Due cover di Maurizio Matrone
da Il Corsaro nero di Emilio Salgari
Maurizio Matrone
I Cosmonauti della Tortue
Una voce ferma e robusta che aveva una specie di vibrazione metallica, s’alzò dalla cabina di comando fin giù nel corridoio ed echeggiò fra le tenebre, lanciando queste parole minacciose:Uomini della terra! Fermi o siete morti.
I due terrestri che montavano faticosamente delle vecchie Fiat air speed stavano risalendo il passante nord della navicella color dell’inchiostro, fluttuando e scoppiettando, malamente. Provenivano dalla sezione più estrema della nave ed erano sbucati confusamente sulla linea dell’orizzonte, con clangore e ansimando, incrociando le scie delle loro desuete macchine volanti.
Al suono imperioso di quella voce si erano bruscamente fermati rischiando di rovinare sul pavimento. I due uomini, scesi rapidamente dai loro vettori, si erano accucciati di colpo, guardando con inquietudine dinanzi a loro, e fissando gli sguardi su una grande ombra che pareva fosse improvvisamente emersa dalle viscere della spazio.
Gli uomini, che un istante dopo avevano lasciato cadere le antiche air speed e alzato le mani, erano entrambi sulla quarantina, dai lineamenti energici e spigolosi, resi più arditi dalle barbe folte e irte che forse non vedevano forbici e rasoi da anni luce. Due trasparenti caschi di protezione con la visiera antiradiazioni semirigida, proteggevano le loro teste. Tute di geretex, logore e scolorite, con stampati dei numeri romani, riparavano alla meglio i loro corpi. Strette alla cintura, delle fasce di similpelle legavano alla vita i loro indumenti spaziali dagli orli sbrindellati. All’altezza del fianco destro, dalla fondina, sbucava per ognuno il calcio di un micidiale irradiatore nucleare del tipo bandito nell’ultima guerra. Anche i moon boot erano laceri e imbrattati di un viscoso liquido nerastro.
Quei due uomini, che puzzavano di acido, si sarebbero potuti scambiare per due pericolosi evasi da qualche campo-base di correzione, ma vedendo quella grande ombra che sbucava nettamente sul fondo cupo della volta celeste, là, dallo schermo protettivo, fra lo scintillio delle stelle e delle galassie, si scambiarono uno sguardo inquieto.

Maurizio Matrone
I contrabbandieri della Tortue
Una voce forte e robusta, che aveva una specie di vibrazione metallica, s’alzò dalla montagna ed echeggiò fra le tenebre, lanciando queste parole minacciose:Voi due, laggiù! Fermi o siete morti!
I due, che montavano faticosamente delle scalcinate biciclette, stavano risalendo la stradina asfaltata color dell’inchiostro. Provenivano dalla valle ed erano sbucati, confusamente sulla linea buia dell’orizzonte, con clangore e ansimando, incrociando le scie del loro pedalare, lentamente.
Al suono imperioso di quella voce si erano bruscamente fermati rischiando di rovinare sul terreno. I due uomini, scesi rapidamente dalle selle, si erano accucciati di colpo guardando con nervosismo dinanzi a loro e fissando gli sguardi su una grande ombra che pareva fosse improvvisamente emersa dalle viscere della montagna.
Gli uomini, che un istante dopo avevano lasciato cadere le bici e alzato le mani in segno di resa, erano entrambi sulla quarantina, dai lineamenti energici e spigolosi, resi più arditi dalle barbe folte e irte che forse raramente avevano visto forbici e rasoi. Due marsigliesi di stoffa, con la visiera un po’ pendula, coprivano le loro teste. Giacche di fustagno, logore e scolorite camicie di flanella riparavano malamente i loro petti sottili. Delle cinture di spago legavano alla vita i loro pantaloni dagli orli sbrindellati. Dalla cintola, all’altezza del gluteo destro, sbucava per ognuno il calcio di una pistola semiautomatica di quelle che usavano i nostri soldati durante la guerra. Anche le scarpe erano lacere e imbrattate di fango nerastro.
Quei due uomini, che puzzavano di sudore lontano un chilometro, si sarebbero potuti scambiare per due pericolosi evasi da qualche penitenziario, ma vedendo quella grande ombra che sbucava nettamente sul fondo azzurro cupo dello scenario alpino, fra lo scintillio delle stelle, si scambiarono uno sguardo inquieto.
Questi testi sono cover letterarie della prima pagina del romanzo "Il Corsaro Nero" di Emilio Salgari, nell'edizione Einaudi, ET, Torino, 2000, pagg. 3-4.
Uno straordinario pezzetto della nostra letteratura d’avventura si è "rigenerato" sotto forma di incipit di due nuove storie.
In tutta sincerità: quanti di noi lettori le avrebbero riconosciute?
Ed ecco l'originale:
Emilio Salgari
I filibustieri della Tortue
Una voce robusta, che aveva una specie di vibrazione metallica, s’alzò dal mare ed echeggiò fra le tenebre, lanciando queste parole minacciose:
- Uomini del canotto! Alt! O vi mando a picco!...
La piccola imbarcazione, montata da due soli uomini, che s’avanzava faticosamente sui flutti, fuggendo l’alta sponda che si delineava confusamente sulla linea dell’orizzonte, si era bruscamente arrestata. I due marinai, ritirati rapidamente i remi, s’erano alzati di un sol colpo, guardando con inquietudine dinanzi a loro, e fissando gli sguardi su di una grande ombra, che pareva fosse improvvisamente emersa dai flutti.
Erano entrambi sulla quarantina, ma dai lineamenti energici e angolosi, resi più arditi dalle barbe folte, irte che forse mai avevano conosciuti l’uso del pettine e della spazzola. Due ampi cappelli di feltro in più parti bucherellati e colle tese sbrindellate, coprivano le loro teste; camicie di flanella lacerate e scolorite e prive di maniche, riparavano malamente i loro robusti petti, strette alla cintura da fasce rosse, del pari ridotte in stato miserando, ma sostenenti un paio di quelle grosse e pesanti pistole che si usavano verso la fine del sedicesimo secolo. Anche i loro corti calzoni erano laceri e le gambe ed i piedi, privi di scarpe, erano imbrattati di fango nerastro.
Quei due uomini che si sarebbero potuti scambiare per due evasi da qualche penitenziario del Golfo del Messico, se in quel tempo fossero esistiti quelli fondati più tardi alla Guiane, vedendo quella grande ombra che spiccava nettamente sul fondo azzurro cupo dell’orizzonte, fra lo scintillio delle stelle, si scambiarono uno sguardo inquieto.
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