Luca Zirondoli - Thomas De Quincey Stampa

Le confessioni di un titillatore di i-phone


Spesso m’è stato chiesto come, e attraverso quale serie di passi, divenni un titillatore di i-phone. Fu gradualmente, per tentativi, con diffidenza, così come una persona, sera dopo sera vedendo la giornalista del tg3 della notte smuovere quegli immensi vetri digitali che non funzionano mai, si chiede se al suo posto, della giornalista, avrebbe saputo fare di meglio? O, seconda ipotesi, fu per pura ignoranza della fatalità e indotto in acquisto da commesso venale, in quanto spesso il fascino di queste meraviglie tecnologiche è direttamente proporzionale alla fragilità delle stesse, benché pubblicamente se ne decanti la natura indistruttibile e, sotto cangianti colori e travestimenti (dicensi Cover), si riconosca il carattere di necessarietà di tali oggetti, non di rado accade che la catena dell’abbietta schiavitù viene scoperta solo quando già abbiamo rotto due i-pod touch e un touch screen della Samsung?

Oppure, terza e ultima ipotesi (“Sì”, digito io con appassionata anticipazione, prima ancora che la domanda sia formulata), oppure fu per una terapia consigliata e prescritta dal medico di famiglia per riattivare la sensibilità dei miei polpastrelli? Con un emoticon ripeto: “Sì”; in maiuscolo e indignato, come in risposta ad una calunnia intenzionale. Semplicemente come a uno strumento di riabilitazione, con tanto di ricetta medica, ricorsi la prima volta all’i-phone;  e proprio quella mia perdita di senso, o di un senso più generale, conduce molte persone a far conoscenza della medesima trappola.

Così fu, così, affatto incidentalmente; mentre, pur senza vergogna da parte mia, la cosa avrebbe potuto andare in maniera diversa.  Se i primi giorni avessi pienamente compreso i sottili poteri che quella magica scatoletta (quand’è giudiziosamente regolata) ha:  1°) di contenere (come l’Aleph di Borges) il mondo intiero dentro di sé, 2°) di farti oltrepassare il contemporaneo e portarti nell’eterno simultaneo e 3) di produrre e al contempo aiutarti indefessamente a sostenere psichicamente l’incredibile dose di stress che l’essere perennemente reperibile su 4 numeri di telefono, 2 e-mail, 4 blog, 2 account su facebook, 1 su friendfeed, 1 su twitter , 6 myspace e 2 siti tradizionali, comporta. Certissimamente, dico, se avessi conosciuto, o anche solo sospettato tutto ciò, avrei inaugurato la mia carriera di titillatore di i-phone proponendomi  come cavia umana apprezzata per lo studio sugli effetti del multitasking, piuttosto che ritrovarmi in stato ossessivo compulsivo oberato da attività virtuali e incapace di trattenersi dal toccare e strofinare ogni superfice vetrata mi capiti di riscontrare, foss’anche quella delle porte scorrevoli o dei tavoli del consiglio d’amministrazione.

Ma ripensandoci, se l’abuso dell’i-phone è considerato una colpa, non è la stessa colpa che la maggior parte di noi commette nei riguardi del navigatore satellitare? Siamo noi forse autorizzati a usare il Tom Tom soltanto quando ci perdiamo? Il navigatore è permesso, forse, soltanto come guida telematica nei meandri di città che più non ricordiamo? Spero di no, altrimenti, sarei costretto a rivolgere aspre parole all’indirizzo dell’umanità fuori dal mio abitacolo, durante i miei spostamenti cotidiani, invece che a un innocuo vate elettronico con la voce di metallo; e così, gradualmente, come in ogni metamorfosi ovidiana, io, che all’aurora son gentile e ben disposto verso tutte le meraviglie del creato, persino verso quegli adorabili guidatori anziani, muniti di borsalino e lista della spesa dalla consorte, andare all’imbrunire rischierei, senza il mio monologo d’improperi contro la voce umanoide di un satellite in orbita geostazionaria che dalla Siberia mi vede,  di divenire  fiera dantesca divoratrice di strisce pedonali e precedenze, attentatore, portiere alla mano, di cicloamatori distratti, cultore appassionato dell’inseguimento parafango contro parafango e, disdicevole oltre ogni dire, laido ruba posteggi.

 

 

 





Thomas De Quincey, Le Confessioni di un mangiatore d’oppio


Spesso m’è stato chiesto come, e attraverso quale serie di passi, divenni consumatore d’oppio.

Fu gradualmente, per tentativi, con diffidenza, così come una persona, giù giù per una spiaggia declinante, scende fino al mare profondo, conoscendo fin da principio i pericoli del sentiero, e tuttavia con l’aria di sfidarli, corteggiandoli quasi? O, seconda ipotesi, fu per pura ignoranza di tali pericoli e indotto in errore  da frode venale, in quanto spesso l’efficacia di certe pastiglie che alleviano le affezioni polmonari è dovuta all’oppio che contengono, all’oppio e all’oppio soltanto, benché pubblicamente rinneghinoun’alleanza tanto sospetta e, sotto camuffamenti così traditori, esse inducono moltissimi a contrarre un imprevisto legame di dipendenza dalla droga, senza averla mai conosciuta né di nome, né di vista; per cui, non di rado, accade che la catena dell’abbietta schiavitù viene scoperta solo quando già s’è inestricabilmente avvolta intorno all’organismo?

Oppure, terza e ultima ipotesi (“Sì”, rispondo io con appassionata anticipazione, prima ancora che la domanda sia formulata), oppure fu per un improvviso, indomabile impulso provocato dalle torture della sofferenza fisica? Ad alta voce ripeto: “Sì”; ada lta voce e indignato, come in risposta a una calunnia intenzionale. Semplicemente come a un anestetico, costrettovi dalla sofferenza più atroce, ricorsi la prima volta all’oppio; e proprio quel mio tormento, o qualche varietà di esso, conmduce molte persone a far conoscenza con quel medesimo insidioso rimedio.

Così fu, così, affatto incidentalmente; mentre, pur senza vergogna da parte mia, la cosa avrebbe potuto andare in maniera molto diversa. Se i primi giorni avessi pienamente compreso i sottili poteri che quell’energica droga (quand’è giudiziosamente) ha: 1°) di calmare qualsiasi irritazione del sistema nervoso, 2°) di stimolare le facoltà di godere e, 3°) di sostenere (quando necessiti, come può accadere a chiunque uno sforzo straordinario) anche per ventiquattr’ore consecutive le energie fisiologiche altrimenti declinanti: certissimamente, dico, se avessi conosciuto, o anche solo sospettato tutto ciò, avrei inaugurato la mia carrirera di consumaotre d’oppio più come un ricercatore di energia straordinaria e di godimento, che come un sofferente che indietreggia dinanzi a uno straordinario tormento fisico.

E perché no? Se l’uso dell’oppio è considerato una colpa, non è la stessa colpa che la maggior parte, non è la stessa colpa che la maggior parte di noi commette nei riguardi dell’alcool? Siamo noi forse autorizzati a usare l’alcool soltanto come medicinale? Il vino è permesso, forse, soltanto come anestetico? Spero di no, altrimenti, sarei costretto a dissimulare e giustificare qualche tic anormale del mio dito mignolo; e, così, gradualmente, come in ogni metamorfosi ovidiana, io, che son ora un uomo amante della verità, dovrei cambiarmi un poco per giorno in un dissimulatore.