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Una luce inaspettata

 

Era un mercoledì. Il 17 maggio 1985, ore 15:23. Mancavano solo tre giorni al mio compleanno. Da tempo immaginavo il giorno in cui avrei compiuto dodici anni. Ne vedevo ogni dettaglio: una grande torta, la festa organizzata dagli amichetti della parrocchia di Santa Maria Assunta, ma soprattutto un bel regalo. Probabilmente sarebbe stato un altro favoloso oggetto per le mie avventure. Quello dell’anno passato non mi aveva deluso: un orologio della Swatch che mi stava accompagnando anche in questa esperienza francese. Esatto ero in Francia, a Lourdes con mia nonna Cristina!
E proprio durante questa avventura capii che un orologio non basta per essere un bravo esploratore: serve sempre un pizzico di fortuna.

Io non ne avevo avuta di certo tanta. Inoltre quel pomeriggio le tenebre erano scese su di me. Il mio respiro diventava ogni secondo più flebile, ogni attimo più incerto ed affannoso, la testa si faceva sempre più pesante, il suono del mio respiro mi rimbombava dentro. In pochi istanti si sarebbe messo a sibilare.

L’asma era un’amica fidata fin da quando ero piccolo, e aveva piacere di stare sempre con me, nei momenti peggiori. Già allora era una delle poche cose su cui potevo contare.

Era impossibile che il mio Dio volesse già godere della mia presenza accanto a lui; senza contare che dovevo ancora vincere il torneo di pallavolo, imparare tante belle nozioni a scuola, viaggiare per il mondo, lasciare una traccia indelebile nella storia universale. Non poteva privare il mondo di un avventuriero della mia caratura. Il destino non poteva giocarmi questo brutto scherzo, non quest’anno in cui avevo riportato all’antico splendore la parrocchia di Santa Maria Assunta con una vittoria al campionato dei chierichetti. Ero il migliore: un bombardiere che in una stagione gli aveva servito puntualmente la messa ogni domenica mattina alle 10.30, dieci funerali e trenta battesimi, con la sola eccezione del matrimonio della signorina Lisa con il farmacista e di due esequie.

Ore 15:27
La gola iniziò a stringersi, sentivo il mio volto diventare pian piano paonazzo, lo stomaco percorso da numerose fitte, la testa girare: erano tutti sintomi tipici dell’asma incombente.

Le 15:27 di mercoledì 17 maggio 1985. Tre giorni dopo avrei compiuto dodici anni ed ero rimasto intrappolato in ascensore tra il terzo ed il quarto piano dell’albergo di Lourdes dove alloggiavo.

Ero in gita con mia nonna Cristina. Avevo debuttato con mio nonno Gianì a Monaco di Baviera nell’80. Con lui iniziai a conoscere pezzetti del vasto mondo che circondavano il nostro paese e in più scoprii che aveva l’abitudine di tenere sempre la dentiera appallottolata in un fazzoletto bianco, sul comodino alla destra del suo letto. Le camere d’albergo erano belle sì, certamente più grandi di tutto il nostro appartamento alle case popolari di via Ungaretti, a 20 km da Renzuno, ma non confortevoli quanto quello. Un avventuriero dovrebbe essere coraggioso ed è per questo che neanche sotto tortura di notte da solo nel letto avrei confessato di essere spaventato al solo pensiero che la dentiera del nonno potesse cominciare a muoversi da sola.

Nell’81 eravamo stati in gita a Vittorio Veneto. Il russare del nonno assomigliava al rombo di un cannone. Un brivido di freddo mi attraversò la schiena. Non potevo continuare così: mi dedicai quindi alle gite di nonna Cristina.

Avevano decisamente un altro stile.

Le mete erano sempre luoghi di culto (il Santuario di Ghiandolino, il Vaticano, Loreto ed ora Lourdes). Ciò non mi stupiva affatto. La nonna, oltre ad essere particolarmente devota,aveva sempre sognato di vedermi affacciato dalla finestra di San Pietro così da provocare l’invidia delle sue pie amiche. Quest’anno eravamo partiti alla volta di Lourdes, ma io da bravo avventuriero avevo subito intuito che quella non era una gita, bensì una missione.

I rumori dell’albergo mi arrivavano quasi come una tempesta in avvicinamento che mi riportava alla realtà.
Ero in piedi al centro dell’ascensore.

L’oscurità aveva trasformato quei 6 metri quadrati in uno spazio sconfinato. Muovendomi nel buio trovai una delle pareti. Vi appoggiai la schiena e mi lasciai scivolare fino a che non toccai terra. Sentendo la gola non più grande di una cannuccia, mi trovai costretto ad addentare l’aria e mandarla giù. Non sentivo più nessuna parte del corpo ma in compenso, il cuore c’era ancora e batteva più forte delle voci insistenti dei clienti dell’albergo, da qualche parte intorno a me.

Sapevo che mi sarebbe bastato urlare, ma i miei polmoni erano due stracci bagnati, flaccidi.

Ore 15:32
Fortunatamente il mio orologio si illuminava ogni 30 secondi. Adesso segnava le 15:32.

Quella piccola fonte di luce mi consolava e nello stesso tempo mi ricordava la mia avventura.

Ore 15:33
Io sono un esploratore. Mi piace il rischio. Così, dopo anni di divieti e di invidia verso tutti coloro che sembravano essere a conoscenza di un bellissimo segreto, quel pomeriggio di mercoledì 17 maggio 1985 di fronte alle porte spalancate dell’ascensore illuminato a festa, non ero stato in grado di resistere ad una chiamata tanto allettante. L’invito per il paradiso si era ben presto trasformato in un biglietto di sola andata per l’inferno. Ero da solo, nelle tenebre.
Chiesi al mio Signore se non fosse il caso di darmi una seconda possibilità. Cominciai a pensare di non meritarla. Il fischio della mia asma non era mai stato così forte: semmai fosse giunto qualcuno a liberarmi avrebbe pensato di avere a che fare con un serpente a sonagli. Però era l’unica cosa che sentivo di possedere ancora, e me la tenevo ben stretta. Così come stringevo il mio orologio, ormai più un fedele compagno che un semplice strumento.
Fu lui che con un nuovo lampeggiare mi avvertì.

Ore 15:35
Chissà cosa stava succedendo là fuori nel mondo della luce. Uno strattone improvviso, un cigolio e voci confuse. Sopra esse, il verbo: ”C’è dentro lui!” proclamava. Nonna Cristina. “Sbrigatevi, tiratelo fuori: ha un problema cardiaco”.

“Io un problema al cuore? No vi sbagliate, io soffro soltanto d’asma”. O forse soffrivo. Respiravo meglio adesso che la Luce era apparsa. Era chiara, rassicurante. Riusciva ad avvolgere persino la flebile, intermittente luce del mio fedele compagno. E io respiravo meglio. Che fosse un’uscita? Da bravo esploratore sapevo di non dover temere nulla e mi incamminai verso di essa. Più ero vicino e più vedevo nitidamente il delinearsi di una figura umana. “E’ la nonna” pensai. “Chissà come sarà arrabbiata” esclamai tra me e me. La luce era cosi forte che chiusi gli occhi. Mi sforzai di aprirli ed era lì. Non la nonna. La mamma. Il volto di mamma. Bellissimo come ormai non ricordavo più. Mi sorrideva guardandomi con affetto, cercava di rassicurarmi.
Finalmente capii. Non più ore, non più tempo, niente più orologio.
Avrei dovuto avere paura, avrei dovuto sentirmi triste pensando alle lacrime che la nonna avrebbe versato, avrei dovuto sentirmi in colpa perché avrei privato la mia parrocchia del suo chierichetto migliore, ma tutto ciò che riuscivo a sentire era soltanto la voglia di esplorare questo nuovo mondo di luce accanto alla mamma.