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Vincenzo Squadroni Una visita da ricordare
«Che cosa fa qui?»
Nessuna risposta. Il guardiano non sente niente, ma tra i riverberi dei faretti vede chiaramente la sagoma di una persona che entra dalla porta, in fondo alla sala. Le ferie estive hanno spopolato la città, e il guardiano, unica presenza umana nella grande ala chiusa del museo, si sente come se tutto il mondo intorno a lui fosse scomparso, dissolto dal bagliore della luce che da qualche ora gli sta infiammando gli occhi. Solo chiudendoli riesce a vederci.
«Che fa qui?» ripete il guardiano, e gli sembra di intravedere, dietro la porta e in contro-luce, altre sagome scure che passano veloci e scompaiono subito. «Allora?»
«Cercavo un bagno, signora guardia…» risponde una voce affannata.
«Un bagno?»
«Un bagno… sono un turista»
«Ma come un turista?» urla scocciato il guardiano, che non riesce a nascondere con la scocciatura il sollievo di quella visita dopo ore di solitudine. «Devi star proprio male. Per entrare a ferragosto, a quest’ora, nel museo».
«Perché, questo è un museo?»
«Certo che è un museo. Non li vedi i quadri?»
«Ohi ohi ohi, Madonna mia» si vedono le gambe che tremano. «Io non resisto, signora guardia, non resisto più… tutto il giorno sotto il sole, a piedi, a bere e a sudare. E adesso un goccio d’acqua devo fare, signora guardia, mi devo proprio liberare. Ohi ohi»
«Ma chi sei?»
«Sono un visitatore, signora guardia, passo le vacanze in città»
«Sciagurati che sono, disperati… e pure in vacanza stanno! Incontinenti…» sussurra il guardiano, che a forza di star solo ha perso le buone maniere. «Ti fanno esaurire! Lavorano tutto l’anno, e a ferragosto si vengono a sfogare con l’arte. Però ho visto… mi sembrava che c’erano altre persone, dietro di te. Siete un gruppo organizzato?»
«Sono solo, signora guardia, proprio solo. Un turista fai-da-te. Ohi, ohi, ohi, ho un’esigenza…»
Il guardiano sbatte contro la sagoma e si ferma.
«E come sei finito qui, turista?»
«Mi sono perso, signore. Cercavo l’Albergo Commercio, dove ho una camera con bagno, e mi sono perso».
«Complimenti! E questo ti sembra l’Albergo Commercio? Che razza di capra! Per l’albergo bisogna continuare dritto, lungo il viale, poi al terzo semaforo prendere a destra per Via della Fiera, poi fino in fondo: lì inizia il Quartiere Mercati. L’albergo lo trovi dopo pochi isolati. Tu dovevi star proprio male, hai accorciato minimo di un chilometro. Ti porti dietro un bello stimolo, mi pare».
«Uno stimolo, signora guardia, davvero… in realtà, diciamo pure che sto scoppiando. Ecco, io scoppio qui davanti a lei, se non mi dice dove trovo un bagno».
«Allora, turista, vai dritto per questo corridoio, finché non arrivi alla Sala delle Statue. La attraversi tutta, prendi la porta a destra, scendi le scale e ti ritrovi davanti a una porta con la scritta Privato. Lì c’è un bagno, è il più vicino… fai quello che devi fare, poi richiudi. Davanti a questa porta ce n’è un’altra. È l’uscita di sicurezza. Stai attento allo scalino. Una volta fuori dal museo, per l’Albergo Commercio, attraversi il cortile del museo, e ti ritrovi sul viale. Da lì, primo semaforo, secondo semaforo, terzo semaforo a destra, e ti fai tutta Via della Fiera».
«Non so come ringraziarla signora guardia. Che siano benedette tutte le guardie, tutti i musei e tutta l’arte del mondo! E se mi accompagna, gentile guardia? Per favore, fino al bagno».
«Ma ti pare? Io devo controllare questa sala, lo vedi quel quadro? È l’opera più importante del museo. È del grande pittore De Lustris, e proprio quest’anno ricorre l’anniversario della sua nascita».
«Capisco… ma io la prego, signora guardia. Per favore, sia gentile. Non riesco quasi a camminare… non resisto più, signora guardia. Ohi ohi! Mi accompagni, sia gentile».
«Ma io devo star qui, non posso lasciare la sala! Se mi metto a guidare tutti i turisti, farei la guida turistica, e non la guardia del museo!»
«La prego, mi accompagni. Sto male e non conosco le stanze del museo, da solo mi perderei. Ho un’esigenza tremenda, non riesco neanche a camminare. Uno stimolo, signora guardia, sto per scoppiare».
«Ma che tarlo che sei» sospira il guardiano «va bene, andiamo».
Il guardiano accende le luci del corridoio, e fa cenno al visitatore di muoversi. Il visitatore, instabile nelle gambe, si appoggia con un braccio sulla spalla del guardiano, e così camminano nel corridoio, senza dire niente. L’aria condizionata, fredda e tagliente, esce dalle bocchette del soffitto, investendoli dall’alto, mentre delle piante di origine tropicale, sistemate lungo le pareti, li punzecchiano con le loro foglie appuntite. Il corridoio, affrescato con tinte chiare, ha un pavimento di linoleum appena lucidato.
«C’è una cosa che ancora non ho capito» dice il guardiano dopo qualche minuto di silenzio «come sei finito qui? Quest’ala del museo è chiusa al pubblico. Non avrai mica saltato i cordoni di sicurezza? C’è scritto Vietato sul cartellino, un turista dovrebbe saperle queste cose».
«Non so, signora guardia, non mi rendo conto. Non so proprio come ci son finito, qui. È lo stimolo, che mi perseguita. Tutti i bar chiusi, e io che mi porto dietro l’esigenza da un bel po’. Ma lei, signora guardia, allora lei è il guardiano del museo?»
«Sono il guardiano»
«Da solo in tutto il museo?»
L’aria condizionata è così forte, che entrambi si fermano un momento, tra una bocchetta e l’altra. Il guardiano, dopo aver superato il getto d’aria, risponde:
«Siamo in tre, qui, ma uno è in ferie con la moglie, e l’altro è nell’altra ala del museo, quella aperta. Ci diamo il cambio ogni quattro ore, ormai tra poco mi tocca andare di là».
«Ecco signora guardia, ecco. Sentito che aria fresca? Forse, anche le statue la sentono. Sono spifferi gelidi, questi qui, che mi fanno stare ancor più male… ohi ohi».
«Ma tu da dove vieni?»
«Non da lontano, signora guardia. Sono del Distretto Marittimo, io, un’ottantina di chilometri da qui. Vado per città d’arte, appena posso, e scappo dalle spiagge affollate della provincia. Pensi che non so neanche nuotare!»
Il guardiano si ferma un attimo, alla fine del corridoio, per spegnere le luci. Poi apre una porta dove c’è scritto Sala delle Statue, e spinge il visitatore dentro la sala. Nella sala, le grandi vetrate delle finestre fanno entrare le luci che provengono dalla città. Un chiarore tenue, dovuto alle lampade dei lampioni accesi lungo il viale, si diffonde per tutto lo spazio filtrato dalle tende bianche, e si posa sopra i busti di marmo, immobili. Qualche macchina che passa per strada proietta sulle pareti i riflessi dei suoi fari, come lampi a intermittenza che per alcuni istanti fanno splendere a giorno la sala. Un riflesso scorre sul viso dei due, che si fermano e si guardano.
«Ci guardano, le statue, ci guardano fisse» sospira il visitatore, togliendo il braccio dalla spalla del guardiano. «Ci guardano gli imperatori, e i filosofi, e i grandi scienziati, e i condottieri, e i poeti illustri, e pure i sovrani. Molti dei più grandi uomini della storia stanno qui davanti a noi. Grazie a queste statue, il mondo si ricorderà sempre di loro, e le loro azioni rimarranno come esempio. È così che vivranno in eterno».
«E già, i grandi uomini ci guardano, e noi due…» fa il guardiano «… noi due intanto cerchiamo un bagno. Che uomini insignificanti che siamo! Un guardiano che accompagna in bagno un turista».
«È proprio vero, uomini inutili siamo. Piccoli, insignificanti, con le nostre azioni piccole, inutili, meschine. Ohi ohi. La mia anima meschina, il mio corpo debole, uomo misero che sono! Nessuno si ricorderà di me, né adesso, né quando sarò morto. Insignificante come un pezzo di marmo prima di essere scolpito».
«Sì, bisogna lasciare una traccia del proprio passaggio»
«Sì sì, bisogna»
«Per un turista, forse, è ancora più difficile lasciare un ricordo…» dice il guardiano sorridendo.
«Di turisti ce ne sono tanti. Ci sono quelli appassionati, artisti loro stessi, che girano per musei e poi una volta a casa si mettono a dipingere, fanno dei quadri che rimangono ai posteri, e ci sono quelli inutili, che si perdono nelle città in cerca di alberghi, o di bar per orinare! E c’è anche quello, un turista, che ti dà una schioppettata, e ti manda all’altro mondo!»
«Perché dici queste cose?»
«Ma così… Ecco, siamo arrivati in fondo alla sala. Questa dev’essere la porta che dà sulle scale. La apra pure, signora guardia».
Il guardiano apre la porta, spinge fuori il visitatore e lo regge fino alla fine delle scale. «E qui finalmente c’è il bagno» dice il guardiano. «Fai quello che devi fare, poi richiudi e prendi quell’uscita. Stai attento allo scalino, lo vedi no? Quando sei fuori, attraversi il cortile, e ti ritrovi sul viale. Da lì, primo semaforo, secondo semaforo, terzo semaforo a destra, ti fai tutta Via della Fiera, e sei all’albergo».
«Ohi ohi…» sospira il visitatore, dopo un po’ di silenzio. «Però adesso mi sembra quasi che non ho più lo stimolo, di andare in bagno… Perché dovrei andare in bagno, se non sento più l’esigenza? È meglio, signora guardia, se resto qui con lei…»
«Perché dovresti restare qui con me?»
«Ma così… per fare altri discorsi»
«Sì, altri discorsi! Ma di che vuoi parlare ancora? Turista, ti piace scherzare a te…»
«Certo che mi piace!» dice il visitatore, con un sorrisetto. «Ah, lei, mia cara signora guardia! Forse si ricorderà per sempre di questo turista»
«Perché mi devo ricordare di un turista?»
«Beh, così… l’ho presa in giro bene… Secondo lei sono un turista, io? Non sono per niente un turista»
«Chi sei?»
«Un pittore famoso… che dovresti conoscere bene. Hai presente il De Lustris, che sorvegli tutti i giorni con tanta attenzione? Ecco, io sono proprio l’autore del quadro che hai sempre sotto gli occhi. Sono Loris De Lustris»
«Mi prendi in giro».
Il guardiano non ci crede, ma prova un imbarazzo così forte, un vero e proprio sgomento, che si stacca dall’altro avvicinandosi all’uscita di sicurezza.
«Stai fermo, dove vai?» dice il visitatore prendendolo per un braccio. «Ti sembra il modo questo, di trattare un grande artista?»
«Mi lasci!» grida il guardiano, sforzandosi di liberare il braccio.
«Stai fermo! Ti ordino di stare fermo… E non scappare, stupido ometto! Se vuoi vivere ancora, devi stare fermo e muto, finché io te lo ordino… Non mi va di ammazzare qualcuno la sera di ferragosto, altrimenti l’avrei fatto già da un pezzo, omuncolo che non sei altro!»
Il guardiano si sente svenire. Chiude gli occhi terrorizzato e, tremando in tutto il corpo, si appoggia alla porta del bagno. Vorrebbe urlare, ma sa che il suo grido non arriverebbe all’altra ala del museo… Vicino a lui sta il visitatore e lo tiene per un braccio. Passano tre minuti di silenzio.
«Uno è in ferie con la moglie, l’altro sta nell’altra ala a fare i fatti suoi, e il terzo accompagna in bagno i turisti» borbotta il visitatore. «Dei bei guardiani siete, gli si potrebbe pagare lo straordinario! E no, fratello, i ladri sono sempre stati più svelti delle guardie! Stai ancora fermo, non muoverti…»
Passano in silenzio cinque, dieci minuti. All’improvviso dal taschino del visitatore esce un bip.
«Beh, adesso vai» dice il visitatore, lasciando il braccio. «Torna alle tue opere d’arte, e ringrazia che non t’ho ammazzato».
Il visitatore prende dal taschino un trasmettitore, e preme a sua volta un tasto che emette un bip. Poi apre l’uscita di sicurezza, supera indenne lo scalino e di corsa sparisce nel cortile. Il guardiano, tremando ancora per lo spavento e preso da uno strano presentimento, torna indietro risalendo le scale di corsa, attraversa la Sala delle Statue, sempre di corsa, e tutto il corridoio. Mentre sta per entrare nella sua sala, sente dei passi e una voce provenire dall’altro lato del corridoio. «Sono qui, Luigi! Faccio un sopralluogo nel Salone delle Nature Morte, e poi vengo a darti il cambio».
Entrato nella sala, il guardiano nota un faretto spostato rispetto al solito. Non è rivolto verso la parete, ma punta verso di lui, dritto negli occhi, e quasi lo acceca. Più si avvicina alla parete, più la luce si fa forte e più aumenta il presentimento di qualcosa di brutto.
«Non riesco a vedere, qualcuno ha spostato il faretto. Ma la parete, Madonna santa, sembra diversa… Oddio, è proprio così!»
Per un minuto il guardiano sta immobile, fisso, davanti alla parete vuota, e con terrore guarda il vuoto: una grande chiazza rettangolare di un metro e mezzo per un metro circa, di un bianco più chiaro rispetto al resto della parete. Una zona rimasta protetta da molto tempo dietro al famoso quadro, e ora finalmente visibile, completamente pulita, senza più il quadro che la copriva.
Passa ancora un po’ di tempo, e il passaggio di un motorino, lungo la strada, diffonde per la sala il rombo attutito di una marmitta truccata.
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