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Isabella Borghese Uno noto ma Sconosciuto
“Francese, lei è francese si capisce dall’accento – proferiva concitata Rachele allo sconosciuto mentre lei era intenta nel riempire un fondo con le lasagne al pesto -. Anche io, sa – proseguiva senza concedergli modo e tempo di intervenire - …no, no, non che io sia francese… ma sto prendendo il diploma al Saint Louis de France”.
“Non me ne frega un cazzo. Non me ne frega un cazzo, capito?”, rispondeva lui accentuando quella erre moscia quasi a renderla dura e assolutamente riconoscibile.
Lo Sconosciuto, secco e deciso, metteva fine al dialogo con quelle parole.
Lei, silenziosa e basita, si ritrovava immobile.
Ricadeva nell’espressione di chi vive nel dubbio e non capisce se ha afferrato le parole sbagliate o se il rimanerci di stucco evidentemente non rappresenta altro che lo stato più appropriato alla situazione.
C’è da dire che Rachele e lo Sconosciuto non sapevano nulla l’uno dell’altra.
Non si conoscevano affatto, ma si erano ritrovati dentro quella grande sala, da soli, davanti al buffet di una festa di matrimonio.
Rachele non sapeva neanche chi fossero gli sposi. A quella festa lei, infatti, accompagnava Gabriele, il suo coinquilino.
E lo Sconosciuto… di lui non era chiara la provenienza. Non si sapeva se fosse un vero invitato, un familiare, un conoscente o uno capitato per caso, quasi come lei.
A Rachele questo non era chiaro, né importava del resto.
Lui poi con nonchalance afferrava il suo fondo e ripeteva le gestualità che poco prima erano state di Rachele: rimpinzava il suo piatto di lasagne al pesto.
Lei invece era ancora lì, sempre senza parole e basita.
E rifletteva che proprio poco prima si era diretta verso il dj, rintanato nell’angolo della sala, tra le casse e il banco con la porchetta, a chiedere il menù musicale per la festa… Lei sperava nel rock dei Cure, o i Joy Division… ma lui, frettoloso e strafottente, “Non lo so!”, le aveva risposto, “poi ci penserò”.
Da quella festa una persona qualsiasi, piombata lì soprattutto per caso, ne sarebbe scappata.
Ma Rachele no.
Rachele, superato l’impasse del momento, preferiva scappare dalla sala e dileguarsi in terrazza a godersi l’aria del Circo Massimo e riemergere così da un incontro che in qualche modo l’aveva paralizzata. Soltanto Dio in quel momento vedeva quella triste cosa.
Lo sbattere delicato ma percepibile dei sette centimetri a cono teneva il passo come se per lei fosse una compagnia vestita di distrazione. Il vociare degli invitati aleggiava nell’aria come una presenza sconosciuta e quasi irrilevante. I fazzoletti di carta rossa, sporchi, stropicciati e poi gettati nella spazzatura ricordavano la sofferenza, quando è muta. Le forchette argentate ma solo nel colore reclamavano una bellezza plastica, finta, ma facevano la sua figura lo stesso.
Gli occhi di Rachele, d’improvviso, sembravano volerla distrarre a tutti i costi e lasciarla soffermare anche su un volto affascinante come Sergio Castellitto. Il volto di quell’uomo scompariva tra gli odori di un rosso scarlatto, la destra c’era invece a ricordare nella lunghezza d’unghia femminile, la mano di un chitarrista. Un completo rigorosamente nero rendeva quell’uomo elegantemente classico. Come piaceva a lei.
I calici vuoti di Nero d’Avola e Greco di Tufo sul banco del buffet in terrazza erano storie già raccontate a quella notte, tra il tanfo disgustoso di cicche spente, baci rubati ai primi accenni di questa primavera o promessi ad amanti festose, impazienti e insaziabili. Ma per Rachele il pensiero di quanto accaduto pochi istanti prima davanti al buffet conservava invece il difetto e la forza di un chiodo fisso.
Sembrava quasi non trovare via di uscita.
La vista dopotutto non poteva vincere sul pensiero.
Rachele a quella festa d’improvviso era ricaduta in uno stato di allerta che inizialmente non riusciva bene a qualificare e identificare, ma non aveva nulla a che vedere con la paura. Lei in quel “Non me ne frega un cazzo” di pochi minuti prima, gridato e rabbioso, aveva riconosciuto una situazione di pericolo che le era familiare.
E la familiarità non può far paura. Tutt’altro. La familiarità invita alla comodità e prende distanze nette dal disagio. La familiarità è lo stato più comodo in cui ci si può ritrovare.
Accoglie, protegge, permette di credere che per quanto si possa aver paura, tutto, ma proprio tutto sarà sempre sotto controllo. Non c’è da temere nulla.
Perché allora lo Sconosciuto riportava Rachele a questo stato? Cosa aveva riconosciuto Rachele in quelle parole pronunciate con tanta rabbia e toni violenti e quasi minacciosi?, da farle supporre che l’unico spazio considerevole di quella festa fosse ormai la dimensione della distanza tra lei e lui.
In quel balcone pochi momenti dopo si affacciava anche lo Sconosciuto. Lui non si perdeva in nulla.
Rachele se ne accorgeva subito e tentava di distrarsi da lui soffermandosi sul bel mezzo di una conversazione di due persone, una donna e un uomo.
Lui a tre quarti non era che un completo blu gessato, con sciarpa bianca e voce squillante, quasi fastidiosa.
Lei invece avvolta in una splendida seta terra bruciata di un vestito a casacca con margherite colorate lasciava cadere l’attenzione su un paio di occhiali da sole peraltro ben visibili e inopportuni per la serata.
“…E quando sei uscita?”, si informava il blu gessato.
“Da dieci giorni circa. Per fortuna è andato tutto bene”, rispondeva la splendida seta terra bruciata.
“Cara, dovrai fare dei controlli?, immagino la paura che hai avuto però”.
“Sì certo. L’orrore più grande è stato temere di non poter più vedere i miei figli”.
“Mio dio tesoro!, quelle splendide creature! Non farmi pensare a questo… e, piuttosto, dimmi!, col caffè, com’è finita?”
La splendida seta color terra bruciata scoppiava in una breve risata.
“Eh, - continuava poi - ho fatto un fioretto a vita. Avevo così paura di perdere la vista che alla fine l’ho dovuto prolungare. Me ne sono concessa uno solo per un giorno al mese. La domenica per l’esattezza”.
“U-NO e per una domenica al mese?, e per sempre?”, il blu gessato sembrava assai esterrefatto.
“Sì. Per tutta la vita. È strano, sai, come…”
“Cosa?”
“…non avrei mai pensato di poter rinunciare al caffè, e invece… succede l’impensabile e incredibilmente riesci anche a convincerti che se rinunci al caffè non perderai la vista e avrai per sempre la possibilità di vedere i tuoi figli crescere…”
La risata conclusiva di seta terra bruciata, sospesa tra l’incredulità e l’illusione, andava a miscelarsi con quella più acuta e metallica di blu gessato.
La paura fa miracoli. Forse sì rifletteva Rachele. O forse no pensava un attimo a seguire. Rachele non aveva le idee ben chiare. Non sapeva se la paura fa miracoli. Gli uomini le cose non le sanno a priori. Dev’esserci sempre qualcosa o qualcuno che gliele insegna. Rachele sapeva che alcune paure possono essere familiari. E se sono familiari significa che ci si può vivere. Che la dimensione della propria vita ha quelle caratteristiche. Ci si plasma sulle paure e come ci si plasma l’uomo si abitua a certi stati d’animo trovando il perfetto equilibrio. E in quel momento le paure diventano parte integrante della propria vita. Sembra difficile poterne far a meno quanto per molti può risultare faticoso capirlo. Ci si mette anni a trovare equilibrio nelle paure, tuttavia quando diventano parte della propria vita se non si affacciano quotidianamente quel senso di equilibrio sembra venire a mancare.
Sembra crudele, disumano, eppure non manca di verità.
Lo Sconosciuto nel frattempo si era seduto comodamente su quella poltroncina di plastica. Rachele si era soffermata sulla seta marrone terra bruciata e sul blu gessato, sì, con quel sentore d’allarme di prima che la teneva comunque in tensione e lo percepiva chiaramente nel cuore che sembrava strozzarla, negli arti paralizzati e nel desiderio continuo di fare respiri grossi per trovare la tranquillità di quando aveva fatto il suo ingresso a quella festa. Ma la presenza sconosciuta che conservava qualcosa di noto e che si affacciava tra i due corpi parlanti diveniva uno sguardo insistente che da Rachele non trovava la via della distrazione. La seta marrone terra bruciata continuava a disquisire con il blu gessato. Rachele si era già persa. Non sapeva più di cosa stessero parlando quei due. La vista di lei restava intrappolata dalla lingua dello Sconosciuto che con lentezza ma intenti chiari o quanto meno facilmente fraintendibili si muoveva seguendo le sue labbra e mantenendo su di lei quello sguardo fisso e minaccioso, provocatorio. Quello di prima.
Una volta, molti anni prima Rachele ricordava d’improvviso, il padre si era ubriacato davanti a lei, perso in una di quelle sbronze che incattiviscono, che mischiate all’effetto degli psicofarmaci creano effetti collaterali paurosi. Rachele e il padre si trovavano a un pranzo in una trattoria sconosciuta in un posto dimenticato da dio e ricordato solo dal Bambin Gesù. Doveva essere Palidoro. Il padre aveva costretto Rachele a quel pranzo fuori porta perché voleva avvicinarsi al mare e perché evidentemente la testa e l’alcool della mattina non avevano saputo suggerirgli niente di meglio. E la madre di Rachele non aveva detto nulla. Doveva essere molto stanca lei. Terribilmente. Rachele aveva provato a farlo desistere, sì, aveva messo saggezza e verità nelle sue parole… Ma dove te ne vai, con quella macchina, non vedi che sei ubriaco! È pericoloso. Una perdita di tempo. Niente di più. In cuor suo poi aveva pensato che far mettere in viaggio il padre da solo sarebbe stato un atto di irresponsabilità. E così che poi hanno raggiunto quella trattoria. Lui mangiava spaghetti alle vongole e beveva vino bianco, ancora. Lei aveva lo stomaco chiuso, tuttavia per ingannare il tempo aveva scelto una caprese: e lì dentro ci lasciava cadere la vista e giocherellava con la forchetta, tagliava quadratini di bufala e pomodoro. Si vergognava. Molto. I ristoratori e le altre persone ogni tanto lanciavano occhiate curiose al loro tavolo. Tutto bene?, chiedeva qualcuno. Cosa cazzo vuoi?, rispondeva il padre. Rachele si faceva piccola, se poteva si sarebbe scavata una fossa. Aveva persino perso le parole, lei.
Lui se ne sbatteva e cominciava a guardare una donna che sedeva in un tavolo dietro Rachele. Tirava fuori la lingua, se ne fregava di tutto, di tutti, della figlia prima di ogni altro.
Rachele allora si alzava, prendeva la vergogna con sé, lasciava che lo sguardo fisso in terra le indicasse la direzione dell’uscita, la caprese ancora nel piatto che invece chiedeva solo di esser svuotato, Ti lascio al tuo teatrino!, proferiva, ti aspetto in macchina. Lui, Non me ne frega un cazzo, rispondeva. Secco e deciso.
Rachele se ne andava a cercare la strada che l’avrebbe rimessa sull’Aurelia. Piangeva e la luce del sole allora non era più così raggiante e speciale. Si faceva appannata e spenta, allora alzava il pollice sinistro e scappava. Scappava con un uomo. L’uomo che per anni di tanto in tanto avrebbe sentito per un senso di gratitudine e riconoscenza che conserva dell’eterno. Poi quell’uomo è morto. Certi uomini quando nascono e muoiono così, in pagine come queste… chissà se sono esistiti davvero o se è semplicemente il bisogno di salvezza a reclamare la loro esistenza. Chissà.
In questo ricordo improvviso, presentatosi a Rachele come fosse un flashback, lei riscopriva quel senso di allerta che la divorava con decisione da quando si trovava davanti al buffet.
Lo stato di allerta provocato dallo Sconosciuto. Per questo in fondo non poteva temere. Non poteva temere ma non sapeva neanche ignorarlo. Avrebbe voluto lasciarlo lì da solo in quella terrazza, dire anche a lui, Me ne vado ti lascio al tuo teatrino. Eppure, eppure certe paure quando si conoscono e presentano del familiare, rivederle e riviverle con qualcuno di cui non conosciamo nulla, se non appena l’esistenza, sono così strane nell’approccio. Ti divorano senza spaventarti. Ti lasciano impietrita senza farti scappare. Sono lì, ti riempiono quasi di un senso di tenerezza quando le riconosci. Vorresti fare qualcosa nel sapere che non è possibile, che non serve a nulla. Che non ti compete. E allora l’unico da farsi è, ahimè, ignorare. Non dare corda, non provocare, non rispondere.
Rachele ora che aveva riconosciuto lo stato di allerta si rigirava, scivolava verso il tavolo delle bevande a cercare di nuovo la freschezza di un Greco di Tufo.
“Posso?”, le diceva un uomo nel segno di versarle il vino.
Rachele mentre sorrideva alzava lo sguardo. Davanti a lei c’era quel Sergio Castellitto di prima.
“Grazie!”, rispondeva, mentre pensava di aver trovato la sua salvezza della serata.
“Amica della sposa?”
“No, amica di un amico dello sposo. Non conosco nessuno qui”.
“Ti ho vista così pensierosa prima… non farci caso…”
“A cosa?”
“A René. Il signore seduto nella sedia lì di fronte. Soffre, da anni, di un disturbo depressivo…”
“No, no - rispondeva Rachele, decisa, bugiarda o forse solo rispettosa - non l’ho neanche notato quell’uomo. Non c’è bisogno che mi parli di lui”.
“Allora piacere, Tiziano!”
Rachele scivolava in una risata…
“Tiziano, diceva, piacere Rachele”
“Ti fa ridere il mio nome?”
“No, no… è che sai… mi ricordi molto una persona…”
Rachele aveva ritrovato in un secondo la simpatia e la spontaneità che le appartenevano. Avrebbe voluto confessargli divertita che le ricordava Sergio Castellitto, il suo sogno erotico in assoluto; gli avrebbe sorriso tirando fuori la lingua e ricercando una sensualità assai lontana dalla violenza, lo avrebbe baciato su quella terrazza che si affaccia sul Circo Massimo, con la freschezza del Greco di Tufo nella bocca e il desiderio di un bacio rubato… tuttavia sceglieva la sobrietà.
“…gli somigli in modo impressionate…”, continuava.
“Divertenti queste coincidenze. Io, Rachele, sono venuto solo qui… testimone dello sposo, siamo amici dai tempi delle medie…”.
“Fantastico!, mi sono sempre piaciute le amicizie durature. Dicono molto delle persone, non trovi?”, rispondeva lei.
Il Sergio Castellitto sorrideva.
Lo sconosciuto era ancora seduto. Adesso in braccio a lui c’era una bambina, di circa sette anni, con le trecce alla Pippi Calzelunghe, la chioma di Anna dai capelli rossi, il vestitino alla Jane Banks. A vederli sembrava giocassero, sì. Allegramente e placidamente. Lui le tirava le codine, lei rideva e poi anche lui le sorrideva, sempre con quel fare rumoroso che evidentemente gli apparteneva. Ma la bambina con le gambe coperte di filanca verde che ciondolavano nel vuoto e di tanto in tanto sbattevano su quelle di cotone beige dell’uomo, lei, raccontavo, si capiva essere nel pieno del divertimento. Tanto che in un momento si era permessa persino di toccare e giocare con la barba incolta di lui.
Rachele ancora non era andata a cercare il suo amico Gabriele. Eppure non sentiva più lo sbattere dei centimetri di cono, non prestava attenzione al vociare degli invitati, né riusciva più a riflettere su quei fazzoletti di carta rossa, sporchi, stropicciati e poi gettati nella spazzatura, quelli che le ricordavano la sofferenza muta. Non si era neanche accorta che le forchette d’argento, sì, ma solo nel colore, le avevano tolte. Non servivano più.
Aveva altro per la testa.
Aveva messo a tacere il suo stato d’allerta riconoscendo nel fare dello Sconosciuto la malattia di un altro. Individuava quella paura e in questo trovava la tranquillità che le serviva per festeggiare seppur da intrusa. E poi c’era la chiacchierata con quel Sergio Castellitto… e chissà se anche lui era come quegli uomini, che quando nascono o muoiono così, in pagine come queste, non si capisce mai se sono esistiti davvero o se è semplicemente il bisogno di salvezza a reclamare la loro esistenza.
Quell’uomo, senza dire parola, aveva strappato un ciclamino da un vaso e le sorrideva ancora.
C’è un istinto diverso per ogni incontro della vita. Rachele non aveva paura.
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