PDF Stampa E-mail

Niccolò Maria Salvi
Una giornata di lavoro


Mi ricordo, avevo finito l’università ed ero da poco entrato in polizia, andavo con il mio superiore, anche lui come me sotto copertura, nella villa del trafficante d’armi Nestore De Santis, detto il Bresciano, poco a nord di Napoli. Era una di quelle giornate di Maggio che sembrano preannunciare un'estate torrida e, anche se un venticello fresco ci dava un po’ di sollievo, la temperatura era insopportabile. Dal sudore, e dal vento, fresco ma non abbastanza, che ci spingeva contro nuvole di polvere, si appiccicavano gli occhi, si seccavano la bocca e la gola; non si voleva né guardare, né parlare, né pensare, e quando lo svogliato autista, il napoletano Gino, frenando di scatto per evitare le altre macchine, mi faceva venire la nausea, oltre ad un colpo al cuore data la velocità a cui andavamo, non protestavo, non emettevo neanche un suono, e, riavendomi appena dal dormiveglia, lanciavo soltanto una malinconica, mite occhiata dal finestrino, se non si vedesse per caso un autogrill o un’uscita in mezzo alla polvere che circondava l’autostrada.

Arrivammo verso mezzogiorno e subito ci venne incontro lo stesso Nestore.

Mai nella vita ho visto niente di più caricaturale di quell’uomo: immaginatevi un culturista, sulla cinquantina, alto poco più di un metro e mezzo, un viso vagamente simile a quello di Sylvester Stallone, degli occhi totalmente inespressivi e vuoti, dei lunghi capelli neri piastrati che cadevano sulle spalle fino alla schiena; era vestito in un modo inguardabile: indossava una giacca nera tenuta aperta per mostrare una camicia nera con delle fiamme che salivano da sotto fino ad arrivare in alcuni punti al petto, dei jeans ormai logori e dalle scarpe di un rosso così acceso che potevano essere usate di notte come torce, e teneva in bocca un lungo sigaro cubano spento che avevo l’unico scopo di dargli un tono. Questa figura camminava a gambe larghe e strascicando i piedi, e parlava senza togliersi il sigaro di bocca, pur mostrando nel suo contegno una grande sicurezza: il volto non faceva passare nessuna emozione, i suoi occhi fissavano il vuoto e si sforzava di rivolgere ai suoi ospiti, se pur falsamente, quanta più attenzione possibile.

Devo ammettere che vedendo tale malavitoso ero rimasto molto deluso poiché mi aspettavo una sorta di mafioso sul modello di Al Pacino.

All’interno della villa del camorrista non c’era vento, né polvere, ma si era altrettanto a disagio, ci si sentiva soffocare, anche se il condizionatore era al massimo, e ci si annoiava esattamente come lungo il tragitto in macchina. Ricordo che, sudato e stravolto dal caldo, sedevo su un comodo divano di pelle nell’angolo di una stanza. Alle pareti erano appesi grandi quadri, di cui però non ricordo i soggetti, i mobili e il pavimento erano in legno e rilasciavano uno sgradevole odore di olio appena passato. Ovunque si guardasse si vedevano zanzare, zanzare, zanzare…

Il mio superiore (di cui io recitavo la parte del figlio) e il trafficante parlavano a bassa voce di affari, ovvero armi, soldi sporchi e stupefacenti vari… sapevo che il pranzo sarebbe stato servito dopo un’ora, che avrebbero mangiato insieme mettendoci non meno di due ore e che poi avrebbero ripreso a parlare di lavoro per altre due, tre ore e che quindi il pomeriggio l’avrei passato ad aspettare, dopodiché ancora caldo, polvere e traffico. Sentivo il vociare dei due e cominciava a sembrarmi che il Bresciano, la mobilia in legno, la finestra sulla quale batteva il sole rovente, le avessi viste per tantissimo e sicuramente troppo tempo, e che non avrei mai smesso di fissarle, e fui assalito da un odio profondo per la campagna che ci circondava, per il sole, per le zanzare, per la stessa squadra mobile di Roma che ci aveva infiltrati sotto copertura per poi non fare assolutamente nulla….

Una cameriera portò un vassoio con dei freschi aperitivi. Il Bresciano, con la calma tipica dei veri boss, andò in anticamera e gridò:

“Chiara! vieni a prendere qualcosa da bere! Dove sei? Chiara!”

Si sentirono passi frettolosi, quasi di corsa, e nella stanza entrò una ragazza appena diciottenne con un semplice top che non lasciava nessuno spazio all’immaginazione e dei pantaloncini di jeans a dir poco inguinali. Prendendo il bicchiere, mi dava le spalle, e io notai soltanto che era snella in vita, alta quanto me pur essendo senza tacchi.

Il trafficante mi invitò a bere un aperitivo. Sedutomi a tavola, vidi il volto della ragazza che mi allungava un bicchiere e d’un tratto sentii come un vento fresco che percorse la mia anima e portò via con sé tutte le impressioni della giornata con la loro noia e il loro caldo; tuttora non saprei dire se quella sensazione di freschezza fosse causata dal bicchiere contenente ghiaccio o dalla visione di quel volto angelico. Avevo visto i tratti incantevoli del più bel volto che avessi mai incontrato da sveglio o che mi fosse apparso in sogno. Di fronte a me stava una donna, anzi una ragazza, bellissima, e riconobbi che si trattava di un angelo al primo sguardo, come si riconosce un fratello o un genitore.

Sono pronto a giurare che Chiara fosse una vera bellezza, ma non saprei come dimostrarlo perché i ricordi reali si confondono con la fantasia quando ripenso a lei. A volte succede che nuvole disordinate si affollino all’orizzonte, e il sole, nascondendosi dietro di loro, colori loro e il cielo di tutti i colori possibili: dal purpureo all’arancione, dal dorato al lilla; una nuvoletta è simile a un monaco, una a un pesce, la terza a un turco col turbante. Il bagliore del tramonto ha preso un terzo del cielo, brilla sulla croce della chiesa e sui vetri della villa, si riflette nel fiume e nelle pozzanghere, tremola sugli alberi; lontano, lontano,sullo sfondo del tramonto, vola a dormire uno stormo di anatre selvatiche… E il pastore, che pascola le pecore, e il contadino che raccoglie il frumento, e la giovane coppietta di innamorati o novelli sposi che passeggiano guardano il tramonto, e tutti, dal primo all’ultimo, trovano che sia meraviglioso, ma nessuno può dire esattamente in cosa consista la sua bellezza in quanto non riescono a scindere l’immagine che hanno di fronte dall’idea che la loro mente si è fatta di quell’immagine… Ed è proprio per questo che non riuscirei a descrivere esattamente la bellezza di Chiara.

Non fui il solo a trovare che la ragazza fosse bellissima. Così il mio superiore, un uomo sulla cinquantina che dimostrava almeno dieci anni di meno, severo, diffidente di tutto, indifferente alle donne e alle bellezze della natura, per un minuto intero guardò amorevolmente Chiara, e chiese:

“E’ sua figlia?”

“Mia figlia? No… E’ la mia donna” rispose trionfo il trafficante e dandole una pacca sul sedere.

“Bhè… Che dire? E’ proprio un gran bel pezzo di ragazza… complimenti” continuò il mio collega fingendosi quanto meno sorpreso possibile.

La bellezza della ragazza, un pittore l’avrebbe definita classica e severa. Era proprio quella bellezza, la contemplazione della quale, Dio sa perché, vi infonde la convinzione di avere davanti delle linee perfette, che i capelli, gli occhi, la bocca, il collo, il seno, e tutti i movimenti del giovane corpo si siano fusi insieme in un solo, armonico accordo, nel quale la natura non abbia sbagliato nemmeno un minuscolo particolare: vi sembra, chi sa mai perché,che la donna ideale debba avere lo stesso naso di Chiara, piccolo e all’insù, quegli stessi occhi grandi e verdi, quelle stesse lunghe ciglia, quello stesso sguardo,quel profilo da coniglietta, che i suoi capelli ricci e rosci e le sopracciglia sia adatto all’abbronzatura della pelle, come il verde delle canne è adatto ad un piccolo ruscello tranquillo; il collo e il seno di Chiara sono poco sviluppati, ma comunque così perfetti che neanche Michelangelo o Bernini avrebbero saputo scolpire. La guardate, e pian piano vi viene voglia di dirle qualcosa di incredibilmente piacevole, sincero, bello, ma subito la pura che non esistono parole abbastanza belle che in confronto a lei non risultino oscene.

All’inizio fui come offeso ed ebbi vergogna del fatto che Chiara non mi prestasse alcuna attenzione e guardasse davanti e lei, nel vuoto: come se un’atmosfera particolare, così mi sembrava, felice e orgogliosa, la separasse da me, e la riparasse da me, gelosa e dai miei sguardi.

Dipende dal fatto, pensavo,che sono tutto impolverato, accaldato stanco… ma in realtà sapevo quale era la verità: mi mancavano i soldi, le ville, le belle macchine.

Poi pian piano dimenticai me stesso e mi consacrai tutto alla contemplazione di tale bellezza. Già non ricordavo più la noia del viaggio, il caldo, le zanzare, non sentivo neanche il sapore il dell’aperitivo…sentivo soltanto che al di la del tavolo c’era la più bella ragazza che avessi mai visto.

Percepivo la bellezza in un modo un po’ strano. Non era desiderio, non era entusiasmo, non era piacere, quel che Chiara risvegliava in me una pesante, anche se gradevole, malinconia (malinconia per la certezza che tale bellezza neanche mi guardava). Questa malinconia era indefinita, indistinta, come un sogno. Era come se mi dispiacesse per me, e per il mio superiore, e per il Bresciano, e per la stessa ragazza, e avevo come il sentimento che noi quattro avessimo perso qualcosa di importante e necessario per vivere, che ormai non avremmo più ritrovato. Anche il mio collega si era intristito. Già non parlava più di armi e di stupefacenti, ma taceva e, pensieroso, teneva gli occhi si Chiara.

Dopo il pranzo il mio superiore e il trafficante andarono a discutere nello studio di quest’ultimo, io invece uscii dalla villa e mi andai a fumare una sigaretta nel giardino della proprietà. La tenuta, come tutte le ville extra-lusso di campagna, era provvista una piscina all’aperto e una al coperto, un campo da tennis, una palestra e un grande garage dove sicuramente parcheggiate le numerose macchine del miliardario. Tutti gli edifici erano collegati fra di loro da viali di ghiaia che sembravano tagliare in varie parti l’enorme giardino pieno di fiori e alberi da frutto. Avvicinandomi ad un altro edificio di cui non avevo capito la natura sentii delle voci e vidi una mezza dozzina di uomini che caricavano delle casse su un camion. Dietro di loro, c’era un altro uomo con una maglietta nera aderente che lasciava vedere un fisico scolpito nel marmo e non nascondeva i numerosi tatuaggi che aveva sulle spalle. Questo spintonava e inveiva contro gli altri per incitarli a finire il lavoro il più in fretta possibile.

“Ah maledetti bastardi! Che vi venga un cancro! Muovetevi! Che vi hanno tagliato le…?”

Mi pareva di aver già visto quell’uomo, ma non ricordavo dove. Dopo qualche secondo ebbi come un flash e mi si raggelò il sangue: avevo visto il volto di quell’uomo in un fascicolo della polizia alto come un volume di enciclopedia. Si trattava di Orlando Rossi, data e luogo di nascita sconosciuti, alto più di due metri e aveva una cicatrice sul collo che si era procurato da giovane. Di lui si sapeva soltanto che aveva partecipato alla guerra in Vietnam come mercenario pagato dal governo americano, dal ’73 alla metà del ’85 era stato visto in Sudamerica e da allora si erano perse le tracce anche se era implicato in molti omicidi e strage avvenute in Europa. Si dice che sia esperto nell’uso di tutte le armi, da quelle da fuoco a quelle da taglio, sia in grado di stritolare il cranio di una persona con la sola forza di una mano. Pare che fino a quel momento non avesse mai mancato un bersaglio e che avesse sulla coscienza (se mai ne ha una) quasi 50 mila persone uccise.

Nessuno sapeva che stesse collaborando con De Santis, ma questa non era certo una buona notizia. Mi ritrovai a finire la sigaretta con due o tre tiri e senza neanche accorgermene; stavo sudando, ma non avevo più caldo, anzi avevo freddo, paura; avrei soltanto voluto correre via, ma non potevo: non potevo scappare compromettendo così l’operazione e condannando me e il mio collega a morte certa. Però non potevo neanche rimanere lì, fermo, a fissare pallido e tremante quel corpo con sembianze umane ma che di umano non aveva nulla.

Tentai di allontanarmi ma le gambe non si muovevano, non si volevano muovere; avrei preferito che mi uccidesse in quel momento per porre fine a quel terrore assoluto. Dopo un po’, non saprei dire esattamente quanto perché mi parvero due o tre ore, quella figura che aveva scatenato in me la voglia di morire si voltò verso di me quasi a volermi dire:“Ti ho visto… non mi scappi”. Fortunatamente quel movimento fece entrare in circolo nel mio corpo una quantità di adrenalina che, in circostanze normali sarebbe bastata per un mese, mi ridiede il completo controllo su tutto il corpo. Le gambe ripresero a muoversi e cercai di allontanarmi sembrando il più naturale possibile. Pian piano il momento di terrore passò e il respiro, prima affannoso e accelerato, tornò normale anche se ero confuso, stordito; camminai per qualche minuto senza sapere dove andavo e senza fare nessuna attenzione a ciò che mi circondava.

Mi fermai e accesi un’altra sigaretta, avevo bisogno di fumare per scaricare la tensione. Ebbi così il tempo di guardarmi intorno: non so come ero tornato verso la villa e ormai, dato che l’adrenalina era terminata, tornavo a sentire sole che mi scottava la testa, e il petto, e la schiena, ma stavolta, pur essendo il momento più caldo della giornata, non mi dava fastidio e sentivo soltanto nell’atrio delle parole divertite e delle risate. Chiacchierando al telefono Chiara uscì dall’edificio e, investendomi con una ventata di freschezza ed entusiasmo che eliminò all’istante ogni traccia di paura, corse attaccando il cellulare, verso la piscina che avevo visto subito dopo pranzo.

Subito dopo, dallo stesso punto da cui era uscita la ragazza, sbucò la cameriera che ci aveva serviti il pranzo, una vecchia che sembrava stesse morendo di caldo nella divisa. La vecchia sembrava a dir poco arrabbiata e la vidi aggirarsi per il giardino chiamando a gran voce quella che probabilmente sarebbe stata la vittima su cui sfogarsi. Era una donna bassa e appesantita dall’età, aveva i capelli dorati, probabilmente a causa di una tintura venuta male, e aveva dei grandi occhiali da vista con le lenti simili a fondi di bottiglia; a vederla da lontano sembrava un pallone che rotolava in mezzo al giardino.

Feci qualche passo verso un gazebo vicino alla villa e così riuscii a vedere di nuovo quella figura angelicata: adesso indossava soltanto un bikini e si era sdraiata su un lettino a bordo vasca per prendere il sole. Contemporaneamente dalla direzione opposta a quella della piscina si stava avvicinando alla villa Orlando Rossi e riuscii a sentire che entrando diceva che finalmente quegli sfaticati avevano finito il lavoro. Questa volta però non ebbi paura: la visione di quell’angelo a poche decine di metri da me sembrava donarmi un coraggio mai avuto e sembrava aver creato intorno a me uno scudo che mi proteggeva da qualunque influenza negativa.

E per tutto il tempo, poi, rimasi lì, ad contemplare quella meraviglia mentre, senza sapere di essere osservata, prendeva il sole o faceva una nuotata in piscina.

E quanto più spesso lei, con la sua bellezza,si girava nella mia direzione senza però vedermi, tanto più cresceva la mia malinconia. Mi dispiaceva e per me, e per lei, e per il Bresciano, che vidi mentre la osservava dalla finestra dello studio. Se fosse invidia per la sua bellezza, o rimpiangessi che non fosse mia, e che non sarebbe mai stata mia, o mi dispiacesse di essere, per lei, un estraneo, o sentissi, confusamente, che la sua rara bellezza era casuale, inutile, e, come tutto su questa terra, effimera, o, se fosse, la mia tristezza, quel sentimento particolare suscitato nell’uomo dalla contemplazione della vera bellezza, Dio lo sa!

Le restanti quattro ore di attesa passarono inavvertitamente. Mi sembrava di non aver fatto ancora in tempo a guardare Chiara per bene, quando il nostro autista venne da me per dire che era pronto a partire in qualunque momento. Il mio collega uscì dalla villa e insieme salimmo sulla vettura, entrambi nei posti di dietro. Chiara ci venne incontro con Nestore e ci salutammo aspettando che il cancello elettrico si aprisse completamente. Ripartimmo in silenzio, come in collera l’uno con l’altro, anche se sapevamo che non potevamo parlare della giornata con l’autista presente.

Quando, dopo due ore, giungemmo davanti all’hotel Hilton in cui fingevamo di alloggiare, il mio superiore mi disse:” Ma che gran bella ragazza che si è trovato quello s*****o!”.

E aprì la portiera.