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Finalmente la luce! (Dialogo tra il protagonista e uno psicologo)
Una luce accecante riempì ogni cellula del mio corpo. Era il pomeriggio del 17 maggio 1985, dovevo ancora compiere dodici anni.
E cosa ha provato? Quali sono state le sue sensazioni?
L'unica cosa che riuscivo a sentire tra le braccia di nonna Cristina era la sensazione di libertà. Finalmente potevo respirare, rilassato e leggero a pieni polmoni! Sa, l’asma mi era molto affezionata quando ero bambino, e ci teneva a farmi buona compagnia, nei momenti peggiori. In quel momento capii di averla sconfitta, di essere riuscito a liberarmene. Non ci sarebbe rimasto alcuno spazio per la mia malattia. Le posso assicurare che è stato fantastico, mi sentivo un campione illuminato dai flash delle macchine fotografiche mentre, vittorioso, sale sul podio. Sapevo che era impossibile che il mio Dio volesse già chiamarmi alla sua dimora; avevo ancora tante imprese da compiere, era inconcepibile che volesse privarsi di un avventuriero della mia caratura.
Mi sembra di capire che lei è credente.
Sì, certamente! Era l'anno in cui avevo vinto il campionato chierichetti della parrocchia di Santa Maria Assunta, un fuoriclasse che in una stagione gli aveva servito tutte le messe della domenica mattina, tutti i funerali, tutti i battesimi, saltando solo un matrimonio e due uffici funebri per fu.
Anche nella sua famiglia sono credenti?
Sì, specialmente mia nonna Cristina che accompagnavo nei suoi pellegrinaggi. Nonna Cristina era particolarmente devota, e si cullava nell’idea di vedermi un giorno salire gli scalini di San Pietro, il primo papa delle case popolari: le sue pie amiche sarebbero svenute dall’invidia. Queste gite le organizzava Don Marino, il parroco di Renzuno, direttore del coro, che anni dopo sarebbe morto di tumore. Fu una batosta per tutti; era stato in tanti luoghi di culto che ci aspettavamo che sarebbe vissuto non dico in eterno, ma almeno fino alla prossima glaciazione. Il primo anno ci recammo al Santuario di Ghiandolino, poi visitammo il Vaticano, Loreto, e infine nell’85, fu la volta del pellegrinaggio a Lourdes.
Ed eravate solo lei e sua nonna durante i pellegrinaggi?
A dire il vero avevo debuttato con mio nonno Gianì, a Monaco di Baviera, nell’80. Iniziai a conoscere pezzetti del vasto mondo che circondava il nostro paese, e in più scoprii che mio nonno aveva l’abitudine di tenere sempre la dentiera appallottolata nel fazzoletto, sul comodino. Io non riuscivo a dormire bene, perché non ero abituato alle camere d’albergo. Non l’avrei confessato nemmeno sotto tortura, ma non mi sentivo tranquillo con i denti di nonno a piede libero, custoditi soltanto dal suo fazzoletto stropicciato. Temevo che la dentiera incominciasse a muoversi da sola, mordendo l’aria voracemente. Stavo sveglio tutta la notte, al buio anche lì, attento a ogni minimo rumore. Cercavo di farmi coraggio come potevo. Inoltre il russare di nonno diventava presto il frastuono di un cannoneggiamento. Era impossibile andare in gita con lui!
E così decise di continuare i pellegrinaggi con sua nonna, capisco. Mi stava raccontando della sua visita a Lourdes, l’ ha trovata interessante? Immagino si sia recato presso la grotta benedetta...
Si l’intenzione di mia nonna era certamente questa... infatti la nostra gita, più che altro, sembrava una missione. Metà del suo bagaglio era composto da fiaschette per raccogliere l’acqua benedetta da regalare a tutti i nostri disgraziati familiari. Ma non è questo il motivo per cui mi ricordo di Lourdes. Sa io non ero mai stato in un ascensore, non mi è mai piaciuto, è un luogo così stretto e angusto che avevo sempre evitato di prenderne uno. Quel pomeriggio di mercoledì 17 maggio 1985, mi sembrò all’improvviso che fosse arrivato il momento giusto. E quale miglior luogo di Lourdes per celebrare un passo così importante? Quando in fondo al corridoio avevo visto l’ascensore aperto, anzi spalancato, illuminato a festa, mi era sembrato un invito bello e buono; probabile che se avessi spinto il bottone dell’ultimo piano, non si sarebbe nemmeno fermato, e avrebbe continuato a salire, su nel cielo, fino in paradiso. Non vedevo l’ora di andare incontro alla luce del Signore. Potevo già sentirne il calore sulla pelle. Ebbi tutt’altra esperienza invece. L’oscurità aveva trasformato quei pochi metri quadrati in uno spazio sconfinato. L’aria incominciò a solidificarsi e a pesare. Forse era l’asma, che riduceva la mia gola a un foro non più grande di quello di una cannuccia. Non sapevo bene come spiegarmelo, ma mi trovai costretto ad addentare l’aria e mandarla giù. Solo il cuore c’era ancora, batteva più forte del chiacchiericcio dei clienti dell’albergo, da qualche parte intorno a me. Sapevo che mi sarebbe bastato urlare, ma i miei polmoni erano due stracci bagnati, flaccidi. Allora è così che trapassano i chierichetti imbranati, pensai.
Si sentiva oppresso nell’ascensore?
Sì, certamente, come mai prima. Il fischio della mia asma non era mai stato così forte: se mai fosse giunto qualcuno a liberarmi avrebbe pensato di avere a che fare con un serpente a sonagli. Ero rimasto intrappolato lì dentro troppo a lungo e risentire la voce di mia nonna era tutto ciò che desideravo. Sapevo che nonna Cristina era pronta ad abbracciarmi. Aveva un suo modo speciale di amarmi alla follia. Più la facevo disperare, più mi voleva bene. Mi chiesi cosa stava succedendo là, fuori dal buio, nel mondo della luce... non sapevo se sentirmi sollevato nel sentire le porte dell’ascensore che cigolavano... Una lama affilata di luce tagliò una spessa fetta di buio... Una sagoma si allungò e fui invaso da un forte bagliore: un'ondata, una piena, uno tzunami di luce che mi accecò, mi travolse e quasi mi annegò. Riconobbi le braccia di nonna Cristina mentre mi tiravano su da quel mare abbacinante e mentre stille di luce grondavano attraverso le ciglia dei miei occhi. “Unno invasore, lanzichenecco della peggior specie...” Nonna mi chiamava sempre così quando combinavo qualche guaio e contemporaneamente i suoi occhi lampeggiavano, minacciando reverendissimi castighi divini. Quel giorno, però, i suoi occhi lampeggiavano di gioia strappandomi al buio e nella luce del corridoio cancellarono ogni mia paura.
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