Giulia Valsecchi - Fedor M. Dostoevskij Stampa

Notti sorde


Dicevano che gli abitanti di Gioia Tauro e delle vicinanze, per la loro naturale diffidenza e severità, incutessero paura al primo sguardo; chi aveva frequentato le isole, invece, si distingueva per una tranquilla rassegnazione.

Sia che mi capitasse di notare all’orizzonte una nuova scia di scafisti che procedevano affannosamente coi motori penzolanti da carichi di montagne di uomini, donne, rifugiati afro e non afro o di altre razze bastarde su cui spesso dominava, proprio in cima alla massa, una giovane magrolina che sorvegliava la roba di famiglia come fosse oro estratto dai suoi occhi; sia che mi voltassi verso le altre navi, che con il loro carico pesante di merci avanzavano sul Tirreno e forse anche sullo Ionio verso il continente e le isole, ai miei occhi, quegli scafi e barche si moltiplicavano per cento e per mille; al contrario, mi pareva che gli abitanti stessero per fuggire e trasferirsi altrove a gruppi di famiglie intere e che tutta Gioia Tauro minacciasse di trasformarsi in un deserto.

Cominciai a provare un senso d’abbandono, rifiuto e tristezza, decisamente non sapevo ancora né come, né dove andare a dormire. Anch’io ero stato tra quelli pronti a salire su una barca qualsiasi, a partire con qualsiasi pezzo d’uomo dall’aspetto poco rispettabile che possedesse una bagnarola; ma nessuno, assolutamente nessuno mi ascoltò, come se mi avessero già escluso, come se per loro io fossi solo un invasore. Allora camminai molto e a lungo, tanto che, com’era mia abitudine, finii per non sapere più dove mi trovassi quando, improvvisamente, mi resi conto di aver superato il confine della città.

In poche ore mi sentii persino sollevato e, attraversato il primo tratto di strada sterrata, mi avviai tra i campi maturi e le case; ormai non provavo più stanchezza, sentivo con tutto me stesso che la mia anima stava per liberarsi di un peso. I passanti mi fissavano con tanta curiosità da sembrare sul punto di parlarmi; tutti, dal primo all’ultimo, avevano un’aria sana ma, per qualche motivo, si tenevano stretti gli uni agli altri. E anch’io ero curioso di loro come mai in vita mia. Proprio come se, improvvisamente, mi fossi ritrovato in un’altra Italia, tante erano le sfide con cui quel Paese aveva appena accolto uno come me, negro malandato e già mezzo soffocato tra le mura della gente.




Notti bianche


«Gli abitanti di Pargòlovo e anche di più lontano incutevano rispetto al primo sguardo per la loro assennatezza e la loro serietà; il frequentatore dell’isola Krestovskij si notava per il suo aspetto di una serenità olimpica.

Sia che mi accadesse di incontrare una lunga processione di carrettieri che procedevano pigramente con le redini in mano accanto ai carichi di montagne di mobilia, sedie, divani turchi e non turchi e di altre masserizie domestiche in cui spesso troneggiava, proprio sulla sommità del carro, una cuoca gracilina che sorvegliava la roba dei padroni come la pupilla degli occhi suoi; sia che guardassi le barche che con il loro pesante carico di masserizie scivolavano sulla Nevà o sulla Fontanka verso la Cërnaja Rečka o verso le isole, carri e barche si moltiplicavano per dieci e per cento ai miei occhi; mi pareva che tutti avessero preso l’avvio e movessero trasferendosi a carovane intere in campagna; mi pareva che tutta Pietroburgo minacciasse di trasformarsi in un deserto cosicché, alla fine, cominciai a provar vergogna, offesa e tristezza; decisamente non avevo né dove, né come andare in villeggiatura. Ero pronto ad andarmene con ogni carro, a partire con ogni signore dall’aspetto rispettabile che noleggiasse una vettura; ma nessuno, assolutamente nessuno mi invitò, proprio come mi avessero dimenticato, come se per loro io fossi un estraneo. Avevo camminato molto e a lungo, tanto che, secondo la mia abitudine, avevo finito di non saper più dove mi trovassi quando all’improvviso mi resi conto che ero arrivato alla barriera della città.

In un batter d’occhio diventai allegro e, attraversate le sbarre, mi avviai tra i campi seminati e i prati; non provavo stanchezza, ma solo sentivo con tutto il mio essere come se un grosso peso mi stesse cadendo nell’anima; tutti i passanti mi guardavano con tanta cordialità che parevano sul punto di salutarmi; tutti avevano l’aria allegra per qualche motivo e tutti, dal primo fino all’ultimo, fumavano dei sigari. E anch’io ero contento come mai ancora ero stato. Proprio come se, improvvisamente, mi fossi trovato in Italia tanta era la forza con cui la natura aveva colpito me, cittadino malandato e mezzo soffocato tra le mura della città».