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Serena Ninfali Cover tratta da Tifone di Joseph Conrad
Il mare increspato, scuro, profondo, infinito sembrava inghiottire la nave, poi subito dopo, questa riemergeva, trionfante, possente. Un braccio di ferro tra la nave e il mare, un gioco maledetto, un gioco di forza che piaceva ai marinai che, dall’alto del ponte, sghignazzavano, quasi a voler sfidare l’onnipotenza della natura.
Dalla torre di vedetta Jukes, ragazzo come tanti altri anche se acuto e intelligente, guardava l’infinito buio che gli sbarrava gli occhi. Aveva capito e, alzando il sopracciglio in una smorfia a labbra strette, iniziò a urlare: “Su, svelti, ragazzi, datevi da fare!”. I suoi compagni avrebbero saputo cosa fare. Era necessario, in quel mentre come mai, montare tutto, non potevano perdere tempo, dovevano sbrigarsi. Jukes sperava. Sperava in un colpo di fortuna, ma d’un tratto, capì ciò che di lì a poco sarebbe successo: quell’aria fresca portava con sé l’odore di rose e di erba fresca. Si sentiva il profumo dei gigli, che aleggiava attorno all’equipaggio, come fosse vivo e come sapesse quanto loro temevano il futuro prossimo a cui stavano andando incontro.
Il giovane se ne rendeva conto, lo aveva capito che sarebbe stato molto di più di ciò che si aspettava.
Il cielo, da prima nero come la pece, cominciò a schiarire. Le nuvole volavano via leggere, si muovevano come fossero fatte di polvere. L’alba stava arrivando. Il cielo si tinse dapprima di un blu cristallino, poi di un celeste tenue e in una manciata di minuti l’orizzonte si dipinse di caldi colori brillanti.
Il tempo li aveva traditi, scivolava via come sabbia, scorreva esile ma implacabile. Il colpo di grazia sarebbe arrivato a momenti.
Il giovane Jukes aveva continuato a urlare con voce roca e profonda a tutta la ciurma di chiudere le botole della coperta, di armeggiare le vele e serrare nella stiva tutto ciò che possedevano.
Il sole stava per sorgere.
Sulla prua i suoi compagni correvano, come animali in gabbia, urlavano l’un con l’altro e cercavano di entrare, tra bestemmie e calci, per primi in sottocoperta.
Jukes si immobilizzò per il terrore: le sue gambe diventarono come marmo, pesanti e rigide. Non riusciva a muoversi. Il cervello era come congelato, in stallo. Non riusciva a pensare. Il resto della ciurma era ormai sotto coperta: lui era rimasto fuori. Le mani tremavano, gli occhi gli si erano riempiti di lacrime. Aveva pensato a salvare gli altri; il capitano aveva affidato a lui il compito di sorvegliare la ciurma e i cambiamenti che potevano esserci. Lui era stato incaricato dal capitano stesso! Ora, si trovava perso, immobile; i suoi nervi erano contratti, i muscoli rigidi e il panico gli scorreva nelle vene.
Ecco il primo raggio di sole, che colpì Jukes in pieno viso costringendolo a reagire. Corse verso il timone e si infilò nella fessura nella quale si tenevano le mappe per il viaggio. Si strinse le gambe al petto, abbracciò le ginocchia per potersi rannicchiare ed essere ancora più piccolo per ripararsi. Poi un’immagine gli sfiorò la mente...il capitano. Non aveva più visto i suoi pizzi e la sua piuma da quando gli aveva lasciato il comando per andare a riposare. Come una mina saltò fuori dal buco in cui era rintanato, si rizzò sulle gambe e si guardò attorno. La luce del mattino non aveva ancora invaso la nave, il buio riusciva ancora a difenderla, ma di lì a poco la battaglia sarebbe finita e il sole avrebbe dominato.
Nessun segno del capitano. Jukes sentiva la bocca asciutta, il fresco odore dell’erba. La macchia verde all’orizzonte si faceva sempre più vicina e le sue linee sempre più definite. La paura cresceva parallelamente all’alzarsi del sole che spuntava sulla linea del mare. Come per magia la sabbia rosa della costa e le macchie verdi della vegetazione lo avevano circondato. Gli occhi bruciavano, la testa gli girava: troppi colori, troppi profumi, troppa luce. Jukes sentiva i sensi abbandonarlo, le gambe non l’avrebbero retto per molto. Il suo unico pensiero era rivolto al capitano. Nascosto dietro l’albero maestro tirava respiri profondi, cercando di non annegare nella paura e nella luce.
Alle sue spalle un colpo fece vibrare le tavole di legno della poppa. Jukes voltò la testa tenendo la schiena ben allineata con l’albero maestro. Una figura scura gli coprì il viso dalla luce dell’alba. Finalmente l’aveva trovato: ecco il capitano che in tutta la sua maestosità si mostrava alla luce del giorno. Proprio quando la paura aveva lasciato Jukes, la sua vista si annebbiò e il buio lo inghiottì all’improvviso.
Aprì gli occhi e capì di essere nella sua stanza. Il buio lo avvolgeva come una coperta nella quale lui si sentiva al sicuro. Le quattro pareti della camera le conosceva perfettamente, sapeva dov’erano ogni crepa e ogni macchia. I ganci di ferro sul soffitto erano la sua sicurezza più grande: da lì non potevano muoversi. La sola idea di uscire dalla sua stanza lo terrorizzava.
Ormai era mattino, lo vedeva dagli spiragli di luce che entravano dalle fessure delle basiste. Ma lui era tranquillo perchè lì era al sicuro. Quel signore con il camice bianco diceva che la luce del sole non gli avrebbe fatto del male. Lui però non ci credeva, non si fidava delle cose colorate, il buio era molto meglio. Ma quando arrivava quella donna con l’orecchino di piuma e il foulard di pizzo, la luce non faceva più paura e i colori arrivavano con lei. Sarebbe potuto andare ovunque con quella donna, perchè lei non lo spaventava e con lei accanto il giardino dell’ospedale non lo inghiottiva e nessun buco si apriva sotto i suoi piedi, gli alberi non lo aggredivano e le rose non lo pungevano.
Lui si ricordava il mondo con lei, vedeva il sole del pomeriggio e guardava il tramonto, sentendo sul suo viso il calore del sole.
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