|
Stefano Riba La cheratite di Icaro
Partiamo di notte con il fiato che rimane tre secondi nell’aria prima di perdersi nel buio. Ci lasciamo dietro le raccomandazioni dei genitori, a ulteriore garanzia rimangono la protezione divina, il nome di don Bosco sulle fiancate del Ducato e una medaglietta di San Cristoforo appesa allo specchietto retrovisore.
Cinque minuti di marcia lenta per i limiti stradali e il ghiaccio in strada, e dietro di me già vedo le zucche dei miei sette amici dondolare.
“Quanto ci mettiamo?” chiedo sottovoce a don Diego che guida al mio fianco.
“Due ore, due ore e mezza al massimo” mi risponde.
Fermi al semaforo leggo i numeri verdi dell’insegna di una farmacia: 6:23 12-02 -9°C. È presto, fa un freddo cane ed è il giorno del mio dodicesimo compleanno.
Usciamo dalla città e imbocchiamo la tangenziale, poi l’autostrada. Dopo un breve tratto di due corsie dritte fino all’orizzonte mi addormento.
Mi risveglio un’ora e mezzo dopo sui tornanti di Sampeyre. Dietro di me ancora tutti dormono. Mi volto a guardare i miei compagni. Tornante a desta, tutte le teste vanno a destra, tornante a sinistra, tutte a sinistra. Un’altra mezz’ora di strada e alle 8:32, così dice il mio Casio, parcheggiamo davanti al bar ristorante di Becetto.
“Siamo arrivati. Tutti giù” intima il capobanda. Nessuno risponde. Nessuno si muove.
Resuscitata la banda, iniziano i lamenti. Fa troppo freddo, è troppo presto, ho fame, ho sonno, non ho voglia, non mi entrano gli scarponi.
Tra sciami di piagnucolii petulanti come moschini estivi chiudiamo i morsetti delle racchette da neve e partiamo. Don Diego apre la fila, seguiamo noi che se non fossimo in otto sembreremmo i sette nani. Forse, fattore numerico a parte, sembriamo nani lo stesso.
Il sentiero, ma non so se ha senso parlare di sentiero quando tutto intorno è bianco e solo il cielo rompe la monotonia della neve, parte ripido. Nessuno parla. Tra un respiro e l’altro non c’è nemmeno un alito per formulare una sillaba, figuriamoci una parola intera.
Cammino e lo sforzo inizia a scaldarmi. Il freddo mi piace, mi fa sentire vivo. Ripenso a quando ho chiesto al professore di scienze perché, se gli animali a sangue freddo hanno bisogno del caldo per sopravvivere, a noi non serve il freddo. Non mi ha risposto. Ha detto che era una domanda stupida. Io ci sono rimasto male.
Ma ora che mi inerpico sulla costa della montagna e tutto intorno a me è ghiacciato trovo una risposta alla mia domanda. Abbiamo bisogno del freddo per capire che siamo vivi. Prendiamo il respiro. Per gran parte dell’anno non lo vedi, fiato e aria sembrano trasparenti, immateriali. Di inverno no. Inspiri e l’aria entra nel corpo come qualcosa di solido, come un sorso d’acqua gelata. Espiri e il fiato si solidifica in una nube. Anche l’aria diventa solida, con la nebbia che fa chiudere gli aeroporti. Il gelo materializza, solidifica, rivela, al contrario, il caldo fa sciogliere, evaporare, scomparire. E poi mentre d’inverno ti puoi vestire fino a non avere più i brividi, d’estate tolti anche gli slip cosa puoi fare? Scuoiarti?
Questo penso, e mentre penso cammino più lento, così ora mi tocca rimontare sugli altri.
Don Diego si volta e urla: “Dai, siamo appena all’inizio. Muovetevi”.
Rispondono cori di “Fa freddo”, “Più piano”, “Sono stanco”, “Torniamo indietro”.
Qualche minuto dopo il sole fa capo oltre il costone della montagna. La luce si riversa nella valle, corre come acqua che ha superato lo sbarramento di una diga. Scivola sulla neve e riverbera sui cristalli di ghiaccio con lo scintillio di un caleidoscopio.
Ci fermiamo. L’apripista dice di metterci gli occhiali da sole. Obbediscono tutti, io no, apro lo zaino, ma non li trovo. Non dico nulla per paura di essere sgridato. Mi metto in fondo alla fila, tiro su il cappuccio e spero che nessuno si accorga della dimenticanza.
Dopo un’ora e mezza di cammino la pendenza si fa più lieve. Stiamo raggiungendo la cresta della montagna. Mi guardo intorno proteggendomi dal sole con le mani, vedo montagne innevate tutto attorno. Uno spettacolo che posso godermi solo per pochi secondi, c’è troppa luce.
Abbasso lo sguardo sui talloni di chi mi sta davanti e riprendo a camminare. Per tenere gli occhi aperti devo quasi a chiudere le palpebre, ma anche così le cose non migliorano.
Alle 12.20 finalmente arriviamo. C’è così tanta neve che della croce sulla cima spunta solo quella che sembra una T a testa in giù. Mentre mangio gli occhi cominciano a farmi male. È come se si stessero riempiendo di granelli di sabbia, per reagire a questi intrusi immaginari iniziano pure a lacrimare.
“Forza. Tutti in piedi che alle quattro fa già buio” intima don Diego quando qualcuno sta ancora masticando.
Ripartiamo, di nuovo in fila indiana, di nuovo lungo la cresta della montagna. Visti da lontano siamo piccole pulci a spasso sulla schiena di un maremmano addormentato.
Alle due e mezza facciamo una breve pausa. Alzo lo sguardo dalle racchette da neve appese ai miei piedi e capisco c’è qualcosa che non va. Sento le voci, i rumori, il soffio del vento, lo scricchiolio della neve, ma non vedo nulla. C’è solo il bianco. Stropiccio gli occhi, non hanno smesso di piangere e farmi male. Li chiudo e li riapro. Nulla. Pure il blu del cielo è sparito.
Non dico niente. Continuo a tacere per paura della sgridata.
Poco dopo riprendiamo la discesa. Ingoio un sorso di aria gelida, poi un altro, mi dico di stare calmo e di seguire i rumori. Uso la voce come sonar, le parole come bussole. Chiedo: “Sei stanco?”. Una sbuffata di fatica mi dà la rotta da seguire. Dopo poco mi informo: “Quanto mancherà?”, e un “Non so” più lontano mi fa curvare a destra e aumentare l’andatura. La risposta a un “Che ora è?” arriva ancora da più distante. Arranco verso quel suono, ma ora che non vedo più nemmeno i miei piedi inciampo ogni tre passi. Mi rialzo e chiedo “Ci siete?”. “Hei, ci siete?” ripeto più forte. Capisco di essere solo. Perso nella luce.
Mi fermo, mi siedo, il corpo disegna nella neve una sedia dall’ergonomia perfetta. Ho paura. Il cuore mi batte nel petto, nelle orecchie e anche all’estremità del pollice della mano sinistra con l’unghia mangiata troppo corta che mi fa male al ritmo sinusale.
Guardo nel mio universo bianco e non vedo nulla. È come nuotare in una piscina di latte.
Rimango immobile e prego. Poi, nel caso le comunicazioni divine fossero interrotte o non ci fosse campo, faccio la cosa più ovvia: urlo. Urlo con tutto il fiato.
Le grida fanno la sponda tra le pareti della valle come una pallina sui respingenti di un flipper. Per un attimo ho paura di venir seppellito da una valanga innescata dal mio stesso SOS.
Sarebbe una bella sfiga.
Ma non succede e poco dopo sento qualcuno che arriva di corsa.
Si ferma e si china su di me, chiede che cosa sia successo. È don Diego. Non rispondo. Mi abbassa il cappuccio e vede che sono senza occhiali. Mi asciuga le guance e domanda se non ci vedo. Scuoto la testa.
“Mi fanno male e non riesco più a tenerli aperti. Rimarrò cieco per sempre?” .
“No, imparerai solo una lezione che non ti dimenticherai tanto facilmente”.
“Quale lezione?”.
“Quella su cosa succede se dimentichi gli occhiali da sole durante una gita sulla neve”.
“Cioè diventi cieco?”.
“Non a caso si chiama cecità da neve”.
“Ma passa?”.
“Passa, certo che passa”.
“E ora che faccio?”
“Dammi la mano. Ti guido io”.
Arrivano tutti gli altri. Sono una specie di fenomeno da baraccone. Tutti a chiedere come sto, com’è essere ciechi, se non vedo proprio nulla.
Arrivati al parcheggio del bar don Diego si fa dare del cotone e delle bende. Bagna d’acqua due palline di ovatta e me le mette sugli occhi, usa la benda per fasciarmi, poi mi dà un’aspirina 500, quella per i grandi.
All’ospedale scopro che la cecità da neve è una cheratite dovuta all’esposizione alle radiazioni UV. La cura che mi prescrivono è una medicina naturale e senza posologia: l’attesa e l’oscurità.
Rimango bendato per un giorno intero. Per non annoiarmi chiedo ai miei genitori di leggermi tutto quello che riescono a trovare sul sole. Sì, sulla nana gialla con spettro G2V che mi ha accecato con i suoi raggi sparati nello spazio per centocinquanta milioni di chilometri.
Quando mi liberano dalle bende è notte, chiedo che accendano la luce per controllare se mi è tornata la vista. Mio padre si avvicina alla lampada da tavolo, l’interruttore ha il reostato e con un giro lento del pulsante nasce in camera un’alba alogena.
Guardo la lampadina, penso alla luce dell’universo, al buio della mia stanza e al coraggio di Icaro.
Sorrido.
“Spegnete pure, sto bene”.
Click. Luce. Click. Buio.
|