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Gianni Stocchino
Ho visto la luce

Quel giorno ho visto la luce.
Era il pomeriggio del 17 maggio 1985, dovevo ancora compiere dodici anni.

Provavo a controllare il mio respiro troppo accelerato e sentivo il cuore battere in modo forsennato. Forse mi sarebbe scoppiato. Dalla felicità o dall’imbarazzo?

Un po’ mi mancava Lampo, che a quel punto avrebbe preso a scodinzolare e a leccarmi; mi era molto affezionato da quando ero bambino, e ci teneva a stare sempre al mio fianco nei momenti più importanti.

Era una delle poche cose su cui potevo sempre contare. A parte Ubaldo, il mio compagno di stanza, che in trasferta prendeva il suo posto.

Sembrava impossibile che Dio si fosse accorto di me solo adesso; ne avevo passate talmente tante che mi risultava assolutamente inimmaginabile che avesse voluto farmi un regalo così grande proprio adesso, privandosi di un caso umano della mia caratura.

È pure vero che sarebbe stato indelicato da parte sua snobbarmi proprio l’anno in cui avevo vinto il campionato chierichetti della parrocchia di Santa Maria Assunta, un fuoriclasse che in una stagione gli aveva servito tutte le messe della domenica mattina, tutti i funerali, tutti i battesimi, saltando solo un matrimonio e due uffici funebri per fu.

Di più. Sarebbe stato ingiusto. Ma come pensare che chi tutto sa e nulla sbaglia... Anche con i dubbi e le incertezze avevo una consolidata familiarità.

Una goccia salata scese a rigarmi la guancia destra arrivando fino alle labbra. Era una lacrima o sudavo? In me le emozioni forti trovavano sempre la strada per manifestarsi e smascherarmi.

Era mercoledì pomeriggio, 17 maggio del 1985, non avevo ancora compiuto dodici anni ed ero rimasto intrappolato nell’ascensore di un albergo di Lourdes.

Ero in pellegrinaggio con il gruppo Scout del mio paese. E con Ubaldo, ca va sans dire.

Da lupetto avevo iniziato a conoscere pezzetti del vasto mondo che circondava il nostro paese; boschi, mari, città. In tenda o in albergo, come questa volta a Lourdes.

Di solito non riuscivo a dormire bene fuori di casa, non ero abituato alle camere d’albergo, di gran lunga più grandi e comode delle tende che utilizzavamo per i campi avventura, e per la verità anche della mia stanza da letto alle case popolari.

E poi c’era il mio compagno di camera. Non l’avrei confessato nemmeno sotto tortura, ma non mi sentivo tranquillo a riposare con i calzini di Ubaldo Pistis arrotolati dentro gli scarponi di fianco al letto. Pareva vivessero di vita propria, pronti a uscire per soffocarmi con il loro odore verde, un tanfo assassino.

Stavo sveglio tutta la notte. Cercavo di trovare diversivi. Pensavo a Lucia, la voce più dolce, i capelli più morbidi e il profumo più sconvolgente del gruppo delle coccinelle.

“Dammi la mano, attraversiamo insieme”.

L’anno prima eravamo stati in gita a Roma. Una volta scesi dal pullman, attraversare via della Conciliazione era stato un attimo, senza dubbio tra i più belli e intensi della mia vita. Con Lucia, mano nella mano. Poco dopo, come al solito, ci aveva pensato Ubaldo a riportarmi sulla terra, affiancandomi fino a San Pietro, fino al centro della piazza, per ascoltare l’angelus per la giornata mondiale dello scoutismo.

Loreto, San Pietro e ora Lourdes. Gli scout sono sempre in prima linea quando c’è da guadagnarsi il paradiso a forza di buone azioni.

Nel cuore della notte poi, il russare di Ubaldo, problemi di polipi nasali oltre tutto il resto, diventava presto il frastuono di una partenza di gran premio a Monza. Incredibile ma vero, sviluppava un livello di decibel capace di sovrastare il rumore di un’industria siderurgica in piena produzione. Svanivano così i sogni e rimaneva la condanna. Una punizione troppo severa pure per un chierichetto imbranato come me. Non poteva continuare così.

E infatti, per fortuna, ritornavo col pensiero a Lucia. A quel punto, nel limbo dell’incoscienza, tra il sonno e la veglia, riuscivo a dimenticare Ubaldo, la formula uno e i calzini assassini. E mi addormentavo, con la dolce sensazione di lei.

I rumori dell’albergo risalivano il condotto e arrivavano dentro l’ascensore come un basso brontolio. Sembrava il minestrone di nonna Cristina ma senza i profumi della cucina.

Ero in piedi al centro dell’ascensore.

Pensavo: ‘Chissà quando qualcuno si accorgerà dell’ascensore bloccato’.

Magari all’ora di cena. Forse Ubaldo darà l’allarme.

Nel mio paese c’era un solo ascensore, da Eliano, un grande negozio di abbigliamento che occupava tutti i tre piani di un palazzo in piazza Sasdelli.

Sfortunatamente, i vestiti per i bambini erano al piano terra, così, quando mi capitava di andare a fare spese con mia mamma e mia nonna, potevo limitarmi a guardare le persone più grandi che aspettavano che si aprissero le porte a scomparsa dell’ascensore, e poi svanivano di colpo, in un gran cigolare.

Era un mistero che mi affascinava da sempre, e un po’ mi sentivo tenuto in disparte, come se tutti fossero a conoscenza di un bellissimo segreto, tranne me.

Per questo quel pomeriggio di mercoledì 17 maggio 1985, mi sembrò all’improvviso che Dio avesse deciso di sistemare le pendenze con un chierichetto scout imbranato ma devoto

E quale miglior luogo di Lourdes poi?

Quel giorno il Signore aveva inflitto a Ubaldo una provvidenziale indisposizione, costringendolo a passare chiuso al bagno gran parte della giornata e offrendomi un’opportunità irripetibile.

Un’ascensione memorabile!

Con tanto di blocco per cause tecniche non meglio specificate.

Io, solo con Lucia. Al buio.

Mi chiesi se una volta giunta l’ora sarebbe stato così il paradiso: tenere la mano di Lucia, sentire che per una volta qualcuno si affidava a me. Mi sarebbe bastato. Per l’eternità.

Uno strattone improvviso e un cigolio.

“Stiamo scendendo o salendo?”, domandò Lucia.

Peccato! Quel lieve movimento, intaccando appena il magico equilibrio, mi riportò alla dura realtà.

La sua mano teneva ancora la mia ma già non era più lo stesso. Si udivano delle voci che parlavano fitto fitto, sempre più vicine.

E poi, sopra tutte le altre, una, inconfondibile.

“C’è dentro lui” proclamava. “Senza di me riesce sempre a cacciarsi nei guai”.

Ubaldo.

Aveva un suo modo speciale di volermi bene.

“Guidare un cieco non è mica roba che si impara in cinque minuti”.

“Gli faccio fare il bagno io, in quella vasca benedetta, ce lo annego dentro” sbraitava.

“Ci siamo” - disse Lucia – “si intravede uno spiraglio di luce”. Eravamo al piano, tra poco qualcuno avrebbe riaperto le porte. Mi sistemò gli occhiali e mi ravviò i capelli.

“Grazie per avermi fatto coraggio. Senza di te non so come avrei fatto. Il buio mi terrorizza.”

“A me ha sempre fatto compagnia, come Lampo. E Ubaldo”. Le diedi una piccola, intensa stretta alla mano.

Mi stampò un bacio sulla guancia.

Ora ero pronto a tornare alle cure di Ubaldo. Con l’idea di cacciarmi ancora nei guai. Al più presto.

Per tornare a vedere la luce.



Note di onomastica

Lucia: Tradizionalmente viene fatto derivare dal termine latino lux lucis, luce, con il significato di "luminosa, splendente", ma anche "nata alle prime luci del mattino".

Ubaldo: Il nome deriva dall'antico sassone hyg e bald (latinizzato in Ubaldus) e significa "forte soccorritore".