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Filippo Avigo
L’ultima vacanza


Giudici era già sveglio. Come solo dopo un buon caffé e una bella pippata si può essere svegli, anche se la notte prima non si è dormito più di un paio d’ore. E non l’aveva sorpreso più di tanto la telefonata del direttore finanziario, ricevuta poco dopo il mezzogiorno di una luminosa giornata di fine agosto, sullo yacht da centoventimila euro a settimana noleggiato per la meritata vacanza.

“Ragazzi, riunione!” gridò ai suoi collaboratori, che come ogni estate avevano accettato di buon grado di continuare a frequentare i capi anche in vacanza. Erano ancora immersi nella penombra delle loro cabine, ammucchiati a casaccio con le tipe raccattate il giorno prima a Santorini, ma presto, come erano soliti fare in qualsiasi circostanza, si sarebbero presentati a rapporto.

“Me l’aspettavo” continuava a ripetersi Giudici, ma iniziava a rendersi conto che in realtà non se l’aspettava per niente. Le prime parole sibilate al telefono dal direttore finanziario erano bastate a fargli capire che la situazione era ben più grave di quanto avesse mai potuto immaginare.

Iniziò a pensare che questa volta non se la sarebbero cavata come in altre occasioni, che oliare un po’ gli ingranaggi e attivare i contatti giusti non sarebbe stato sufficiente a risolvere il problema.

Mentre cercava di spiegare la situazione all’amministratore delegato, salito nel frattempo sul ponte dello yacht, il cielo si era fatto di un azzurro limpidissimo, attraversato dalla brezza leggera che aveva dissolto anche le ultime sfilacciate nubi all’orizzonte.

Giudici era felice di lavorare con il dottor Palatino, amministratore delegato fin dai tempi in cui era stato assunto. Aveva avuto l’occasione di conoscerlo di persona già il primo anno, quando gli si presentò spontaneamente durante una cena che si tenne nel corso di una convention aziendale a cui aveva avuto la fortuna di partecipare. Non aveva fatto pesare in alcun modo il suo ruolo e da subito aveva trasmesso la stessa sensazione di grande sicurezza che anche ora, a distanza di anni, continuava a infondergli. Era come se il solo fatto di averlo accanto potesse scongiurare qualsiasi evento negativo. La sua leadership era una dote innata ed era talmente naturale riconoscerla in tutti i suoi atteggiamenti che non gliela invidiava neppure. Era semplicemente orgoglioso di lavorare per lui.

L’amministratore delegato, o meglio, come si diceva, l’ad, non aveva a sua volta un punto di riferimento. Il destino di un vero capo è quello di essere solo. E lui, nella sua solitudine, stava cercando di capire dal racconto di Giudici e da quello che già da tempo sapeva, se l’unica prospettiva della Banca – una delle più grandi a livello nazionale – fosse davvero il fallimento. Gli enormi debiti contratti  per finanziare il piano di espansione erano diventati insostenibili, alla luce della riduzione dei ricavi ormai strutturale e di un patrimonio ridotto a dimensioni da Credito Cooperativo.

Per un attimo gli balenò il pensiero di se stesso costretto a spostarsi senza autista per il week-end da Milano a Portofino, delle prossime vacanze su una barchetta modesta probabilmente priva di equipaggio, dei milioni di euro di bonus completamente azzerati…

Era abituato a ragionare in silenzio sulle cose. Non aveva mai perso la sua capacità di analisi, nonostante fosse chiamato continuamente a prendere decisioni immediate.

Giudici gli diede una pacca sulla spalla, sorridendo: «Siamo in un bel casino, questa volta!».

Il blackberry di Palatino si mise a vibrare sul tavolo apparecchiato per la prima colazione. Anche i tre collaboratori che nel frattempo erano saliti sul ponte rimasero immobili, con gli occhiali scuri fissi sulle tazzine di caffè. Forse al direttore finanziario non era sufficiente la telefonata di poco prima con cui aveva informato il direttore generale Giudici. Riteneva necessario parlare di persona con l’amministratore delegato.

Ma non era il direttore finanziario che chiamava. E comunque Palatino rispose con freddezza al presidente, come se fosse già al corrente di tutto. Le catastrofi si possono propagare rapidamente via etere, rimbalzando i loro effetti devastanti da un telefono all’altro.

Giudici non ci credeva. Si convinse di stare vivendo uno dei suoi soliti incubi. L’unica prospettiva per salvare l’azienda dal fallimento era quella di cederla ad un famelico – e odiatissimo – gruppo bancario spagnolo, che sarebbe stato disposto ad accollarsi gran parte dei debiti solo in cambio della garanzia di poter intervenire drasticamente nella gestione. E questo voleva dire almeno quindicimila dipendenti licenziati utilizzando le procedure d’urgenza applicabili in situazioni di crisi conclamata e, soprattutto, tutta la prima linea manageriale azzerata. Solo così si poteva concludere l’operazione e non penalizzare eccessivamente gli azionisti, che negli ultimi sei mesi avevano visto diminuire del settanta percento il valore del titolo in borsa.

Giudici si considerava giovane. Non aveva ancora quarant’anni. Ma di crisi finanziarie ne aveva già attraversate, nel corso dei quindici anni trascorsi in azienda. Quella che stavano vivendo però non si poteva neppure chiamare crisi. Era qualcosa di diverso e di enorme, che loro stessi avevano contribuito a far crescere con discreta consapevolezza. Acquisizioni a prezzi esagerati di banche dai bilanci non proprio trasparenti, redditività generata in gran parte da commissioni sempre più alte fatte pagare a clienti ormai cronicamente insoddisfatti, alienazione di gran parte degli immobili più prestigiosi - sedi operative e di rappresentanza a Milano, Roma e nelle principali città italiane – necessaria a trovare i fondi per proseguire la folle rincorsa ad un gigantismo esasperato, i cui vantaggi nessuno onestamente sarebbe stato in grado di individuare.

Immaginò la scena del suo ritorno in ufficio, giusto il tempo necessario a far preparare gli scatoloni con i suoi effetti personali da portare via. Ed ebbe la sensazione che non sarebbe stato possibile trovare una strada diversa nel momento in cui avesse lasciato l’azienda in cui era cresciuto professionalmente.

Si era seduto su una poltroncina un poco in disparte rispetto ai divani da dove sentiva Palatino fare domande, proporre piani di intervento, e gli altri rispondere confusi.

“Dobbiamo essere intelligenti…” diceva l’ad “…definire una strategia che tatticamente ci consenta di convincere gli azionisti che ci possono essere alternative più remunerative rispetto a quella di darci in pasto agli spagnoli.”

“Intelligenti, sì…” pensò Giudici. “intelligenti di quell’intelligenza furba che tatticamente, più che strategicamente, consenta di salvarci il culo.”

“Dovremmo attivare i nostri contatti a Roma…” proponeva quel cretino di Piscitelli. “Capiranno che un gruppo come il nostro non può essere svenduto a una società straniera. Ce lo devono, in nome dell’italianità!”.

“Sì, forse se ci sbrighiamo possiamo far intervenire…”

Le voci arrivavano alle sue orecchie sempre più confuse, alimentando il torpore del quale si sentiva tornare preda, nonostante gli eccitanti assunti poco tempo prima.

Si alzò distrattamente dalla poltroncina, mosse qualche passo verso la cambusa, in realtà una sala da pranzo con cucina che non avrebbe sfigurato in un attico in San Babila. Poi proseguì fino alle cabine, barcollando come se fosse ancora ubriaco dalla sera prima.

Risalì la scaletta di prua e si trovò di fronte il sole abbacinante del Mediterraneo. Il mare, nella baia, era appena increspato dalla brezza leggera.

Aveva ancora nelle orecchie il borbottio confuso di Palatino, che pure era rimasto a poppa insieme agli altri. Trovò naturale tuffarsi, così com’era, in maglietta e bermuda, senza neppure calare la scaletta.

Le correnti fresche dell’Egeo avvolsero il suo corpo in un abbraccio rassicurante. Riemerse dopo aver nuotato a lungo in apnea, a una trentina di metri dall’imbarcazione. Si lasciò cullare sul dorso per un po’, cercando di fissare il sole alto nel cielo sopra di lui, gli occhi trasformati in due fessure. Probabilmente trascorse qualche minuto senza pensare a niente.

Quando tornò in sé ricominciò a prefigurarsi le conseguenze di quanto stava accadendo. In ogni caso centinaia di migliaia di clienti avrebbero perso i loro risparmi. Migliaia di impiegati si sarebbero trovati senza lavoro. Molti, sia tra gli uni che tra gli altri, non avrebbero più avuto una casa in cui tornare, la sera. Immaginò i suoi stessi benefit abbandonare per sempre il suo più che decoroso stile di vita. E cercò di capire se avrebbe ancora potuto permettersi di mantenere qualcuno che accudisse Paolino, il suo gatto birmano.

“No, cazzo! Non è possibile!” si trovò a ululare al cielo, pensando alla catastrofe più atroce.

Iniziò a gridare per richiamare l’attenzione dell’equipaggio e farsi ritirare a bordo. Doveva mettersi in moto anche lui, per elaborare un piano che consentisse di far fronte alla situazione.

Passarono pochi secondi prima che una cima gli fosse gettata a poca distanza. L’afferrò e si fece trascinare verso lo yacht. Quando fu vicino all’imbarcazione trovò la scaletta abbassata e iniziò con foga ad arrampicarsi, grondante di mare e di rabbia.

“Che ti prende?”

Ad accoglierlo aveva trovato Palatino, che lo aveva apostrofato pacatamente.

“Dobbiamo essere lucidi e intelligenti. Pensare ad una strategia da attivare immediatamente. E tu che fai? Ti butti in mare a urlare come una foca ferita?”

“Altro che intelligenti. Spiegami che c’entra l’intelligenza con tutto questo, quando mai questa cazzo di banca è stata guidata con intelligenza…” avrebbe voluto rispondere Giudici “e la mossa tatticamente migliore quale sarebbe? Trovare qualche pirla che si fa fottere al posto tuo?”

Invece rimase muto e immobile, ascoltando il rumore che facevano le gocce d’acqua cadendo sul ponte dai suoi calzoni, mentre il sole e la brezza già iniziavano ad asciugargli la pelle.

Bastarono pochi istanti per fargli intuire che era presto per voltare le spalle all’ad. Era ancora nelle sue mani. Meglio quindi se ne assecondava gli umori, in attesa di capire se sarebbe stato in grado di cavarsela anche questa volta.

Andò a recuperare il suo portatile in cabina e iniziò a digitare rapido sulla tastiera.

“Stanno per uscire altri tre report in cui gli analisti consigliano di vendere il nostro titolo. E sono analisti importanti. Non mi risulta sia trapelato ancora nulla e in borsa oggi stiamo già perdendo un altro 4%.”

Cercava di mettere in fila le cose che bisognerebbe fare in queste situazioni, per raccogliere le informazioni necessarie a prendere una decisione.

“E i dati di vendita sono imbarazzanti. Sono appena arrivate le statistiche di ieri e i ricavi del risparmio gestito non sono mai stati così bassi. Anche le vendite di polizze assicurative sono ai minimi storici. Abbiamo milioni di clienti ma le agenzie si sono completamente fermate!”

“E’ normale.” Sentì di nuovo la voce calma di Palatino, forgiata dall’abitudine a gestire le proprie emozioni.

“Non stanno più vendendo un cazzo!” ribadì Giudici pensando di essere stato frainteso.

“Che cosa pretendi?” disse laconico l’ad, continuando a passeggiare sul ponte. “Anche loro stanno iniziando a capire… Sono mesi che a stento gli paghiamo gli stipendi.”

Giudici rimase in silenzio, nel sole. E Palatino non aggiunse altro.

Eppure, se qualche analista avesse redatto un report anche solo decente, se almeno qualcuno di quegli sfaticati consulenti nelle agenzie avesse ricominciato a fare il suo dovere, se si fossero trovati gli investitori per garantire un ulteriore aumento di capitale, una minima possibilità di salvarsi ci sarebbe stata.

Ma la piccola speranza che Giudici ancora si portava dentro si dissolse sotto quello splendido sole.

“E’ inutile. Questa volta è davvero tutto perduto.” si disse. Era impossibile che si verificasse anche uno solo di quegli eventi. Non si poteva più rimediare agli anni di gestione irresponsabile dell’azienda, agli errori accumulati per ingordigia anno dopo anno.

Appoggiato al parapetto dello yacht guardava sotto di sé la trasparenza del mare, attraversata da una luce così intensa da consentirgli di seguire le forme delle rocce sul fondale.

Si sentì abbracciare teneramente alle spalle. E teneramente, ma con prudenza, pensando che qualcuno avrebbe speculato ancora di più sulla vicenda se fossero girate fotografie compromettenti, rispose all’abbraccio cingendo la vita di Palatino. Voltò la testa appena un poco di lato e le sue labbra incontrarono quelle dell’ad in un accenno di bacio privo di passione. Rimasero abbracciati così, a lungo, sotto il sole. Due vecchi amanti che non si amavano più.