Alberto Galli - Dante Alighieri Stampa

Ulisse


Quando lasciai Niangoloko avevo i muscoli sfibrati da privazioni e torture, la cute sporca e livida dopo un lungo anno di guerra: la “guerra di Natale”. Così era stata ribattezzata dal “mago” Sankara, il generale-padrone di un lembo d’Africa nera.

Mi riscattai dalla morte e fuggii grazie all’aiuto di un capo tribù Lobi, che salvò me e una ventina di altri guerrieri, ma lasciò ai vincitori le terre, gli animali e tutte le donne ancora in vita.

Attraversai confini, oasi e deserti, per sparire lontano, sempre più lontano. Non riuscirono a trattenermi il tenero sentimento per un figlio, la pietà reverente verso un padre, il debito d’amore, ormai sepolto, per una donna. Nulla della precedente vita poté vincere il desiderio di una “vera” vita, il lascito tormento di un mondo nuovo, la traccia di una labile speranza.

Camminai a lungo, lontano, sempre più lontano. Dopo un mese o forse più raggiunsi le coste atlantiche, fino alla rossa penisola di Conakry, sotto Capo Verde. Fu in quei luoghi che una piccola barca, poco più di un legno, e i pochi compagni sopravvissuti nella fuga, mi trascinarono inerme verso il mare aperto, per un nuovo viaggio, costeggiando Guinea e Senegal, Mauritania e Marocco.

Il lungo navigare ci rese stanchi, affamati e senza forze, come lenti caproni invecchiati; così non ci accorgemmo, una notte, di essere approdati in una solitaria spiaggia tra Ceuta e Siviglia, proprio ai piedi delle Colonne d’Ercole, la stretta porta d’occidente.

I più tra noi parevano rassegnati, vinti dal buio e dalla fatica, timorosi che quell’angolo sconosciuto non fosse altro che una nuova promessa di prigione. Mi voltai verso due giovani sdraiati al mio fianco e cercai, nei loro occhi, un residuo di luce e coraggio.

“Fratelli” dissi loro, “abbiamo viaggiato per miglia e miglia, per terre e mari, scampando fame e pericoli; la volontà di Dio ci ha sospinti verso l’estremo margine del mondo, così da poter abbracciare nuovi popoli e conoscere altri lidi”. Abbassai lo sguardo e vidi le mie mani nude, il corpo misero e spoglio. “Guardate come siamo ridotti”, ripresi con vigore, “non siamo nati per vivere come bruti, ma per camminare liberi e conoscere ogni virtù”.

Ci fu, a quelle mie parole, un prolungato silenzio e un’irrequieta immobilità. Poi, uno ad uno ci alzammo senza guardarci, ritornammo in mare e, saliti sulla barca, sospingemmo al largo quel che rimaneva di noi e del vecchio relitto. Riprendemmo la rotta iniziale, lo scafo rivolto a levante, via via più veloce e leggero, come un uccello, che si lancia ad ali spiegate in un folle volo.

Le notti erano illuminate da stelle ignote, velate di nebbia o limpide nel loro pulsare, e l’orizzonte scendeva così dolcemente che la volta celeste sembrava bagnarsi nelle acque.

Viaggiammo senza sosta e per cinque notti la luna rischiarò il nostro navigare, fino a quando, in un’alba fredda e tersa, apparve dinanzi a noi una montagna altissima, indefinita e azzurra per la lontananza. Un vulcano, posto all’estremità di un isola che, allungata sulle acque, pareva una piramide rovesciata.

Urlammo di gioia, poi ballammo e ci abbracciamo formando un sol corpo. Ma, ben presto, la felicità si trasformò in pianto, poi in terrore e tragedia.

Proprio dal monte che ci aveva illuso e riempito di speranza, si alzò un vento di maestrale, imperioso e tremendo, che sferzò la prua della nave, la fece girare su se stessa e, per tre volte, la investì alzando onde gigantesche. Repentinamente un vortice la trascinò a sé, sollevando la poppa e inabissandone la lancia: fu così che il mare si richiuse sopra di noi.

***

M’Bock Marcel N’Diaye era un profugo del Burkina Faso, annegato con altri venti compagni di viaggio nel Canale di Sicilia. La sua casa, oggi, è un cumulo di terra nel cimitero di Lentini, segnato da una lapide bianca che porta incisi - in caratteri scuri – il nome e una data.

La notte di Natale, un ragazzino di nome Dante ha letto questa breve storia davanti all’altare maggiore, per far memoria dell’odissea di N’Diaye e degli altri venti Ulisse, morti con lui nel folle
volo.

 


 


Dante Alighieri - La Divina Commedia

Inferno, Canto ventiseiesimo (vv. 90 – 142)

ULISSE

 

………………………………”Quando       90

mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,               93

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ‘l debito amore
lo qual dovea Penelope far lieta,             96

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;                 99

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.        102

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.  105

Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi           108

acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.      111

”O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia                114

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente. 117

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.   120

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino, che a pena poscia li avrei ritenuti;         123

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino. 126

Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ‘l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.   129

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo,  132

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.          135

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.    138

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,   141

infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso.