui al Salone ha detto chiaro e tondo qual è l’idea di cultura e l’idea di comunità in cui ripone delle speranze.

E quindi? Ora? Che senso ha avuto tutto questo? Il senso di disvelare, di tirare giù maschere e quinte, di rivelare la scena, nuda ma potenziale, da rivestire con abiti nuovi, puliti, freschi e leggeri. È un messaggio bellissimo, lo ribadisco, un invito al bello, a vivere la bellezza e a darle spazio, a sostenerla. Mi arrivano sulle dita e sui tasti gli echi della famosa citazione calviniana delle Città Invisibili: L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

In effetti è vero, l’ho sempre pensato: che sia necessario saper riconoscere il bello, e fargli posto, lasciare che prevalga. Mai quanto in questi giorni di tragiche notizie al tg questa frase mi sembra potente. Ma tornando ai libri, al Salone, quello che mi sconvolge positivamente è il respiro, l’insediarsi, tra questi venti nuovi, di cambiamento e di menti pensanti, che danno spazio al bello, di un nuovo modo di concepire le cose, gli eventi, la cultura. Ha una forza deflagrante. Io spero davvero che funzioni, che trovi sostenitori, che tutti i lettori felici al Salone, come me, riescano a far durare questa atmosfera, a portarla fuori, in città, nelle case, al lavoro, nella propria vita.

Che cosa significa tutto questo? Significa che Torino, con il suo Salone e al di là del Salone, attraverso i libri e la cultura (questo ci stanno dicendo le centinaia di migliaia di donne e uomini, ragazze e ragazzi che ci si sono stretti intorno) si propone per gli anni a venire come uno dei più importanti laboratori di democrazia, pace, e convivenza civile a livello europeo.

Che Torino sia tutto questo, lo abbia covato e fatto esplodere nei colori della festa dei libri, mi riempie di orgoglio anche se, come ho già detto, non sono nata in questa città, una città che mi ospita da tanti anni e grazie alla quale sono cresciuta tantissimo, trovando possibilità e opportunità sconosciute ai lidi di casa mia. Che Torino si proponga come modello culturale alternativo per un domani nuovo tutto da ripensare mi entusiasma, mi lascia speranza, mi restituisce la forza di credere in un set di valori che orientano il mio agire ma che, troppo spesso, mi fanno sentire un Don Chisciotte contro i mulini a vento. L’idea di vivere in una città laboratorio, esempio di buone pratiche per altri luoghi nel mondo, mi riappacifica con le mie priorità, con le mie passioni.

Che poi è la stessa terra dove è nato Calvino, che di questo Salone, secondo me, è il vero filo conduttore. Dalla conferenza di inaugurazione fino all’ultimo giorno, in tutte le salse e in tutte le occasioni, Italo Calvino (che per chi mi leggesse ora per la prima volta è l’autore su cui ho trascorso tre anni per elaborare la mia tesi di dottorato) è stato citato, menzionato, ricordato, utilizzato per esprimere concetti. Lo ha citato Massimo Bray in apertura, seguito poco dopo da Chiara Appendino. E già la cosa mi faceva simpatia, perché tra i due utilizzatori del verbo calviniano ci sono età, generazioni e orizzonti differenti, ma Calvino è una base comune, oppure, forse, un buon prontuario di aforismi a effetto pronti a infarcire discorsi sghembi. Fosse solo questo, mi direste che esagero. E invece no. Perché Calvino è tornato in mille altre forme. L’Orma editore l’ha citato a una mia amica per descrivere il tono di un libro, che ho poi acquistato (eh, ti pareva). Miriam Toews, che arriva dal Canada, notate bene, ha detto che tra i libri che leggeva e che giungevano tradotti nella sua comunità religiosa (altro filtro piuttosto restrittivo) c’era Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore. Leggerlo col suo fidanzato, ha detto, li faceva sentire una coppia sofisticata. Calvino è stato ovviamente citato da Marino Magliani, che ne ha ricordato la concezione di ligure di costa e ligure di roccia, di entroterra, e che ha citato anche “l’ubagu” calviniano, un concetto che mi è assai caro, vedi sempre tesi di dottorato. Aspettate, aspettate: Calvino torna anche nelle parole di Lagioia alla presentazione del progetto Città che legge. In particolare torna quel concetto di “ciò che inferno non è” (che peraltro è il titolo di uno stupendo romanzo di Alessandro D’Avenia) di cui dicevo prima, ricollegato alla possibilità di un’educazione al bello, di un cambio di modello culturale che faccia presa sulla realtà. E infine, all’incontro organizzato dall’Ordine dei giornalisti sul rapporto tra scrittori e giornalisti, non poteva che ricomparire Calvino, insieme al ligure Montale e a tanti altri nomi del panorama intellettuale novecentesco.

Io sono sicura che Calvino sia uscito altre decine di volte, a tutti gli incontri a cui non ho partecipato. Perché è un classico, una roba che aveva definito lui stesso: si legge, si rilegge, è sempre attuale, è sempre valido. Ecco, così è il Salone: dura da 30 anni, cambia, si rigenera, si avvicendano le sue sorti e i suoi direttori, si mescolano libri, editori, autori… Ma in fondo la base è solida, la certezza altrettanto, il nocciolo resta, e declinato in mille modi diversi e nuovi genera onde, movimenti positivi. Nella speranza che sì, anche se i lettori sono un’isola, i dati sulla non lettura sono devastanti, quest’isola possa domani funzionare davvero a pieno regime nel suo produrre bellezza e forza, così da poterla allargare, renderla meno isola, espanderne le frontiere. Nella possibilità di andare, insomma, oltre il confine.

Alessandra Chiappori

Questo articolo è apparso per la prima volta su Acontrainte.it.

Condividi: