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Capitolo cinque
Jukes era sveglio né più né meno come qualsiasi manciata di giovani pescati gettando la rete in mare; e per quanto fosse stato colto piuttosto di sorpresa dall’impressionante brutalità della prima raffica, si era riavuto all’istante, aveva chiamato l’equipaggio e ordinato la chiusura di tutte le aperture in coperta che non fossero già state assicurate nel corso della serata. Gridando con voce fresca e stentorea: «Su, svelti, ragazzi, datevi da fare!» dirigeva l’azione, continuando a ripetersi che lui “se l’aspettava”.
Ma nello stesso tempo cominciava a rendersi conto che questo era molto di più di quanto s’aspettasse. Da quando aveva sentito il primo soffio d’aria sfiorargli la guancia, la bufera aveva acquistato l’impeto compresso di una valanga. Spruzzi possenti accerchiavano da prua a poppa il Nan-Shan, che, d’un tratto, nel bel mezzo del suo rollio regolare, cominciò a impennarsi e a tuffarsi come impazzito dalla paura.
Jukes pensò: “Questo non è uno scherzo”. Mentre si scambiava spiegazioni urlando con il comandante, un improvviso addensarsi dell’oscurità piombò sulla notte, calando davanti ai loro occhi come qualche cosa di tangibile. Era come se tutte le luci del mondo, già velate, si fossero spente. Jukes era spassionatamente felice di avere il capitano accanto. Ne era sollevato come se quell’uomo, per il semplice fatto d’essere venuto sul ponte, avesse preso sulle proprie spalle quasi tutto il peso della bufera. Tale è il prestigio, il privilegio e il fardello del comando.
Il capitano MacWhirr non poteva aspettarsi da nessuno un simile sollievo. Tale è la solitudine del comando. Egli cercava di vedere, con quello sguardo vigile dell’uomo di mare che guarda il vento negli occhi come in quelli di un avversario, per penetrarne le intenzioni nascoste e indovinare la direzione e la forza dell’urto. Il vento forte irrompeva da una vasta oscurità, lui sentiva sotto i piedi il disagio della sua nave, ma non poteva distinguere neppure l’ombra della sua sagoma. Questo particolarmente lo opprimeva, e attendeva nell’immobilità più assoluta, vittima dell’impotenza di un cieco.
Bel tempo o cattivo tempo, il silenzio per lui era naturale. Jukes, al suo fianco, si fece sentire gridando allegramente tra le raffiche: «Il peggio è arrivato tutto insieme, capitano!»
Il vago balenio d’un lampo guizzò tutt’attorno come se si scaricasse in una caverna, una nera e segreta camera del mare, sorretta da creste spumeggianti.
Per un istante sinistro e tremolante, svelò una massa di nuvole basse, a brandelli, le oscillazioni della lunga sagoma della nave, le forme nere degli uomini bloccati sul ponte di comando, le teste sporte in avanti, come pietrificati nell’atto di dare colpi di corna. Su tutto questo scese un’oscurità palpitante: e a questo punto, ecco la cosa vera.
Fu qualcosa di formidabile e immediato, un vaso di rabbia che va a pezzi. Quasi un’esplosione impetuosa attorno alla nave, un urto travolgente, una ciclopica ondata d’acqua, una diga immensa spazzata via controvento. In un attimo gli uomini persero i contatti tra loro. Questa è la potenza disgregatrice di un uragano: isola un uomo dall’altro. Un terremoto, una frana, una valanga possono sopraffare l’uomo incidentalmente, quasi senza passione. La furia dell’uragano lo attacca come un nemico personale, gli afferra le membra, si abbarbica alla sua mente, tenta di sradicare da lui anche l’anima.
Jukes fu scagliato lontano dal suo comandante. Gli parve di essere trascinato chissà dove da un turbine d’aria. Tutto scomparve: per un istante anche la capacità di pensare; ma la sua mano aveva trovato una colonnina della pavesata. La tendenza a dubitare che ciò che accadeva fosse vero non lo sollevò per nulla. Per quanto fosse giovane, di maltempo ne aveva visto parecchio, però quel che stava accadendo oltrepassava ogni immaginazione, sembrava incompatibile con l’esistenza di qualsiasi nave. Avrebbe dubitato persino della propria esistenza, non fosse stato così assillato dalla necessità di opporre resistenza alla forza che cercava di strapparlo dal suo appoggio.
Restò lì, precario, appeso a quella colonnina per un tempo interminabile. La pioggia gli scrosciava addosso, lo inzuppava, lo avvolgeva come un lenzuolo. Respirava boccheggiando, l’acqua che tracannava era dolce, poi salata. Teneva quasi sempre gli occhi chiusi, temeva che la furia degli elementi potesse distruggergli la vista; e quando osava aprirli per un attimo, il chiarore verde del fanale di dritta che illuminava debolmente i rovesci di pioggia e gli spruzzi gli dava qualche sollievo. E lo stava guardando proprio mentre il suo raggio cadde su un’ondata che lo spense. Vide la cresta dell’onda rovesciarsi, contribuendo col suo scroscio al fragore che gli infuriava attorno, e quasi nello stesso istante fu strappato al suo sostegno. Dopo una tremenda botta alla schiena, si trovò di colpo a galleggiare su un’onda che lo trascinava in alto. Il suo primo pensiero fu che l’intero mare della Cina si fosse riversato sul ponte di comando. Poi, più sensatamente, capì che era finito fuoribordo. Mentre rotolava in mezzo a grandi masse d’acqua, continuava a ripetere fra sé e sé, con estrema concitazione: “Mio dio! Mio dio! Mio dio! Mio dio!”
In un impeto di angoscia e disperazione, decise di tentare di tirarsi fuori da quell’inferno, e cominciò a dimenare violentemente braccia e gambe.
Aveva appena iniziato a battersi, quando si rese conto di trovarsi alle prese con una faccia, un’incerata, un paio di stivaloni. Si aggrappò ferocemente all’una o all’altra di queste cose: le perdeva, le ritrovava, tornava a riperderle, finché non si sentì avvinghiato dalla presa tenace di due braccia poderose. Restituì la stretta afferrandosi a un corpo tozzo e solido. Aveva trovato il capitano.
Rotolarono più volte senza mollare la presa. Di colpo l’acqua li lasciò ricadere con un urto brutale: abbandonati contro il fianco della timoniera, affannati e contusi, brancolavano nel vento, aggrappandosi dove potevano.
Jukes ne uscì sconvolto, come se fosse sfuggito a un oltraggio senza precedenti ai suoi sentimenti. La sua fiducia in se stesso era scossa. Cominciò a gridare senza ragione all’uomo che sentiva vicino a sé in quella diabolica oscurità: «È lei, capitano? È lei, capitano?» quasi fino a farsi scoppiare le tempie.
Sentì una voce – una voce che pareva gridare da lontano, che pareva urlare spazientita da un’enorme distanza una parola sola: “Sì!” La nave procedeva in modo incoerente. I suoi sbandamenti mostravano uno spaventoso abbandono; si tuffava come se volesse lanciarsi a capofitto nel vuoto, ma sembrava ogni volta picchiare contro un muro. Il rollio la coricava di colpo su un fianco, poi veniva raddrizzata con uno scossone così violento che Jukes la sentiva barcollare come barcolla, prima di accasciarsi, un uomo che ha ricevuto una mazzata sulla nuca. L’uragano ululava e si scatenava gigantesco tutt’intorno nell’oscurità, come se il mondo intero non fosse che un nero burrone.
Traduzione di M.L. Cortaldo
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