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Zibidon e suo fratello maggiore viaggiano da giorni su un gommone carico di clandestini. Arrivano dalle coste Africane, accalcati in più di trecento, e giungono stremati su una caletta a Lampedusa.
La nostra navicella spaurita, piccola bara vagabonda, con i suoi sedici morti a bordo, (giusto pedaggio da pagare per questo viaggio ultracontinentale), singhiozzò furibonda gli ultimi giri del motore per immettersi in migliori acque. Abbandonammo il mare così crudele delle scorse notti per approdare in questo nuovo regno, dove, si dice, faticando si raggiunga una agognata promessa e gli stipendi siano alti. Allah, perché tuo sono, perché la sorte e la morte non provengono dalle mani degli uomini, ma dalle tue, lavami via questo puzzo moribondo di castigo ed eterna penitenza, e risorga in me la speranza di una perseguitata fratellanza.
Il dolce color di oriental zaffiro, e la visione un poco confusa della terra ormai vicina, tosto scrostò dai miei occhi la disperazione. L’aria all’orizzonte così tersa mi invase come magico rimedio, ed alleviò in me tanta paura che avevo di morire a cielo aperto. Venere brillava ancora e tutto l’oriente rideva di gusto alla vista di una zattera zeppa di negri disperati arrancare, con la loro lingua barbara, stipati come tante scimmie in gabbia. Quattro stelle scintillanti illuminarono i pensieri di mio fratello Ahmir, per una volta, e lesto mi ordinò di buttarmi in mare. L'acqua gelida e perigliosa mi intorpidì ancor più le carni, e anche quel che meglio ci distingue come negri si fece insolitamente timido, ma ci salvò entrambi.
Rimanemmo stesi sull'umida spiaggia, a fissare i Pesci (in cielo) e riprendere fiato. Scrutando la volta celeste alla ricerca del Gran Carro vidi, presso di noi, un vecchio solo. Forse perché non avevo mai visto tanto candore in un uomo, (figuriamoci in Africa…), ma probabilmente perché tutte quelle notti da naufrago mi avevano talmente ottenebrato, mi sentii riverente come un ragazzo al proprio padre. Così, urlando nella mia lingua, avvisai il mio fratellone, che si inginocchiò suggestionato dinnanzi a qual vecchio bianco e canuto, tra l’altro barbuto.
Questi rimaneva impassibile, la barba pettinata nello stile dei capelli, gli scivolava in due liste sopra al petto. Quattro fari, improvvisamente accesi, gli illuminavano il peloso faccione, tanto che ci pareva avesse dinnanzi il sole. Restò severo, godendosi l’effetto solenne della sua comparsa.
-Cu siti viautri rui? Viniti ro mari? Scappastru ri l'eterna galera africana? Si ruppiru i picca liggi italiani? Iu sugnu 'u vardianu ri 'sta spiaggia!1
Il fratellone mio, frastornato e goffo, mi fece inginocchiare innanzi al vecchio e parlò nella loro lingua
-Noi non veniamo di nostra iniziadiva, libertà andiam cercando che a doi è sì cara che per trovarla ci imbargamo! È Allah zolo che ci ha fato arivare gui, non le legi italiane! Per carità!
-Ma picciottu! Bastava ca mo ricieuvu! Tu si n'amicu ri Alanu! Don Alanu! E iti! Passati!2 e scomparve.
Rialzati, nel silenzio mi strinsi tutto al mio fratello –amico mio, segui i miei passi-.
L’alba vinceva l’ora mattutina, la spiaggia desolata si ricopriva, lenta, di luce. Solo due fratelli negri inzuppati avanzavano solitari per quel piano silenzioso. Mi parve come se dopo tanto cercare ritrovassimo una strada perduta. Così, a passi lenti camminando e sragionando, mi girai e, da lontano, riconobbi il brillante tremolar del mare.
1-“Chi siete voi due? Dal mare venite? Siete scappati dall’eterna galera africana? Si sono così rotte le leggi italiane? Io sono il guardiano di questa spiaggia!”
2-“Ma ragazzi! Bastava che me lo diceste! Siete amici di Alanu? Don Alanu? E dai! Passate!”
Dante Alighieri, La Divina Commedia
Purgatorio - Canto I
Per correr miglior acque alza le vele omai la navicella del mio ingegno, che lascia dietro a sé mar sì crudele; 3
e canterò di quel secondo regno dove l'umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno. 6
Ma qui la morta poesì resurga, o sante Muse, poi che vostro sono; e qui Calïopè alquanto surga, 9
seguitando il mio canto con quel suono di cui le Piche misere sentiro lo colpo tal, che disperar perdono. 12
Dolce color d'orïental zaffiro, che s'accoglieva nel sereno aspetto del mezzo, puro infino al primo giro, 15
a li occhi miei ricominciò diletto, tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta che m'avea contristati li occhi e 'l petto. 18
Lo bel pianeto che d'amar conforta faceva tutto rider l'orïente, velando i Pesci ch'erano in sua scorta. 21
I' mi volsi a man destra, e puosi mente a l'altro polo, e vidi quattro stelle non viste mai fuor ch'a la prima gente. 24
Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle: oh settentrïonal vedovo sito, poi che privato se' di mirar quelle! 27
Com'io da loro sguardo fui partito, un poco me volgendo a l'altro polo, là onde 'l Carro già era sparito, 30
vidi presso di me un veglio solo, degno di tanta reverenza in vista, che più non dee a padre alcun figliuolo. 33
Lunga la barba e di pel bianco mista portava, a' suoi capelli simigliante, de' quai cadeva al petto doppia lista. 36
Li raggi de le quattro luci sante fregiavan sì la sua faccia di lume, ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante. 39
"Chi siete voi che contro al cieco fiume fuggita avete la pregione etterna?", diss'el, movendo quelle oneste piume. 42
"Chi v' ha guidati, o che vi fu lucerna, uscendo fuor de la profonda notte che sempre nera fa la valle inferna? 45
Son le leggi d'abisso così rotte? o è mutato in ciel novo consiglio, che, dannati, venite a le mie grotte?". 48
Lo duca mio allor mi diè di piglio, e con parole e con mani e con cenni reverenti mi fé le gambe e 'l ciglio. 51
Poscia rispuose lui: "Da me non venni: donna scese del ciel, per li cui prieghi de la mia compagnia costui sovvenni. 54
Ma da ch'è tuo voler che più si spieghi |