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Ilaria Salamino
Le parole del rumore


E’ la tipica giornata d’Estate.

Un caldo pazzesco, di quelli che ti fanno vedere l’asfalto bagnato.

Giosuè è sudato, dalla sua fronte grondano goccioline, ma conserva sempre la sua aria strafottente.

Pochi minuti e arriviamo lì, lo scoglio più alto della costa, sono anni che ci andiamo insieme,

ma non ho mai avuto il coraggio di affrontarlo tuffandomi.

Ma oggi è un giorno speciale per me e Giosuè mi assilla: “ E’ arrivato il momento, devi farlo”.

Lo legge in faccia il mio terrore.

“Dammi la mano, buttiamoci insieme, vedrai, sarà un attimo”.

La mente si annebbia, non mi accorgo nemmeno che Giosuè mi ha preso la mano e non so se mi sconvolga più il tuffo o il fatto che lui mi tenga.

Il sole è alto, il mare splende e il vento rinfresca il mio corpo.

E’ questione di secondi…E precipitiamo insieme.

Siamo due pallottole che cadono a piombo, ma è proprio nell’istante in cui i miei piedi sfiorano l’acqua che mi sembra di sentire tre parole che trafiggono più di un ago: “Ti amo, Sveva”.

Sto tremando, era proprio come me lo immaginavo, cavolo!

Ma quelle parole erano frutto della mia mente o erano uscite proprio dalla sua bocca?

Risaliamo la scogliera.

Il mio pensiero è fisso, come il mio sguardo che sembra interrogare Giosuè, ma invano.

“Scommetto che ti è quasi preso un infarto. Dai, forse rifarlo sarà diverso”.

E io mi dico nella mente: “ Sai, cara Sveva, che se lo rifarai sarà tremendo come prima”.

Ma ho bisogno di sentire ancora quelle parole e cercare di capire se è la sua voce o quella del mare.

E così di nuovo giù e così ancora le stesse parole: “ Ti amo, Sveva”.

E’ lui o il mare? E’ lui o il mare? Sei tu Giosuè o no?

Allora comincio a sentire che non posso più fare a meno di tuffarmi o meglio di sentire quelle parole.

Ci prendo gusto e ogni giorno ci tuffiamo insieme, ogni giorno le stesse paure: il terrore, la sfida,

l’angoscia, ma soprattutto la curiosità di svelare il mio enigma.

Il mare non può parlare, il vento non può pronunciare quelle parole per me.

Forse c’è una soluzione. Tuffarmi da sola. Ho deciso, lo faccio.

Niente, non ho capito niente.

E’ stato peggio delle altre volte, forse sono svenuta, non sentivo, non vedevo, non respiravo.

Mi arrendo.

La neve ha preso il posto del mare, la “nostra” scogliera si è addormentata sotto il gelo dell’inverno.

E’ Dicembre e tra qualche giorno andrai via.

Tutto sembra essere uguale, tutto si ripete meccanicamente e mentre percorro la solita strada che conduce alla fermata della metropolitana, mi vengono in mente i ricordi dell’Estate e ripenso ai

momenti passati con Giosuè, sentirò la sua mancanza quando sarà 300 km lontano da qui.

Strano, oggi non lo vedo alla fermata, non mi farà compagnia con le sue storie strampalate.

Ecco arriva la metro, speriamo non sia piena, che baccano che fa…

“Ti amo, Sveva”.

Le porte si chiudono e io resto lì immobile con la testa che viaggia più veloce di questa metropolitana.