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Alessandro Pluda

Cover tratta da In Stallo di Maurizio Matrone


Sto fermo. In stallo. Non ho nessuna difficoltà a restare sull’attenti. Sono un professionista serio, metodico, rigido, e con molti e molti anni di servizio alle spalle. Oggi c’è il presidente e siamo tutti schierati in suo onore.

Quando mi sono arruolato nell’Arma me l’avevano detto che quelli come me facevano questa fine; mica potevano mettermi in una macchina a fare l’operativo! Mica potevano lasciarmi in un qualsiasi corpo di guardia a ricevere le denunce, no. Io...sono nel reparto corazzieri. See, chi l’avrebbe mai detto! Io sono entrato nei carabinieri perché volevo davvero sconfiggere il crimine e salvare il mondo, ero portato per questo lavoro, ne ero sicuro, alle elementari ero io che difendevo i secchioni dai bulli, e quando tornavo a casa, anche se avevo un occhio nero e una bistecca di 600g sulla faccia stavo bene...spiritualmente intendo, il dolore lo sentivo, eccome...

Bisogna capire una cosa di me. Io sono fondamentalmente bello, e non parlo di bellezza giovanile, di quella che sfiorisce con l’avanzare degli anni per intenderci. No. Io parlo della bellezza vera, quella che ti fa sudare freddo e ti rende irresistibile, due metri per cento chili, capello castano, occhi penetranti verdi, ecco, quel genere di bellezza.

Mi ricordo che il giorno in cui ricevetti l’incarico il mio colonnello mi disse: “Caro giovanotto, l’arma riserverà per lei un futuro glorioso a fianco delle più alte cariche dello stato! L’unica cosa che le viene richiesta, oltre ad essere fedele a oltranza, è quella di restare muto e soprattutto fermo, im-mo-bi-le, mi ha capito giovanotto?”

“Ce la farò!” ho urlato sfiorando la soglia dei duecento decibel e sbattendo i tacchi.

Da allora sono muto, ma soprattutto im-mo-bi-le.

Da quel giorno il mio lavoro è sempre lo stesso, anno dopo anno, servizio dopo servizio, turno dopo turno, con indosso sempre l’uniforme di gran gala, mezza gala, in grande uniforme, bianca o nera, Presidente dopo Presidente.

Da quel giorno sono sempre qui, fermo muto, in stallo.

Ma adesso basta, sono stanco, non voglio più fare questo lavoro, vorrei cambiare, vorrei togliermi questa dannata uniforme di gran gala, sciogliere la corazza, la bandoliera, la giberna, il cinturone, la sciabola, e vaffanbagno...

Penso tra me e me: quando cavolo potrò andare in pensione?

Eh, la pensione, magari! Ma per il momento resto ancora qui, in silenzio, fermo, immobile, in stallo.

Uffa...

Anche adesso me ne sto qui ad aspettare il Presidente, immobile, con la punta della sciabola tra i piedi divaricati a trenta gradi rispetto all’ipotetica linea di fuga che converge dietro i talloni. Il filo dell’arma risale perfettamente la verticale simmetrica delle mie gambe. Ho il palmo guantato della mano sinistra poggiato sull’elsa  e quello della mano destra a fasciare il dorso in una posizione naturale, di riposo marziale.

Tutta la figura deve suggerire un’idea di continuità, di un corpo unico in potenza, sempre vigile ma incapace di compiere movimenti, statuario, immobile nella sua bellezza.

Il presidente non è ancora arrivato, ma la sala è già piena di giornalisti. Chissà, magari avrei potuto diventare anche io un reporter...

D’un tratto scorgo tra il pubblico una figura decisamente più alta delle altre, giovane, con un bel fisico asciutto e poderoso. Siede vicino ad un collega e sta discutendo con lui muovendo con calma le mani. Quello invece sarebbe stato un ottimo corazziere.

Molti colleghi, lo devo dire, non sono tagliati per questo lavoro. Svengono. E’ triste vedere dei marcantoni di due metri per cento chili crollare come un sacco di patate. A me non è mai accaduto, ne mai accadrà, non mi muoverò mai finché sono qui.

Sono bravo nel mio lavoro. Sto in stallo con naturalezza e sono apprezzato per questo. Guadagno bene per essere una guardia. Percepisco il profondo rispetto che provano gli uomini e gli altri colleghi quando mi guardano, sento le carezze delle ragazze e delle signore sul mio corpo eretto, sulla mia uniforme impeccabile, sulla forma simbolica della mia sciabola. So che i loro pensieri femminei si spingono ben più in la e talvolta mi eccito, davvero, ed è difficile soffocare l’istinto...molto difficile.

Quando ero più giovane e più incline alle facili emozioni, restai letteralmente folgorato dall’interprete della regina Elisabetta, fuori dal lavoro, sarei rimasto fermo, imbambolato, senza sapere cosa dire, ma lì era esattamente quello che dovevo fare e nessuno si accorse del mio black out.

Era un’inglesina che dire gnocca sarebbe un eufemismo. Io ero dietro il Presidente e loro erano lì davanti a me a scambiarsi convenevoli.

La bella straniera mi fissava con bramosia famelica, facendomi sudare freddo e più lei mi guardava più diventavo paonazzo, tanto che la regina stessa mi degnò di un’occhiata, avvertendo quel cambiamento di colore.

Mentre la ragazza mi pregustava, mal celando l’eccitazione, ricordo che sua maestà fece velocemente scendere lo sguardo dal mio volto all’elsa della sciabola che tenevo tra le gambe, alzò un sopracciglio tradendo un sorriso ammiccante e sibilando

“Oh my god”.

Mi resi conto con vergogna che lo stupore reale non era dato dalle meravigliose incisioni in avorio dell’impugnatura...maledette uniformi attillate.

Il nostro presidente, grazie al cielo, non si accorse di nulla.

Quando si furono avviati verso il buffet previsto nell’altra sala, prima di sparire nel corridoio d’onore, l’anglo-gnocca si voltò, mi sorrise e lasciò cadere un bigliettino nella fioriera.

Quella notte stessa il mio istinto prevalse sopra ogni cosa. Quando lo facemmo per la quinta volta la straniera cantò (si fa per dire) Fratelli d’Italia, lo giuro. Che soddisfazione!

Con il tempo e con l’esperienza, ho poi imparato a controllare il mio istinto. Adesso cerco di distrarmi subito: penso alle guerre, alla fame nel mondo e lui si placa, placido.

Se sono in crisi punto dolcemente i piedi sollevando i talloni, aiuta la circolazione, che a me, tra l’altro, funziona benissimo. Bisogna assolutamente convincersi che stare seduti è assurdo, fidatevi, si può leggere o scrivere in piedi, si può mangiare in piedi, fermi e composti.

Se solo pensi di sederti o muoverti è finita. I movimenti non li deve notare nessuno, ti sposti dentro ma stai fermo fuori.

Il tuo è un insieme di rigidità che cambiano posizione impercettibilmente.

Per i colleghi sono una specie di mito, ho servito una serie di Presidenti che nemmeno se lo immaginano. Parate, negoziati, ambasciatori, scambi bilaterali, ecc., sono sempre qua, immortalato da mille televisioni, l’orgoglio dell’italianità: la fermezza, l’onore, e tutte quelle belle parole che dicono i presidenti che sembra sia io a suggerirgliele. Non so se avete capito bene. Quello là dietro il presidente, il papa, i re, quello alto, bello, immobile, sono io!

Mia madre ogni volta che mi vede in tv, piange: “quanto sei bello figlio mio! Se tuo padre potesse ancora vederti! Come sarebbe orgoglioso!”

Tutto in me è enorme, rigido, eretto, ma su quest’ultima cosa ci sto lavorando...

Ecco, mannaggia, mi sto eccitando di nuovo, sto inseguendo quella giornalista con un décolleté da infarto. Ogni tanto mi guarda e si passa la lingua sulle labbra, lo so, mi provoca, ma io sto fermo, sono in stallo, lo faccio per il mio Presidente, per la gente che mi vede in TV, in mondovisione, lo faccio per conservare il mio posto di lavoro, per mia madre.

Finalmente il Presidente è arrivato. Il drappello d’onore grida il present-at-arm! Che gioia tutto questo clangore di ferri e frusciare di stoffe.

Applaudono, sono tutti contenti. Il discorso del nostro presidente è semplice e profondo.

La giornalista è nuova. Mi piace. Ha posto una domanda banale, giusto per farsi notare. E’ seduta in fondo alla sala, dietro a tutti.

D’un tratto il suo sorriso si trasforma in una smorfia, vedo che il suo corpo sinuoso con quel decoletè da infarto si contorce sulla sedia prima di cadere a terra, inerte.

Tutti sono in delirio per il discorso. Lo scroscio di applausi si fa più rumoroso. Nessuno si è accorto che la giornalista si è sentita male. Nessuno a parte me.

Un brivido freddo mi percorre la schiena, penso freneticamente: “non posso muovermi, questo è il mio lavoro. Stare fermo. Se mi muovo mi licenziano. Mi ritornano in mente le parole del mio colonnello: “L’unica cosa che le viene richiesta Giovanotto, è di restare muto, ma soprattutto fermo, im-mo-bi-le”. Non si era minimamente dilungato riguardo il da farsi nel caso in cui una giornalista si sentisse male e nessuno a parte me se ne fosse accorto.

Continua a ripetermi: adesso qualcuno si volterà e si accorgerà del corpo svenuto a terra.

Nulla, nessuno mostra la minima intenzione di distogliere lo sguardo dal presidente. Io rimango fermo. Nel panico più totale.

Non posso muovermi, non devo muovermi, il mio lavoro è questo, è tutto ciò che so fare. Faccio correre le pupille da una parte all’altra della sala in cerca di qualcuno che recepisca il mio sguardo terrorizzato e capisca il da farsi, ma gli applausi continuano e i giornalisti non si accorgono di nulla.

Non so cosa devo fare, il mio mestiere non è scegliere. Non sono portato per questo.

Magari...magari adesso si riprenderà, si rimetterà faticosamente a sedere e chiamerà aiuto. Ma il corpo, accovacciato, non dà segno di movimento.

D’un tratto finalmente riesco ad intercettare lo sguardo del giornalista alto e muscoloso che era seduto affianco al collega e parlava muovendo lentamente le mani

Lui mi guarda perplesso. Sposto gli occhi in fondo alla sala.

Lui si volta. “O mio Dio, c’è una donna per terra!”

In pochi secondi gli sguardi rivolti al presidente schizzano in direzione del giornalista che nel frattempo ha già raggiunto il corpo.

In sala si alza un brusio accompagnato da frasi come “Chiamate un ambulanza!” o “Lasciatela respirare!”

Viene distesa a terra. Dopo pochi minuti riprende conoscenza.

Il giornalista mi guarda, sorride e dice, “Lei oggi ha salvato una vita, si ritenga eroe”. Poi sale sull’ambulanza e sparisce.

Io so in cuor mio che non è così.  Ho preferito il mio lavoro ad una vita. Ho scelto di rimanere fermo anziché accorrere in aiuto di quella ragazza. Dovrei esserci io ora in ambulanza a tenerle la mano, non il giornalista. Altro che eroe. Oggi sono stato soltanto immobile.

Ma penso tra me e me che questo è l’unica cosa che so fare. Tutto il resto è in moto. Tutto il resto è vivo.

Io no. Io non sono vivo. In non sono in moto.

Io sto fermo, in stallo.