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ANTÒN ČECHOV

Una brutta avventura


 

«Chi va là?»

Nessuna risposta. Il guardiano non vede niente, ma tra il rumore del vento e degli alberi sente chiaramente che qualcuno cammina, di fronte a lui, sul viale. La notte di marzo, colma di nuvole e nebbia, ha avvolto la terra, e al guardiano sembra che terra, cielo e lui stesso, con i suoi pensieri, si siano fusi in qualcosa di enorme, impenetrabile e nero. Si può andare solo tentoni.

«Chi va là?» ripete il guardiano, e comincia a sembrargli di sentire anche un sussurro e un riso represso. «Chi è là?»

«Sono io, babbino…» risponde una voce senile.

«Io chi?»

«Sono… un viandante».

«Cosa vuoi essere un viandante?» grida, arrabbiato, il guardiano, che vuol mascherare con la rabbia la propria paura. «Il diavolo ti ha portato. Giri come uno spirito, di notte, per il cimitero».

«Davvero questo è un cimitero?»

«E cosa dev’essere? Un cimitero, naturalmente. Non ci vedi?»

«Oh, oh, oh, oh… Madonna mia» si sente un sospiro senile. «Non vedo niente, babbino, niente… Guarda, un buio tale, un buio. Non si vede un accidente, in questo buio, babbino. Oh, oh, ooh…»

«Ma tu chi sei?»

«Sono un pellegrino, babbino, un pellegrino».

«Razza di diavoli, nottambuli… Pellegrini anche! Ubriaconi…» borbotta il guardiano, tranquillizzato dal tono e dai sospiri del viandante. «Ti fan fare dei peccati! Bevono tutto il giorno, e di notte li porta in giro il diavolo. Ma si è sentito… come se tu non fossi solo, qui, come se foste due o tre».

«Sono solo, babbino, solo. Assolutamente solo. Oh, oh, oh, i nostri peccati…»

Il guardiano sbatte contro un uomo e si ferma.

«Come sei finito qui?» chiede.

«Mi sono perso, buon uomo. Andavo al mulino di Mitrievo e mi sono perso».

«Ah, ci sei vicino! Ti sembra che questa sia la strada per il mulino di Mitrievo? Testa di pecorone! Per il mulino di Mitrievo bisogna prender molto più a sinistra, dalla città, dritto, per la strada demaniale. Tu, sarai stato ubriaco, hai fatto tre verste in più. Devi aver preso una bella sbornia, in città».

«Ho peccato, babbino, l’ho fatto… In verità, l’ho fatto, non voglio nascondere i miei peccati. E adesso dove devo andare?»

«Vai sempre dritto per questo viale, finché non ti trovi in un vicolo cieco, e quando sei lì prendi a sinistra, e cammini fino a che non hai attraversato il cimitero, fin proprio al cancello. Là c’è un cancello… Aprilo e vai con Dio. Stai attento a non cadere nel fosso. E fuori dal cimitero va’ sempre per dei campi, per dei campi, per dei campi finché non sbuchi sulla strada demaniale».

«Che Dio ti tenga in salute, babbino. Che la Madonna ti salvi e ti perdoni. E se mi accompagni, buonuomo? Sii misericordioso, accompagnami fino al cancello».

«Sì, ho del tempo da perdere! Vai da solo».

«Sii misericordioso, obbligami a pregare per te. Non vedo niente, non si vede un accidente, non si vede niente, babbino… C’è buio, buio! Accompagnami, signore mio».

«Sì, ho proprio il tempo di accompagnarti! Se si desse retta a tutti, non si finirebbe più di accompagnare».

«Per l’amor di Dio, accompagnami. Non ci vedo, e ho paura a camminare da solo per un cimitero. Ho una paura tremenda, tremenda, ho una paura tremenda, buonuomo».

«Ma sei proprio una piattola» sospira il guardiano. «Be’, d’accordo, andiamo».

Il guardiano e il viandante si muovono. Camminano vicini, spalla a spalla, e tacciono. Un vento umido, tagliente, gli sbatte dritto in faccia, e gli alberi, invisibili, frusciando e crepitando, fanno cadere su di loro grandi spruzzi… Il viale è quasi completamente coperto di pozzanghere.

«C’è una cosa, per me, misteriosa» dice il guardiano dopo un lungo silenzio «come sei finito qui? Eppure i cancelli sono chiusi a chiave. Hai saltato il recinto, forse? Se l’hai saltato, è proprio l’ultima cosa che dovrebbe fare un vecchio».

«Non so, babbino, non so. Come sono finito qui, non lo so neanch’io. È un’ossessione. Il Signore mi ha punito. In verità, è un’ossessione, il maligno mi ha tentato. E tu, babbino, allora, sei il guardiano, qui?»

«Il guardiano».

«Da solo in tutto il cimitero?»

L’impeto del vento è così forte, che entrambi si fermano per un momento. Il guardiano, dopo aver aspettato che si indebolisca la folata, risponde:

«Siamo in tre, qui, ma uno è a letto con la febbre, e l’altro dorme. Mi do il cambio con lui».

«Ecco, ecco, babbino, ecco. Senti che vento, che vento! Forse, i defunti lo sentono. Ulula proprio come una bestia feroce…. Oh, oh, oh…»

«Ma tu da dove vieni?»

«Da lontano, babbino. Sono di Volgoda, io, da lontano. Vado per luoghi sacri, e prego per gente buona. Salvaci e perdonaci, Signore».

Il guardiano si ferma per un po’, per accendere la pipa. Si accovaccia dietro la schiena del viandante e brucia qualche fiammifero. La luce del primo fiammifero, balenando, illumina per un attimo una porzione del viale a destra, un monumento bianco con un angelo e una croce scura; la luce del secondo fiammifero, che con forza divampa e viene spento dal vento, corre, come un fulmine, dalla parte sinistra, e nel buio si distingue soltanto un angolo di un qualche cancello; il terzo fiammifero illumina a destra e a sinistra, il monumento bianco, la croce scura e un cancello che cinge una piccola tomba infantile.

«Dormono, i defunti, dormono, i nostri cari» borbotta il viandante, sospirando forte. «Dormono i ricchi, e i poveri, e i saggi, e gli stupidi, e i buoni, e i crudeli. Tutti valgono uguale. E dormiranno fino a quando squilla la tromba. Che Dio li abbia in gloria, eterno riposo».

«Adesso noi camminiamo, ma ci sarà un momento che saremo stesi anche noi» dice il guardiano.

«Proprio, proprio. Tutti, tutti stesi. Non c’è un uomo che non muore. Oh, oh, oh, oh. Le nostre azioni sono crudeli, i nostri pensieri maliziosi. Peccati! Peccati! Anima mia maledetta, avida, ventre ghiottone! S’è adirato, il Signore, e non ci sarà salvezza, per me, né in questo, né nell’altro mondo. Sono avvolto nei peccati come un verme nella terra».

«Sì, ma bisogna morire».

«Sì sì, bisogna».

«Per un pellegrino, forse, è più facile morire che per noialtri…» dice il guardiano.

«Di pellegrini ce ne sono tanti. Ci sono quelli veri, che sono caritatevoli, che salvano la propria anima, e ci sono quelli che si perdono di notte per il cimitero, che fan contenti i diavoli, già! E c’è anche quello, un pellegrino, che ti dà un colpo con la scure sulla zucca, e l’anima ti vola via».

«Perché dici queste cose?»

«Ma così… Ecco, sembra, il cancello. Sì, è lui. Aprilo, caro».

Il guardiano, a tentoni, apre il cancello, porta fuori il pellegrino per un braccio e dice:

«E qui è finito il cimitero. Adesso vai sempre per dei campi, per dei campi, fino a che non ti trovi sulla strada demaniale. Solo, adesso, qui, c’è un fosso di confine, non cadere… E quando esci sulla strada prendi a destra, e arrivi dritto al mulino…»

«Oh, oh, oh, oh…» sospira il pellegrino, dopo aver taciuto un po’. «Però a me adesso sembra che non ho nessun motivo, di andare al mulino di Mitrievo… Perché diavolo dovrei andarci? È meglio, signore, se resto qui con te…»

«Perché dovresti restare qui con me?»

«Ma così… si sta più allegri…»

«Sì, c’è proprio da stare allegri! Pellegrino, ti piace scherzare, vedo…»

«Si sa che mi piace!» dice il pellegrino, e ridacchia, rauco. «Ah, tu, mio caro, carissimo! Forse, te ne ricorderai a lungo di questo pellegrino».

«Perché me ne ricorderò?»

«Be’, così… Ti ho preso in giro bene… Sono forse un pellegrino? Non sono affatto un pellegrino».

«Chi sei?»

«Un defunto… Mi sono appena alzato dalla bara. Ti ricordi il fabbro Gubarev, che si è impiccato a carnevale? Ecco, sono proprio io, quel Gubarev…»

«Le spari grosse».

Il guardiano non ci crede, ma sente in corpo un terrore così pesante e freddo che gli fa fare un salto, e comincia in fretta a cercare a tentoni il cancello.

«Stai fermo, dove vai?» dice il pellegrino prendendolo per un braccio. «E, che tipo sei. Vuoi lasciarmi qui?»

«Lasciami!» grida il guardiano, sforzandosi di liberare il braccio.

«Stai fermo! Ti ordino di stare fermo, e starai fermo… Non svicolare, cane immondo! Se vuoi restar tra i vivi, stai fermo e muto, finché io te lo ordino… Non ho voglia di spargere del sangue, altrimenti già da un po’ ti avrei ammazzato, canaglia… Stai fermo!»

Al guardiano si piegan le ginocchia. Chiude gli occhi terrorizzato e, tremando in tutto il corpo, si stringe alla recinzione. Vorrebbe urlare, ma sa che il suo grido non arriverebbe all’abitato… Vicino a lui sta il viandante e lo tiene per un braccio… Passano tre minuti di silenzio.

«Uno ha la febbre, l’altro dorme, e il terzo porta in giro i pellegrini» borbotta il viandante. «Dei bei guardiani, gli si può proprio pagare lo stipendio! No-o, fratello, i ladri sono sempre stati più svelti dei guardiani! Fermo, fermo, non muoverti…»

Passano, in silenzio, cinque, dieci minuti. D’un tratto il vento porta un fischio.

«Be’, adesso vai» dice il viandante, lasciando il braccio. «Vai con Dio, e ringrazia di esser rimasto vivo».

Anche il viandante fischia, si allontana di corsa dal cancello e si sente come salta il fosso. Presentendo qualcosa di molto brutto e tremando ancora tutto dal terrore, il guardiano apre, esitando, il cancello, e, chiudendo gli occhi, torna indietro di corsa. Alla curva del grande viale, sente dei passi affrettati, e qualcuno gli chiede, con voce sibilante:

«Sei tu, Timofej? E Mit’ka dov’è?»

E, fatto di corsa tutto il grande viale, nota, nell’oscurità, un piccolo, torbido fuocherello. Più si avvicina al fuocherello, più aumenta la paura e più forte si fa il presentimento di qualcosa di brutto.

“Il fuoco, mi sembra, è in chiesa” pensa. “Da dove arriva? Salvami e proteggimi, Madonna santa. È proprio così”.

Per un minuto il guardiano sta, in piedi, di fronte alla finestra sfondata, e con terrore guarda l’altare… Un piccolo cero che i ladri han dimenticato di spegnere, ondeggia al vento che irrompe dalla finestra e getta rosse macchie torbide sui paramenti sparpagliati, sull’armadietto rovesciato, sulle innumerevoli tracce di piedi intorno al trono e all’altare…

Passa ancora un po’ di tempo, e un vento urlante diffonde per il cimitero gli affrettati e irregolari rintocchi di una campana a martello…


Traduzione di Paolo Nori