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Leonardo Nozzoli L’apparenza inganna
Cosetta non era il suo vero nome. E non era neppure un soprannome. Ma suo patrigno l'aveva sempre chiamata così: forse per pigrizia o scarsa memoria; o, più probabilmente, perché la considerava nient'altro che una piccola cosa, che aveva dovuto accettare – volente o nolente – come dote della sua donna.
“Cosetta!” – la chiamò senza alcun riguardo – “Quante volte ti ho detto che questo schifo non deve restare qua?!”
Cosetta aveva quindici anni. Studiava ragioneria con buoni risultati. Il venerdì sera – e a volte anche il sabato – dava una mano nel pub del patrigno: portava fuori l'immondizia, puliva i tavoli, preparava qualche birra, e così via. Lo faceva non certo per lui ma solo per sua madre, rimasta troppo presto senza un marito e senza un lavoro.
“Questa roba manda un odore!” – esclamò il patrigno con tono snob – “Il mio è un locale di un certo stile... Ah! Già che ci sei: butta via anche quella borsa di bottiglie vuote.”
Anche un 'grazie' finale sarebbe stato di un certo stile.
Cosetta si caricò, come al solito, di una buona dose di pazienza. Prese le due borsone – una piena di bottiglie vuote e l'altra di qualunque porcheria avanzata – e si avviò sul retro del pub.
Dalla cucina uscì Francesca, una bella ragazza bionda di circa vent'anni, studentessa universitaria: faceva l'equilibrista con due vassoi carichi di boccali, focacce e coppe di gelato.
“Dove vai?” – le chiese con un sorriso dolce conoscendo già la risposta – “Ha cominciato a piovere di brutto! Prendi il mio ombrello, laggiù, vicino alla porta: se ritorni zuppa d'acqua, lo senti Lui...”
“Grazie Francesca!” – le rispose Cosetta con un tono tra il grato e l'ammirato.
“Di che?” – chiosò la ragazza strizzando l'occhio e mostrando i suoi denti bianchissimi.
Le piaceva Francesca: era sempre sorridente. Sperava di diventare come lei, un giorno.
Aprì la porta che dava sul retro. Pioveva davvero di brutto: pioggia dritta, quasi disegnata. Imbracciò i due borsoni alla bell'e meglio. Poi prese l'ombrello e, puntando fuori, l'aprì avviandosi verso i cassonetti.
I due borsoni erano molto pesanti. I manici di plastica ci misero poco tempo per assottigliarsi sotto il peso dei rifiuti che portavano, tanto da diventare una vera e propria tortura per la povera Cosetta. Avrebbe voluto tornare indietro, chiedere aiuto. Ma la faccia e le urla del patrigno non erano certo una gran prospettiva.
Prese coraggio e, ancheggiando goffamente, s'incamminò verso i cassonetti.
C'era poca luce nei vicoli dietro al locale. Una luce opaca, quasi untuosa. Ogni tanto, tuttavia, un fulmine balenava nell'aria spargendo tra quelle strade anguste un nitore intenso, bianchissimo.
La cosa, però, non tranquillizzò la ragazzina. Anzi. I fulmini, infatti, scattavano fotografie tutt'altro che rassicuranti.
Un ubriaco, in ginocchio e con le mani poggiate per terra, era alle prese con gli effetti di una sbornia colossale. I conati lo facevano sobbalzare in avanti con una curiosa intermittenza, mentre il vomito gli accarezzava le dita.
Alcune scatole di cartone, in un angolo, si muovevano come fossero vive. E, ogni tanto, la testa arruffata di un inquilino assonnato spuntava tra le scritte 'Alto' e 'Fragile'.
In un altro angolo, una prostituta appesa al muro si sforzava di miagolare piacere; mentre il suo ultimo spasimante ondeggiava avanti e indietro cercando di dimostrarsi la propria virilità.
Cosetta rabbrividì, ma quel tremore sembrò darle la carica per accelerare i suoi piccoli passi. In men che non si dica – ed evitando di guardarsi attorno – arrivò al suo obiettivo, che in quel momento dovette sembrarle la più confortante delle visioni.
Giallo. Verde. Blu. I cassonetti sembravano aspettarla con le loro divise colorate. “Ultimo cliente!” – parvero esclamare – “Poi si chiude!”. Erano colmi e stracolmi, con sacchetti rimasti fuori come aspiranti spettatori di una prima teatrale particolarmente attesa. E non poteva essere altrimenti visto che la giornata volgeva ormai al termine.
Cosetta gettò via la borsa con le bottiglie di birra – quella più pesante. Quindi, si passò la seconda da una mano all'altra, e la scaraventò nel bidone della non-differenziata.
“Chissà se esiste un cassonetto anche per i patrigni brutti e antipatici?” – pensò la ragazzina tra sé e sé. Ma ben presto si convinse che, nel suo caso, si trattava di un patrigno decisamente non riciclabile.
Poi, senza alcun preavviso, un fulmine cadde con una violenza inaudita. Gracchiò secco, affilato: era vicinissimo. Smise di piovere, come se quella scarica elettrica avesse spaventato anche il cielo. Anche tutte le luci si spensero in un attimo. In tutto l'isolato. E in tutti quelli vicini.
Tutta la città doveva essere al buio.
Ogni cosa era nera intorno a Cosetta. Nessuna scintilla o fiamma di candela o luce di torcia elettrica sfavillava per dare un punto di riferimento. Anche il temporale pareva evaporato: oltre alla pioggia, infatti, anche i lampi si erano improvvisamente dileguati.
Cosetta si girò a destra e poi a sinistra. Si guardò indietro e poi di nuovo avanti. Ma niente. Ogni lato era identico al precedente. Gli stessi concetti di destra e sinistra, davanti e dietro, erano diventati un vago ricordo: archeologia semantica.
Forse acuiti da quel senso d'impotenza degli occhi, gli altri sensi si fecero più robusti, addirittura prepotenti.
In pochi istanti, le narici di Cosetta si riempirono di odori che, fino a quel momento, avevano scrupolosamente ignorato. Odore di alcol, di vomito, di urina. Odore di umido e di rancido. Odore di buio.
Tra i vicoli cancellati dall'oscurità, echeggiarono sussurri e grida. Qualche bestemmia disarticolata. I sospiri affaticati di un orgasmo imminente. Il fruscio levigato di una bottiglia vuota sui sampietrini.
Cosetta ebbe paura. Paura delle ombre adesso nascoste in quell'inchiostro straripante. Paura dei rumori senza profilo che rimbalzavano da ogni parte. Paura di non saper distinguere un aiuto da una minaccia, un amico da un nemico.
Poi le sembrò che qualcuno la sfiorasse – anche se non riuscì a capire in che parte del corpo. Ma forse era la sua piccola anima che si sentiva toccare.
D'istinto si mosse in una direzione, la prima che le venne in mente – tanto non avrebbe fatto alcuna differenza. Inciampò dapprima in un oggetto indefinito. Poi calciò senza volere qualcosa di stranamente inconsistente. Infine il suo piede sciabordò in una pozza di chissà che cosa.
Le pareva di stare in mezzo ad un girotondo di bambini crudeli.
Decise allora di fermarsi. Chiuse l'ombrello. Lo scosse ripetutamente. Quindi, rivolgendo la punta difronte a lei, ricominciò ad avanzare lentamente, come un cavaliere di Re Artù impegnato nella ricerca del Graal.
Aveva ancora paura, ma non voleva più restare lì.
Ad ogni lieve sussurro o fruscio, agitava la sua arma da una parte e dall'altra. E intanto avanzava. Lentamente ma avanzava. Aggrappata a quell'ombrello nel quale si concentrava tutto il suo coraggio.
Poi qualcuno – o qualcosa – le fece cadere l'ombrello. Fu un attimo. Forse un'altra anima in pena che vagava in quell'oceano senza luce, e che l'aveva urtata per sbaglio. Oppure no. Forse quel gesto era stato assolutamente intenzionale. Ma chi poteva avercela con lei fino a quel punto?
Cosetta si chinò e, tastando nel niente in preda all'agitazione, cercò di ritrovare la sua preziosa reliquia. Ma nulla: soltanto il buio.
Cosetta ansimava adesso. Piangeva e singhiozzava. Pregava: “Mio Dio! Mio Dio!”. Ma, forse, neanche Dio poteva vederla in mezzo a quel nero senza spiragli.
Se solo qualcuno, nel pub, si fosse accorto della sua assenza e fosse uscito a cercarla: sua madre, Francesca, qualcun altro... Anche il patrigno – sì, perché no?! In quel preciso istante, la voce roca di quell'uomo le sarebbe stata piacevole come un coro di angeli...
Proprio mentre questi pensieri le volteggiavano nella testa, d'un tratto una mano ruvida ma gentile prese la sua, ancora tremante. E la tirò su, con forza e delicatezza.
Per qualche istante Cosetta non provò niente, rassegnata al male così come al bene: chiunque fosse il proprietario di quella mano, sentiva di non potergli resistere in alcun modo. Quindi si lasciò andare. Semplicemente.
Poi i suoi occhi si alzarono a guardare in alto. Una splendida luna piena si stava facendo spazio in un cielo finalmente sereno. Una luce densa colò come miele nella strada. Accanto a lei, una figura nera si stagliava altissima: la faccia rugosa, la barba incolta, gli abiti sdruciti. Un cappello nero, sudicio e spiegazzato, incoronava una testa comunque orgogliosa. E le conferiva un'aria profondamente rispettabile.
Cosetta riprese un po' di vigore: sentiva di potersi fidare. O, perlomeno, ci sperava.
Poi, dietro di lei, apparvero in sequenza innumerevoli ombre, disposte con ordine l'una accanto all'altra.
Riconobbe la voce di Francesca e quella della madre – della quale intuì un sorriso affettuoso. Quindi vide il patrigno ed ebbe un piccolo tremito. Ma durò un battito di ciglia: anche lui le sorrideva adesso.
La luna divenne sempre più luminosa – abbagliante – finché non si trasformò in un potente riflettore puntato su di lei. Subito appresso, infinite luci si accesero tutte insieme, dando il via ad un fragoroso applauso.
Davanti a lei, vide una platea e una galleria gremite in ogni ordine di posto. Tutti in piedi ad applaudire, a chiedere un bis, a gridare “Bravi!”.
Guardò di nuovo alle sue spalle e riconobbe gli attori. Poi, si voltò di nuovo verso quella figura accanto a lei. La sua piccola mano in quella così grande, che l'accompagnava in un inchino davanti al pubblico.
Poi ancora indietro e ancora avanti, in un nuovo inchino. E poi un altro ancora. E ancora.
Cosetta non aveva più paura.
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