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Massimo Branda
Milo, il ragazzino solo

Mentre Ratko lo aspettava al bar del Balôn, Milo doveva recuperare i soldi rubati nel pomeriggio a Porta Susa, nascosti dietro la vaschetta del cesso del bar della stazione.

Il ragazzo attraversò il mercato di Porta Palazzo, lanciando un’occhiata distratta ai banchi della frutta che stavano smontando in quella sera invernale. Oltre alla nebbia, era ormai sceso il buio. Passato Corso Regina, Milo imboccò Via Milano, sentendosi vincere da una certa inquietudine. Mentre camminava stringeva nella mano il cellulare, facendo risuonare i tasti.

Più avanzava, più nebbia e buio s’infittivano. Ad un tratto incrociò Lucio, il volontario del Sermig che aveva conosciuto al dormitorio dell’Arsenale della Pace. Questi lo riconobbe e si chiese dove stesse andando così di fretta e spaurito quello scricciolo d’uomo.

Milo prese per via San Domenico, stretta e buia. Solo da qualche finestra filtrava un poco della luce lampeggiante di un televisore. C’era gente che già a quell’ora cenava, mentre i locali del quadrilatero si andavano riempiendo del popolo dell’happy hour, desideroso di dimenticare in fretta la giornata di lavoro. Milo pensò alle famiglie radunate attorno al tavolo col televisore acceso, che cenavano guardando il telegiornale, una situazione di cui lui non aveva esperienza diretta; quell’immagine gli diede calore, lo rassicurò, per un attimo buio e nebbia furono trafitti da un raggio di luce. Tuttavia, mano a mano che procedeva, il suo passo rallentava. Quand’ebbe svoltato l’angolo di Corso Valdocco, Milo si fermò. Più si avvicinava alla stazione, più aumentava la sua paura.  Il ragazzo mise in tasca il cellulare, affondò la mano nei capelli e cominciò a grattarsi lentamente la testa, col gesto tipico dei bambini impauriti e indecisi. Il corso era quasi deserto e totalmente immerso nella nebbia color orzata. Guardò con disperazione quell’oscurità bianca dove non c’era più nessuno, dove c’erano solo auto, dove forse c’erano fantasmi. Guardò bene, e sentì vetture che si muovevano, e vide distintamente i fantasmi che si spostavano tra gli alberi del viale. Riprese in mano il cellulare, la paura lo rese audace.

«Bah!» esclamò, «dirò a Ratko che c’era troppa polizia».

Fece dietrofront.

Aveva fatto solo pochi passi che si fermò di nuovo e ricominciò a grattarsi la testa. Adesso era Ratko a comparirgli davanti; l’odioso Ratko, con la sua bocca di iena e gli occhi lampeggianti di collera. Il ragazzino lanciò un’occhiata sconsolata davanti a sé e poi alle proprie spalle. Che fare? Come comportarsi? Dove andare? Davanti a lui lo spettro di Ratko, dietro di lui tutti i fantasmi del viale e la paura della polizia. Arretrò di fronte a Ratko e riprese la strada verso Porta Susa, mettendosi a correre. Percorse a perdifiato un bel pezzo di Corso Palestro, entrò in via Bertola, non guardando più nulla, non sentendo più nulla. Smise di correre soltanto quando gli mancò il fiato, ma continuò a procedere. Andava avanti, perso.

Aveva voglia di piangere.

Il fremito notturno della città immersa nella nebbia l’avviluppava tutto. Non pensava più, non vedeva più. Da una parte, tutto il niente; dall’altra, uno scricciolo, un atomo.

Ormai era vicino alla meta, mancavano poche centinaia di metri. Milo conosceva bene quelle zone, le aveva battute un sacco di volte mendicando e rubacchiando, ma sempre e soltanto di giorno, con la luce, senza quella maledetta nebbia. Non ne aveva mai vista una così, neanche a casa sua, vicino a Srebrenica, dove Ratko lo aveva comprato dai rapitori che l’avevano sottratto dall’orfanotrofio dove era cresciuto per portarlo in Italia, nascosto nel bagagliaio di una Mercedes reperto storico, dove aveva rischiato di morire soffocato dai gas di scarico di quel diesel dalla marmitta bucata. Da allora, erano state solo botte e minacce, minacce e botte. Tutto il giorno sulla strada ad elemosinare trascinando una gamba o ad infilare le mani nelle borse delle signore sui mezzi e nell’atrio della stazione. Tante volte era riuscito a scampare per un pelo alla cattura grazie alla sua velocità di corsa. Ma, poi, quando ritornava da Ratko, erano comunque botte, non era mai soddisfatto del bottino della giornata.

Capitava spesso che la notte si fermassero a dormire all’Arsenale, dove recitavano la parte del padre e figlio che avevano perso moglie e mamma in uno scontro etnico al paese. All’Arsenale, Milo aveva conosciuto quell’omone di Lucio, giovane ed enorme, ma così dolce e rassicurante. Lucio aveva capito che c’era qualcosa che non andava nel rapporto tra quell’uomo dal muso di tagliagole e quel bambino impaurito. Si era ripromesso di andare più a fondo, ma era sempre mancata l’occasione.

Ad un tratto, Milo scorse delle persone in uniforme, si fermò spaventato. Si accorse poi che si trattava di un gruppo di carabinieri ausiliari della vicina caserma Cernaia. Si rincuorò, aveva imparato a riconoscerli ed a ritenerli inoffensivi.

Da via Bertola svoltò a sinistra, sotto i portici di Corso San Martino. Finalmente si vedeva qualcosa, e il ragazzo prese coraggio. Attraversò il piazzale di fronte alla stazione, dribblando un paio di autobus fermi. La nebbia tornò fittissima. Era in un momento di tensione tale che le sue forze s’erano triplicate. Mentre correva a tutta, Milo non si accorse che il telefonino gli cadeva dalla tasca. Non lo vide e non lo udì cadere. Giunto davanti all’ingresso della stazione, si sentì stremato dalla stanchezza. Avrebbe voluto andarsene subito, ma doveva assolutamente recuperare quel fagottino e poi squagliarsela, tornando da Ratko.

Milo non perse tempo a riprendere fiato. Passò un paio di volte davanti all’ingresso del locale per controllare che fosse sicuro. Il bar di Porta Susa era il più triste che avesse mai visto, stretto e lungo, con una luce bianca al neon. La scena, dentro, era più desolata di un quadro di Hopper. Il barista, in piedi dietro al banco, fisso su di un televisorino che trasmetteva un reality. Dall’altra parte del bancone, un uomo ed una donna sulla trentina, che apparentemente non si conoscevano.

Milo entrò, cacciò fuori le monete per comprare un pacchetto di gomme da masticare e poi chiese di poter andare al bagno.

Mentre vi si dirigeva, con la coda dell’occhio vide il barista fare un cenno del capo ai due avventori.

Fu un attimo: Milo si girò e cominciò a correre verso l’uscita, scartando l’abbraccio della donna che gli gridò: “fermo, polizia!”. Uscì nella nebbia, e cominciò a correre in direzione del Rondò della Forca, ingoiato dalla nebbia. Rischiò di essere investito da una vettura a clacson spiegato, arrivò al marciapiede di destra, svoltò in via Juvarra, dove riuscì ad entrare in un portone lasciato aperto. Chiuse il battente dietro le sue spalle e restò, ansimante, ad ascoltare quel che succedeva fuori. Dopo qualche secondo, sentì dei passi di corsa, che andarono oltre.

Chiuse gli occhi, poi li riaprì, senza sapere perché, ma non potendo fare altrimenti.

Aprì il portone e uscì in strada, il cielo era ancora nascosto da quel fumo di latte. La maschera della nebbia pareva chinarsi vagamente su quel bambino. Milo guardava con occhi persi una luce gialla attorno alla quale ondeggiava un’aureola di caligine. L’umidità entrava nelle ossa.

Senza rendersi conto di ciò che provava, Milo si sentiva preda di quella marea lattea. A sopraffarlo non era più soltanto il terrore, ma qualcosa di ancor più terribile del terrore. Rabbrividiva. Mancano le parole per dire cos’aveva di strano quel brivido che lo raggelava sino in fondo al cuore. Il suo sguardo era diventato truce.

Allora, per una sorta d’istinto, per uscire da quello stato singolare che lui non capiva, ma che lo spaventava, cercò la tastiera del cellulare, per sentire i suoi bip rassicuranti. Non lo trovò e allora mise a contare ad alta voce: uno, due, tre, quattro, fino a dieci, e, quando ebbe finito, ricominciò. Ciò gli restituì la percezione reale delle cose che la circondavano. Sentì il freddo. Gli era tornata la paura, una paura naturale e insormontabile. Aveva un solo pensiero in mente, adesso: scappare; scappare a gambe levate, fino all’Arsenale. Il suo pensiero tornò però a Ratko, alle botte che avrebbe preso presentandosi a lui senza i soldi. Lo spavento che gli infondeva Ratko era tale che pensò quasi di tornare al bar della stazione, per cercare il fagottino.

Tornò a tremare, fece a quel modo una dozzina di passi verso Porta Susa, per poi girarsi ed avviarsi verso Porta Palazzo. Ciò succedeva nel cuore di una città, ormai notte, nella nebbia invernale, lontano da ogni sguardo; lui era un bambino di undici anni. Soltanto Dio in quel momento lo vedeva.

E, forse, i suoi genitori.

Ansimava con una specie di rantolo doloroso; singhiozzi gli serravano la gola, ma non osava piangere per quanto grande era la sua paura di Ratko, anche a distanza. Era abituato a immaginare che Ratko gli fosse sempre accanto.

Ora Milo procedeva lentamente. Pensava con angoscia che Ratko l’avrebbe picchiato, ammazzato di botte. Quell’angoscia si mescolava allo spavento d’essere solo. Era morto di stanchezza ed ancora lontano.

Ad un tratto, non sentì più paura, e fu pervaso di calore. Una mano, che gli parve enorme, gli si era posata sulla spalla. Lui alzò la testa. Un’alta figura nera, dritta ed eretta, gli camminava accanto nella nebbia, stringendolo a sé e porgendogli il suo cellulare. Un uomo che era arrivato alle sue spalle senza che Milo se ne accorgesse. Lucio, senza dire una parola, lo abbracciò, trasmettendogli un calore fino ad allora sconosciuto. Fu luce.