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Rancore
I soldati lo condussero dentro il cortile e convocarono tutta la corte. Lo rivestirono di porpora.
I Fenici si servivano di questa sostanza prodotta dai molluschi per dare alle stoffe, attraverso la tintura, quello splendido viola rubescente che tanto stringeva e confortava, così pensava l’uomo, conoscendo nell’attimo il passato, il presente e il futuro.
Ma non riusciva a distogliere la mente dal rancore che lo prendeva pensando ai secoli che sarebbero venuti in suo nome, perché il suo sacrificio veniva deriso, soffocato nella polvere e nel sangue, le sue carni lacerate, mentre restava nudo il suo corpo divino.
Rancore.
Il suo nome sarebbe stato sulla bocca di tutti e la sua resa il simbolo dell’autorità, del mistero e del miracolo. No, non riusciva più a sopportarlo.
Intanto, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo. Cominciarono poi a salutarlo: “Salve, re dei Giudei!”. E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui. Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.
La splendida porpora lasciò su di lui un profumo di fede, una schiena imbevuta di vento, sulla quale sporgersi un’ultima volta per annusare le stelle.
Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere. Erano le nove del mattino. E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: “Il re dei Giudei”. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra.
Non era per i pezzenti, per quelle pose scomposte, impossibili, che sfidavano il peso. No, non era per loro che il rancore montava. Era per il sangue che si perdeva sulla terra, mentre i chiodi venivano piantati nella carne. Era per il dolore e la polvere che vorticava nell’aria e per i nervi che ad ogni fitta prostravano quel corpo.
Così, una nuova, confusa rabbia gli faceva serrare le labbra e muovere le dita. Quelle dita erano istinto di vita, inspiegabile sofferenza: lui sarebbe stato il simbolo del dolore, della resa al dolore. Ecco, forse, da dove veniva il rancore.
E, sotto di lui, la folla ringhiava e lo derideva. Allora un sorriso acerbo, invisibile, sfiorò quel volto scavato dal dolore. Quel sorriso era lo scherzo che aveva in mente: il suo rancore.
Intanto i passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: “Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!”
Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: “Ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo”
Salva te stesso scendendo dalla croce, dicevano quegli stolti. Magari per sentire ancora il profumo della porpora addosso. E perché no, in fondo? Perché non provarci? Sai che paura...
Quelle parole lo avevano tentato, e, in un attimo, decise che non si sarebbe lasciato vincere da tutto quel dolore, che non avrebbe più donato il suo corpo, che non avrebbe accettato tutta quella miseria e quelle risa sguaiate, bieche, tronfie. Aveva deciso che la sua non sarebbe stata la storia di un martirio, che sulla sua sofferenza nessuno avrebbe edificato altari.
Le mani già forzavano i chiodi che lo tenevano, il dolore si fece rivolta. Su, nel cielo, quattro stracci di stelle inseguivano il vento, che prometteva tempesta.
Sì, oramai aveva deciso: sarebbe sceso dalla croce.
Il Vangelo secondo Marco
15, 17 – 20;
Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la coorte. Lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo. Cominciarono poi a salutarlo: “Salve, re dei Giudei!”. E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui. Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.
15 24 - 32
Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra.
I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: “Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!”
Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: “Ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo”.
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