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Simone Lisi Il tifone ovvero breve storia dei coinquilini di Joseph
Faccio questa cosa con Vanni Raul.
Chi è Vanni Raul? Vanni Raul è il mio coinquilino complottista. Ultimamente ha un po’ smesso con questa cazzata dei complotti, tutto il giorno in camera a leggere dell’undici settembre, scie chimiche, massoneria, ecc. e poi in cucina a pontificare su noialtri che viviamo nell’oscurità e non sappiamo niente di come va il mondo. Io non avrei proprio niente contro Vanni Raul: è solo che non sopporto che si rivolga a me, perché ci sono solo io, come se fossimo una moltitudine, come se io fossi l’umanità. Dice proprio così: «Voialtri dovreste aprire gli occhi. Dovete smettere di vivere nella menzogna». E io allora stancamente gli rispondo che sì, che in effetti noialtri viviamo nell’oscurità e che non capiamo niente di come va il mondo e della vera realtà delle cose, ma che siamo un attimo occupati, tutti quanti noi, che per l’appunto stiamo leggendo un libro, di Conrad, e ci piace molto, e non vorremmo essere disturbati. Ma questo da un po’ non succede più perché ultimamente Vanni Raul ha lasciato perdere i complotti e si occupa di ipnosi. Giorni interi chiuso in camera a leggere roba su internet: uno stato di autismo che mi fa un po’ preoccupare, ma ormai lo conosco e passerà anche questa.
Va bene. Allora faccio questa cosa con Vanni Raul, perché dopo un po’ è uscito dalla stanza ed ha bisogno di una cavia. Si rivolge dunque a noi umani chiedendoci se abbiamo un qualche ricordo traumatico che vogliamo rivivere in trance. Francamente noi faremmo anche a meno, rispondiamo. Ma poi insiste, la butta sulla sfida e allora faccio questa cosa, perché non resisto alle sfide o perché sono un po’ autistico anche io, insomma anche noi. O forse perché in effetti un ricordo traumatico ce l’abbiamo, ce l’ho, e perché non credo a niente di quello che mi dice Vanni Raul e voglio che tutta questa stronzata finisca, i complotti, la lettiera merdosa del gatto, le bollette dell’Eni, e ora anche l’ipnosi. Me ne devo andare da questa fogna. Allora ci mettiamo in cucina, una sedia davanti all’altra. Lui parla con un tono di voce basso e pacato e io un po’ lo ascolto e un po’ continuo a pensare sempre la stessa cosa: coglione. Finisce che sono in questa stanza che è la mia mente, c’è uno schermo e io devo pensare al mio ricordo come se fosse proiettato su quello schermo.
Sono bambino. Sono su una spiaggia con mio padre. Sono un bambino felice, normale, forse un po’ triste, ma normale e me ne sto su questa spiaggia della Puglia con mio padre. Però il tempo cambia all’improvviso, si alza un vento dal mare e arrivano delle nuvole che non c’erano un attimo prima. La gente non se ne cura e noi nemmeno. Però poi si fa buio, sempre così, dal niente, quasi a caso. E la gente e noi ci facciamo caso. E a questo punto, ecco la cosa vera: dal mare compare qualcosa, è piccolo al principio, ma cresce. Si avvicina verso di noi. E’ una tromba d’aria. La gente urla, l’uragano. Io non ho paura però, perché sono di quei bambini coi genitori separati che già ne hanno viste di tutte, le liti notturne, i nuovi amori, il mondo non è un posto rassicurante, il mondo è un posto ostile e non si sa mai che cosa può succedere da un momento all’altro. Non ho paura perché c’è mio padre. Vanni Raul mi interrompe:
«Te lo chiami?»
«Certo che lo chiamo, Vanni, sono un bambino, ho paura, e allora lo chiamo e gli chiedo cosa sta succedendo e che cosa facciamo»
«E come lo chiami?»
«Lo chiamavo il Comandante. A lui piaceva e anche a me. Eravamo lì in campeggio e c’era questa stronzata padre-figlio dell’essere una sorta di squadra. Quelle cazzate lì»
«Va bene, continua».
E io allora continuo. Tutti corrono e allora corriamo anche noi. Comincia anche a piovere e noi arriviamo alla tenda sotto gli alberi del campeggio, davanti la nostra macchina. Lui mi fa salire in macchina, mi dice qualcosa che non ricordo.
«Vuoi che ti faccia ricordare cosa ti ha detto tuo padre?»
«No, voglio finire di raccontarti sta storia, se mi lasci parlare»
«Non ti devi opporre all’ipnotizzatore, così ostacoli il fluire della trance»
«Sì, va bene Vanni. Vorrei solo dirti come è finita la storia».
E’ buio ora, dentro la stanza buia che è la mia mente. Ed è buio anche lo schermo su cui dovrebbe proiettarsi il mio ricordo. Ma io lo so che sono sempre quel bambino dentro la macchina, che guarda tutta la scena dai finestrini, e ancora le gocce di pioggia che si uniscono al sudore freddo che cola nella canottiera. Vorrei divagare, parlare di quella canottiera di un io bambino. Me la ricordo celestina o forse color pesca, uno di quei colori pastello che fanno così infanzia al mare. Una di quelle canottiere con sopra disegnato un elefante, con la corona, disegnato sempre con dei colori pastello.
«E che vedi adesso?»
«Vedo il Comandante».
Il Comandante si dibatte tra il vento e gli scrosci di pioggia. Il tifone è vicino. La pineta squassata, alberi che cadono, e lui si ostina a rimanere lì fuori, per reggere la nostra canadese –care tende dei tempi passati– per far sì che non sia trasportata via dalla tromba d’aria. Io forse un po’ urlo, certamente piango. Il Comandante ha altro a cui pensare, lotta contro gli elementi e io penso, per un momento, che non ha senso niente e che gli servirebbero quattro braccia, come Shiva, e la mole di un elefante, quello della mia canottiera, per far sì che la canadese e lui stesso non siano portati via dal vento. Ho le mie mani da bambino appoggiate ai finestrini, mani piccole e tozze, mani senza graffi, senza i calli, senza i tagli e le cicatrici di oggi. Vorrei ancora divagare, parlare delle mie mani sullo schermo che è ancora nero, e a tratti illuminato dai lampi, e la faccia contratta del Comandante con la sua maglietta da fricchettone Think Pink, California. Le mie mani sullo schermo nero nella stanza nera che è la mia mente.
«Smetti di cazzeggiare sulle tue mani di bambino. Che hai fatto dopo?».
«Eccheccazzo Vanni, sono ipnotizzato. Un attimo. Che ho fatto dopo? Ora te lo dico: dopo sono uscito dalla macchina».
Apro la portiera, con le mie piccole mani da bambino, quelle mani paffutelle, che ancora non hanno conosciuto i lavori umilianti, gli acidi corrosivi per pulire i bagni dei teatri, non hanno le cicatrici dei bicchieri rotti ad asciugarli dopo ore di lavoro nelle osterie di periferia, quelle mani di bambino che hanno visto solo la sabbia.
«E basta con ’sta cazzata delle tue mani di te bambino! Niente. L’ipnosi non è riuscita. Ti sei opposto all’ipnosi e per questo non ha funzionato. La prima regola dell’ipnosi è che uno deve voler essere ipnotizzato. Se ci si oppone, non riesce».
«Stronzate. Sei te che non sei in grado. Credi che basti un corso di ipnosi su Youtube per saperlo fare. Pensi che i blog che leggi su internet abbiano un valore di verità o attendibilità minimamente superiore a quello che leggiamo sui giornali? Non pensi che sarebbe il caso di lasciar perdere la situazione in Iran e rivolgere la tua attenzione alla lettiera di Amy Forster?».
Allora mi alzo dalla sedia e si alza anche lui. Bevo dell’acqua e accendo una Camel gialla al fornello ché gli accendini della casa spariscono come risucchiati dai buchi neri di cui parla, a volte, Vanni Raul.
Poi gli chiedo scusa. Gli dico che in fondo della merda del gatto non me ne frega niente, che ha ragione, ci sono cose più importanti.
«Hai ragione te, sai. E’ stato orribile quello che hanno fatto al Cucchi. E Pier Paolo aveva già capito tutto trent’anni fa».
Gli offro una sigaretta, e questo è il modo in cui di solito faccio la pace con Vanni Raul.
«Ma com’è andata a finire la storia del Comandante?»
«Niente. Io sono corso da lui. Lui mi ha sorriso e mi ha detto che il peggio non arriva mai tutto insieme»
«E che vorrebbe dire?»
«Che per illuminare quella storia mi ci sarebbero voluti quindici anni, penso».
E per rielaborare questo presente almeno il doppio.
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