|
CRISTIANO CAVINA
Al buio
Le tenebre erano scese su di me.
Era il pomeriggio del 17 maggio 1985, dovevo ancora compiere dodici anni.
L’unica cosa che sentivo, era il mio respiro; mi rimbombava dentro, e sapevo che presto avrebbe smesso di essere così potente anche se accelerato.
Presto si sarebbe messo a sibilare.
L’asma mi era molto affezionata quando ero bambino, e ci teneva a farmi buona compagnia, nei momenti peggiori.
Già allora era una delle poche cose su cui potevo sempre contare.
Era impossibile che il mio Dio volesse già chiamarmi alla sua dimora; avevo ancora tante imprese da compiere, era inconcepibile che volesse privarsi di un avventuriero della mia caratura.
Senza contare che sarebbe stato davvero uno scherzo del destino, richiamarmi a sé proprio l’anno in cui avevo vinto il campionato chierichetti della parrocchia di Santa Maria Assunta, un fuoriclasse che in una stagione gli aveva servito tutte le messe della domenica mattina, tutti i funerali, tutti i battesimi, saltando solo un matrimonio e due uffici funebri per fu.
Sarebbe stato imbarazzante.
La gola incominciò a stringersi: faceva sempre così quando stava per arrivare l’asma.
Era mercoledì pomeriggio, 17 maggio 1985, non avevo ancora compiuto dodici anni ed ero rimasto intrappolato nell’ascensore di un albergo di Lourdes.
Ero in gita con mia nonna Cristina.
Avevo debuttato con mio nonno Gianì, a Monaco di Baviera, nell’80.
Iniziai a conoscere pezzetti del vasto mondo che circondava il nostro paese, e in più scoprii che mio nonno aveva l’abitudine di tenere sempre la dentiera appallottolata nel fazzoletto, sul comodino.
Io non riuscivo a dormire bene, perché non ero abituato alle camere d’albergo, anche se mediamente erano più grandi di tutto il nostro appartamento alle case popolari.
Non l’avrei confessato nemmeno sotto tortura, ma non mi sentivo tranquillo con i denti di nonno a piede libero, custoditi soltanto dal suo fazzoletto stropicciato.
Temevo che la dentiera incominciasse a muoversi da sola, mordendo l’aria voracemente.
Stavo sveglio tutta la notte, al buio anche lì, attento a ogni minimo rumore.
Cercavo di farmi coraggio come potevo.
“Ecco la valorosa sentinella che fa la guardia alla trincea in una fredda notte sul Carso”.
Nell’81 eravamo stati in gita a Vittorio Veneto.
Il russare di nonno diventava presto il frastuono di un cannoneggiamento.
Io ero troppo portato a immedesimarmi nelle mie fantasticherie, temevo seriamente di essere ucciso da una scheggia o dal colpo di un cecchino austro-ungarico.
Non potevo continuare così.
Lasciai perdere nonno Gianì e mi dedicai alle gite di nonna Cristina.
Avevano decisamente un altro stile.
Il primo anno andammo al Santuario di Ghiandolino, poi a visitare il Vaticano e infine due giorni a Loreto.
Nonna Cristina era particolarmente devota, e si cullava nell’idea di vedermi un giorno salire gli scalini di San Pietro, il primo papa delle case popolari: le sue pie amiche sarebbero svenute dall’invidia.
Queste gite le organizzava don Marino, il parroco di Renzuno, direttore del coro, che anni dopo sarebbe morto di tumore.
Fu una batosta per tutti; era stato in tanti luoghi di culto che ci aspettavamo che sarebbe vissuto non dico in eterno, ma almeno fino alla prossima glaciazione.
Nell’85, fu la volta del pellegrinaggio a Lourdes.
Metà del bagaglio di nonna Cristina era composto da fiaschette per raccogliere l’acqua benedetta da regalare a tutti i nostri disgraziati familiari.
Capii subito benissimo che per lei quella non era una gita, ma una missione.
I rumori dell’albergo risalivano il condotto e mi arrivavano come un basso brontolio, tipo una tempesta in avvicinamento.
Ero in piedi al centro dell’ascensore.
L’oscurità aveva trasformato quei pochi metri quadrati in uno spazio sconfinato.
Pensavo: “Chissà quali creature si stanno avvicinando alle mie spalle, nelle tenebre”.
Magari proprio un infallibile cecchino austro-ungarico.
Mi feci coraggio e molto lentamente, un passettino alla volta, strisciando i piedi, appoggiai la schiena a una parete.
Le creature svanirono, in compenso accadde una cosa molto curiosa: l’aria incominciò a solidificarsi e a pesare.
Forse era l’asma, che riduceva la mia gola a un foro non più grande di quello di una cannuccia, non sapevo bene come spiegarmelo, ma mi trovai costretto ad addentare l’aria e mandarla giù.
Un buio così improvviso, scoprii, era più pesante del piombo.
Con gli occhi inutilizzabili, una buona parte del corpo mi fu tolta di dosso.
Le mani, andate, le gambe uguale, tanto che mi sentivo sospeso, più che appoggiato al pavimento.
Il cuore c’era ancora, batteva più forte del chiacchiericcio dei clienti dell’albergo, da qualche parte intorno a me.
Sapevo che mi sarebbe bastato urlare, ma i miei polmoni erano due stracci bagnati, flaccidi.
Allora è così che trapassano i chierichetti imbranati, pensai.
Nel mio paese c’era un solo ascensore, da Nandino, un grande negozio di abbigliamento che occupava tutti e tre i piani di un palazzo in piazza Sasdelli.
Sfortunatamente, i vestiti per i bambini erano al pianoterra, così, quando mi capitava di andare a fare spese con mia mamma e mia nonna, potevo limitarmi a guardare le persone più grandi che aspettavano che si aprissero le porte a scomparsa dell’ascensore, e poi svanivano di colpo, in un gran cigolare.
Era un mistero che mi affascinava da sempre, e un po’ mi sentivo tenuto in disparte, come se tutti fossero a conoscenza di un bellissimo segreto, tranne me.
Partecipando a tante gite, frequentando tanti alberghi, quella curiosità mi era stata tolta da tempo: ma non mi era mai stato dato il permesso di prendere da solo l’ascensore.
Quel pomeriggio di mercoledì 17 maggio 1985, mi sembrò all’improvviso che fosse arrivato il momento giusto.
E quale miglior luogo di Lourdes per celebrare un passo così importante nella vita di un uomo?
Quando in fondo al corridoio avevo visto l’ascensore aperto, anzi spalancato, illuminato a festa, mi era sembrato un invito bello e buono; probabile che se avessi spinto il bottone dell’ultimo piano, non si sarebbe nemmeno fermato, e avrebbe continuato a salire, su nel cielo, fino in paradiso.
Che ascensione memorabile!
E invece mi aspettavano le tenebre.
Era proprio così che trapassavano i chierichetti imbranati.
Le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.
Chiesi al mio Signore se non fosse il caso di scendere ad aleggiare dalle mie parti.
Il fischio della mia asma non era mai stato così forte: se mai fosse giunto qualcuno a liberarmi avrebbe pensato di avere a che fare con un serpente a sonagli.
Però era l’unica cosa che sentivo di possedere ancora, e me la tenevo ben stretta: era come dover succhiare l’aria da una manciata di sabbia, ma era l’unico indizio della mia esistenza, dato che perfino gli occhi non sapevo se li tenevo aperti o chiusi.
Quando incominciai a sentire il ticchettio, allora sì che mi preoccupai seriamente.
Sembravano sassolini sbattuti l’uno contro l’altro, ritmicamente.
Chissà cosa stava succedendo là fuori, nel mondo della luce.
Immaginai all’improvviso che potesse trattarsi della dentiera di mio nonno Gianì. Risaliva la conduttura lentamente, addentando il buio, affamata.
Mi aveva inseguito fino a Lourdes, e adesso stava venendo a prendermi...
Uno strattone improvviso e un cigolio.
Non mi sembrava esattamente il modo giusto in cui la divina provvidenza potesse entrare in scena, ma quel lieve movimento, senza intaccare il buio, lo rese più leggero.
Tiravo l’aria come un disperato, ma il ticchettio della dentiera assassina di nonno Gianì lasciò il posto a voci strane, che parlavano fitto fitto, sempre più vicine.
Mi parevano addirittura divertite.
Non capivo se stessi salendo o scendendo.
Mi chiesi se una volta morti sarebbe stato così, aspettare il giudizio per l’inferno o il paradiso.
E poi sopra tutte le altre voci, il verbo.
«C’è dentro lui» proclamava. «Se non è morto stavolta, lo ammazzo io».
Nonna Cristina.
Aveva un suo modo speciale di amarmi alla follia.
Più la facevo disperare, più mi voleva bene.
«Gli faccio fare il bagno, in quella vasca benedetta, ce lo annego dentro» spiegava.
Mentre mi avvicinavo alla salvezza, riprendevo possesso del mio corpo.
Non vedevo l’ora che nonna Cristina lo strapazzasse per bene.
|