Sara Mariani - Giovanni Boccaccio Stampa

Nonostante i tempi di crisi, i giovani di F. cercavano di far fronte al grigiore metropolitano e alle sfighe della loro tarda adolescenza riunendosi in branchi più o meno numerosi, divisi per zone: di solito si trovavano la sera nei circoli di quartiere e, a giro, ognuno pagava da bere per gli altri.

In ogni compagnia vigeva il diktat sullo stile: ogni gruppo andava in giro vestito nello stesso modo. Al fine settimana, poi, c’era il ritrovo con le moto e giù, tutti a pestare di santa ragione e a ingaggiare sfide con le bande dei quartieri vicini, che non di rado finivano in rissa.

Una delle gang più rispettate era quella di Jerry “Beat” Brunello, ma c’era una cosa che al capobanda continuava a non andar giù, tanto gli faceva rabbia: già da parecchio tempo stava cercando di far entrare fra i suoi quel bellimbusto di Nat “Horse” Riderson; e ne aveva ben donde. Oltre a essere un bestione di quasi due metri, con nei bicipiti la forza di quattro tir, Nat “Horse” era uno che in fatto di motori non aveva concorrenti: in sella alla sua Harley Davidson del ’78  era secondo solo alla luce.

E oltretutto era ben messo in fatto di soldi, il che non guastava, anzi avrebbe fatto comodo scroccargli le bevute saltando qualche turno.

Ma per quanto avesse cercato in ogni modo di averlo nella sua schiera di centauri, “Beat” Brunello era sempre andato in bianco: pareva che a Riderson non importasse un accidente di mescolarsi con nessuno. Chissà, pensava “Beat”, forse dietro quell’ammasso di muscoli e quella roboante cavalcatura, si nascondeva un substrato da frocetto…

Fatto sta che una sera, mentre Brunello e i suoi prodi tiravano tardi in sella alle moto fuori dal circolo, ecco che passa sparato, davanti ai loro nasi strafatti, Nat in moto; poco più in là, fa una frenata improvvisa e slabbratissima, scende a fiamma e entra nei cessi comunali.

A “Beat” Brunello e i suoi, già un po’ avanti con la serata e ben imbenzinati, mancava solo uno sborone come Nat per fargli saltare la mosca al naso! Visto che entrava nei bagni pubblici, Jerry strizzò l’occhio ai suoi bestioni e li aizzò:

«Bene, gente. È l’ora di dare una strigliata al cavallo!»

E in un fiat gli furono dietro, entrarono nei cessi e si chiusero la porta alle spalle con un odoroso slam.

Nat “Horse”, difatti, annusato subito il giochetto, si sentì poi apostrofare dalla voce muschiata del capobanda:

«Non indovinerete mai cos’ho trovato nel cesso, ragazzi! Un finocchio!... Visto anche tu, Nat?»

A quelle parole Riderson, che nello specchio di fronte vedeva formarsi alle sue spalle la minacciosa adunata a semicerchio della flotta di Brunello, si richiuse la patta adagio e voltandosi con aria indifferente disse:

«Be’, Jerry, vedo che a voialtri piace giocare in casa».

E, siccome aveva parlato con una gran faccia tosta, lasciandoli lì come dei gonzi tirò la catena e, con un altro odoroso slam della porta a due ante, se ne fuori in un attimo.

Quelli erano rimasti lì piantati come bietole, di stucco, e si guardavano come idioti dicendo «Che finocchio!», e «Altroché se è una checca questo qui!».

«Siete voi i finocchi!», stride invece “Beat” Brunello, rosso in viso per la rabbia, «Non avete capito che questo fottutissimo “Horse” ci ha tirato un’infamata bella e buona? Se ‘giochiamo in casa’ nei cessi, grandi idioti che non siete altro, be’, vuol dire che… siamo degli stronzi!».

I gonzi guardano di sbieco il capo, non sembrano del tutto convinti; poi però ripensano al suono argentino della catenella e si schifano del posto dove sono finiti a concludere quella serata del cazzo.

«Gran frocio! Meglio lasciarlo perdere…», fanno.

E di nuovo, odorosamente, la porta produce il suo ultimo slam.

 

 

 


Giovanni Boccaccio, Decameron
Giornata VI - Novella IX


Dovete adunque sapere che ne’ tempi passati furono nella nostra città assai belle e laudevoli usanze, delle quali oggi niuna ve n’è rimasa, mercé dell’avarizia che in quella con le ricchezze è cresciuta, la quale tutte l’ha discacciate. Tra le quali n’era una cotale, che in diversi luoghi per Firenze si ragunavano insieme i gentili uomini delle contrade e facevano lor brigate di certo numero, guardando di mettervi tali che comportar potessono acconciamente le spese, e oggi l’uno, doman l’altro, e così per ordine tutti mettevan tavola, ciascuno il suo dì, a tutta la brigata; e in quella spesse volte onoravano e gentili uomini forestieri, quando ve ne capitavano, e ancora de’ cittadini; e similmente si vestivano insieme almeno una volta l’anno, e insieme i dì più notabili cavalcavano per la città, e talora armeggiavano, e massimamente per le feste principali o quando alcuna lieta novella di vittoria o d'altro fosse venuta nella città.

Tra le quali brigate n’era una di messer Betto Brunelleschi, nella quale messer Betto è compagni s’eran molto ingegnati di tirare Guido di messer Cavalcante de’ Cavalcanti, e non senza cagione; per ciò che, oltre a quello che egli fu un de’ migliori loici che avesse il mondo e ottimo filosofo naturale (delle quali cose poco la brigata curava, sì fu egli leggiadrissimo e costumato e parlante uomo molto, e ogni cosa che far volle e a gentile uom pertenente, seppe meglio che altro uom fare; e con questo era ricchissimo, e a chiedere a lingua sapeva onorare cui nell’animo gli capeva che il valesse.

Ma a messer Betto non era mai potuto venir fatto d’averlo, e credeva egli co’ suoi compagni che ciò avvenisse per ciò che Guido alcuna volta speculando molto astratto dagli uomini diveniva. E per ciò che egli alquanto tenea della oppinione degli epicuri, si diceva tra la gente volgare che queste sue speculazioni eran solo in cercare se trovar si potesse che Iddio non fosse.

Ora avvenne un giorno che, essendo Guido partito d’Orto San Michele e venutosene per lo corso degli Adimari infino a San Giovanni, il quale spesse volte era suo cammino, essendo quelle arche grandi di marmo, che oggi sono in Santa Reparata, e molte altre dintorno a San Giovanni, ed egli essendo tra le colonne del porfido che vi sono e quelle arche e la porta di San Giovanni, che serrata era, messer Betto con sua brigata a caval venendo su per la piazza di Santa Reparata, veggendo Guido là tra quelle sepolture, dissero: - Andiamo a dargli briga; - e spronati i cavalli a guisa d’uno assalto sollazzevole gli furono, quasi prima che egli se ne avvedesse, sopra, e cominciarongli a dire:

- Guido tu rifiuti d’esser di nostra brigata; ma ecco, quando tu arai trovato che Iddio non sia, che avrai fatto?

A’ quali Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse:

- Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace; - e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fussi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò.

Costoro rimaser tutti guatando l’un l’altro, e cominciarono a dire che egli era uno smemorato e che quello che egli aveva risposto non veniva a dir nulla, con ciò fosse cosa che quivi dove erano non avevano essi a far più che tutti gli altri cittadini, né Guido meno che alcun di loro.

Alli quali messer Betto rivolto disse:

- Gli smemorati siete voi, se voi non l'avete inteso. Egli ci ha detta onestamente in poche parole la maggior villania del mondo; per ciò che, se voi riguardate bene, queste arche sono le case de’ morti, per ciò che in esse si pongono e dimorano i morti; le quali egli dice che sono nostra casa, a dimostrarci che noi e gli altri uomini idioti e non litterati siamo, a comparazion di lui e degli altri uomini scienziati, peggio che uomini morti, e per ciò, qui essendo, noi siamo a casa nostra.

Allora ciascuno intese quello che Guido aveva voluto dire e vergognossi né mai più gli diedero briga, e tennero per innanzi messer Betto sottile e intendente cavaliere.