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Che storia ridicola. Se me lo avessero detto anche solo un minuto fa veramente avrei detto: voi siete pazzi... state parlando di un'altra persona. Prendo dallo zaino il laptop, lo accendo, continuo la bozza della lettera per te che avevo cominciato. La storia con A. mi ha scaraventato di nuovo in una realtà che avevo dimenticato: il caos degli appartamenti in condivisione.
Quando la vengo a trovare, rubando tempo al lavoro (ricavo delle scuse assurde che neanche t'immagini) le volte che non sono in camera con lei e mi trovo magari in cucina o nel corridoio o nel soggiorno, ho sempre tra i piedi questa sua coinquilina, M.. sempre con questo fare... tipo lascivo. L’ho detto ad A. e lei ne ha riso.
Te l'avevo scritto che M. è orrenda? E' tozza, sempre addosso certe felpe informi, con una facciona di mela matura e addirittura i pomelli rossi come una di quelle pastorelle da cartolina. Solo che lei non ci starebbe bene su una cartolina, dal momento che ha l’aspetto greve di una lottatrice, o una di quelle caposala sadico/lesbiche di certi film (magari tu non li hai visti, ma te lo garantisco io). Soprattutto ha nella carne questo odore ferino, non so se di sudore o proprio suo, o un buttare fuori ormonale che pare una capra in calore.
E comunque oggi che sono qua da solo in questa casa deserta, che A. non è ancora arrivata, mi sta attorno anche più del solito. Sono seduto al tavolo col mio laptop, e lei continua a strusciarsi come per caso, facendo delle facce che vorrebbero essere invitanti ma che ti giuro mi fanno rivoltare lo stomaco. Sempre così... ma stavolta.
Vorrei darle un pugno in faccia, quel suo odore di stallatico mi snerva, la maglia di pile a disegni fosforescenti ha qualche cosa di più che osceno. Sono agitato e eccitato anche, perché A. non arriva; forse il desiderio cane, l’ansia per le scuse al lavoro. Non so, boh.
E quindi in un istante alzarmi in piedi, prendere M. e gettarla a terra (non sarebbe un lavoro da poco, certo), metterla faccia giù, abbassarle i pantaloni. Non so cos'è: forse è il desiderio di A., che m'ha preso, che è tracimato dentro questa cosa, prendere questa carne livida e sudata. Peraltro lei insiste, mi si appoggia alla spalla.
Perché io le ho messo la mano lì e... Se qualcuno me l'avesse detto anche solo dieci minuti fa che mi sarei come immerso nei suoi liquidi neri. Forse, ti ripeto, non ne potevo più perché A. tardava ad arrivare. No, non mi posso giustificare: questa cosa che ho fatto è peggio che da bestie. Così inginocchiati sul pavimento. A. giuro che non la vedrò più.
Eppure vedi, mentre succedeva quella cosa atroce, te lo devo scrivere, se non avessi avuto il tuo pensiero in testa a salvarmi, sarei dovuto uscire di corsa e gettarmi sotto un treno.
Chiudo il laptop ora, la batteria è quasi scarica; quella vacca è la mezza nuda a terra che mi fa gli occhi dolci. Che schifo – ma che rivelazione questo scempio: ora, lo capisci che anche in quel momento un vincolo ci serrava come la filettatura di una vite nel dado?
Federigo Tozzi, Un pezzo di lettera
Rientro in camera e mi rimetto a scriverti. Di quando in quando il puzzo della stanza vince la mia pazienza, e io mi vergogno di star qui; e mi viene voglia di trattar male Marianna. Ma è inutile: il desiderio di Angelina è troppo. Quando richiamo Marianna, bisogna che nasconda il tremito della voce. Ed io guardo questa donna di quarant'anni, sporca e puzzolente, quasi provando piacere. Ella se n'accorge e mi sta intorno, cozzandomi qualche volta. Non vedo i suoi capelli e il suo collo, ma soltanto le calze sdrucite con la pelle scoperta, e allora mi viene la tentazione di alzarle le sottane.
Non so come mi reggo. Ella se n'accorge sempre di più, ride, fa la lasciva; mi picchia sopra una mano. Sento che dopo soffrirei, con una umiliazione terribile: devo fare uno sforzo per nasconderle la nausea che mi fa la sua faccia. Ella ride e aspetta. Mi tremano le mani e non potrei parlarle: o l'uccido o cedo...
Mi distraggo pensando a te: fra me e lei sento la tua anima. E perché questo bestiale obbrobrio? Se lo risapesse Angelina? E' una cosa sozza. No! No! Mi par d'avere in bocca il suo odore disgustoso! Sarà lo stesso che una cagna. Penso a te, continuamente; e, allora, mi pare una cosa ridicola. Penso ad Angelina, e mi vergogno. Ma ho atteso troppo e non so più quel che faccio...
Dio mio! Com'è stato possibile? Mi par d'essere ancora sporco; e quel'odore, ancora su dentro il naso! Non vedrò mai più Angelina. E questa lettera ti parrà pazzesca. Ma se, in quella camera, non avessi pensato a te, vorrebbe dire che io non ho l'anima che ho. Appunto, tutto quel putridume lercio innalzava la mia anima verso te; e di più sentivo come è meravigliosa e pura la nostra amicizia.
La mia anima respirava dentro la tua, e tutte quelle cose così indegne le insegnavano quanta gratitudine io ti devo. Sei convinta, come me, ch'ero tuo anche allora? |