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Un Natale così bianco
Ai piedi dell’A4, tra Bergamo e Brescia, sorgeva un piccolo paese di cui ancora oggi, scendendo dal lago d’Iseo, sono visibili le macerie.
Tutto ebbe inizio una vigilia di Natale, dieci lustri fa, quando alla porta di Pino Pepi bussò Samìa, infreddolita, gravida e clandestina. Per compassione, sapendo di violare l’ordinanza comunale che sanciva l’arresto d’ogni sans-papier, Pino la fece entrare, le offrì un the e la lasciò a riposare nella camera degli ospiti.
Aveva ripreso a nevicare quando Pino sentì battere ancora alla porta; era Ambrogio Fumagalli, sindaco e capo ronda che, scortato da un drappello di quattro uomini, veniva ad accertare il rispetto dell’operazione White Christmas. Pino fu costretto a confessare la colpa e Samìa obbligata ad alzarsi e seguire il plotone; uscendo però, ancora intorpidita dal sonno, scivolò sui gradini innevati e preoccupandosi di proteggere il grembo finì per pestare la schiena e la nuca. Pino, sfidando le risate della squadriglia, si chinò su di lei. Samìa respirava a fatica e non si muoveva; fu chiamata l’ambulanza ma all’ospedale, nell’ultimo gemito del parto, morì.
Alcuni anni dopo, Ambrogio Fumagalli, in disgrazia come tutto il paese per una crisi economica cui nessuno aveva saputo porre rimedio, ricevette la visita di un importante industriale straniero interessato ad aprire una fabbrica di cibo alle arachidi, vista la presenza in zona di tanti suoi connazionali esperti in tali lavorazioni.
Il sindaco, che teneva molto all’affare, decise di ospitare il magnate in quella che un tempo era stata la dimora, poi requisita dal municipio, di Pino Pepi; lo straniero accettò volentieri, ma il mattino seguente, con i capelli in piedi, giurò che la casa era infestata dai fantasmi, fece il pieno all’auto e ripartì precipitosamente.
L’episodio suscitò scalpore in tutto il circondario: con dispiacere del sindaco scoraggiò molti investitori e poiché tra i suoi stessi concittadini si diffuse la voce che la casa fosse abitata dagli spiriti, per smentirla decise di dormirci lui stesso.
A mezzanotte, dopo che dall’imbrunire non era accaduto nulla di strano, d’improvviso udì il rumore accennato dal magnate straniero: un fruscio di vento e neve accompagnato dallo stridore di un corpo che cadeva a terra, pesante come l’ancora di un transatlantico gettata, anziché in mare, sul molo; silenzio, poi il gemere disperato di un bambino che non gli fece chiudere occhio. Al mattino, libero dall’impegno preso, uscì per le strade del paese dove al mercato incontrò Lia, una delle sue amanti, l’ultima in ordine di tempo, che lo spronò a dir la verità.
Eccitata all’idea di spiriti e fantasmi, Lia convinse Ambrogio a tornare in quella casa con lei la sera stessa. Si fecero accompagnare anche da Ciuci, il cane di Lia. Era la vigilia di Natale e prima di mettersi a letto accesero candele profumate di agrifoglio divertendosi poi, tra il calduccio delle coperte, a ridere di tutto e di tutti e in particolar modo di Pino. Il poveretto infatti viveva in periferia, nei palazzoni degli immigrati e, oltre ad aver perso la casa, aveva adottato il figlio di Samìa.
A mezzanotte, spettrale e gelido, il rumore tornò ad avvolgere l’abitazione infilandosi dalle fessure delle porte, agitando le finestre per frantumare i vetri e penetrando come un attizzatoio i timpani dei due malcapitati. Vergognandosi a vicenda, sebbene aggrediti dal terrore, finsero indifferenza. Ciuci no: il cane cominciò a ringhiare e ad abbaiare e a correre disperato per la stanza rovesciando ogni cosa; infine, seguito dalle urla straziate e dalle gambe rapide di Lia, fuggì in strada. Ambrogio, rimasto per gioco ammanettato alla spalliera, in atroci sofferenze, perì arso vivo. Le candele urtate dal cane, avvampati i tendoni, avevano trasformato la camera in una pira e i pompieri, qualche ora dopo, trovarono le bianche ossa del sindaco nel letto dal quale aveva fatto alzare la clandestina del Ghana.
Heinrich von Kleist, La mendicante di Locarno
Ai piedi delle Alpi, vicino a Locarno, in Alta Italia, sorgeva un vecchio castello, appartenente a un marchese, che ancora oggi, venendo dal San Gottardo, si vede, ridotto in macerie e in rovina: un castello dalle stanze alte e spaziose, in una delle quali una volta, sulla paglia che vi era stata ammucchiata, era stata messa a giacere per compassione, dalla padrona di casa, una vecchia donna malata, che si era presentata alla porta chiedendo l'elemosina. Il marchese, che, di ritorno dalla caccia, entrò distrattamente nella stanza, dove in genere riponeva la sua carabina, ordinò irritato alla donna di alzarsi dall'angolo in cui era distesa, e di mettersi dietro la stufa. La donna, tirandosi su, scivolò con la gruccia sul pavimento liscio, e si fece una grave ferita all'osso sacro; tanto che si alzò, sì, con indicibile sforzo, e attraversò di traverso la stanza, come le era stato ordinato, ma dietro la stufa, fra gemiti e sospiri, si lasciò cadere e morì. Alcuni anni dopo, quando il marchese, a causa della guerra e dei cattivi raccolti, si trovava in una brutta situazione finanziaria, venne a trovarlo un cavaliere fiorentino, che, per la sua bella posizione, voleva comperare il castello. Il marchese, che teneva molto all'affare, disse alla moglie di alloggiare l'ospite nella stanza di cui abbiamo parlato, che era vuota, ed era stata arredata splendidamente. Ma quale fu la costernazione della coppia quando il cavaliere, nel bel mezzo della notte, scese in camera loro pallido e turbato, giurando e spergiurando che in quella stanza c'erano gli spiriti, perché qualcosa che era rimasto invisibile allo sguardo si era alzato da un angolo della stanza, con un rumore come di paglia smossa, aveva attraversato di sbieco la stanza, con passi lenti e interrotti, ma ben udibili, e si era lasciato cadere, fra gemiti e sospiri, dietro la stufa. Il marchese, spaventato, lui stesso non sapeva bene perché, prese in giro il cavaliere con simulata allegria, e disse che si sarebbe alzato immediatamente e, per sua tranquillità, avrebbe passato la notte con lui in quella stanza. Ma il cavaliere lo pregò, per cortesia, di permettergli di pernottare nella sua camera da letto, su una poltrona, e, quando arrivò il mattino, fece attaccare i cavalli, si congedò e partì. L'incidente, che suscitò un grande scalpore, scoraggiò, con enorme disappunto del marchese, molti compratori. E poiché tra i suoi stessi domestici si diffondeva, in modo strano e incomprensibile, la voce che in quella stanza, a mezzanotte, si muovessero gli spiriti, egli, per metterla decisamente a tacere una volta per tutte, un giorno decise di esaminare lui stesso la cosa la notte seguente. All'imbrunire fece dunque portare il suo letto in quella stanza, e aspettò senza dormire la mezzanotte. Ma quale fu il suo sgomento quando in effetti, allo scoccare dell'ora degli spiriti, sentì l'incomprensibile rumore; era come se un essere umano si alzasse dalla paglia che frusciava sotto di lui, attraversasse di traverso la stanza e si lasciasse cadere, fra rantoli e lamenti, dietro la stufa. La marchesa, il mattino dopo, gli chiese, appena fu sceso, come fosse andata la sua indagine. E, quando egli si guardò intorno, con occhiate incerte e timorose, e, dopo aver chiuso a chiave la porta, le assicurò che i fantasmi c'erano veramente, lei si spaventò come non le era mai successo in vita sua e lo pregò, prima di far sapere il fatto, di tentare un'altra prova, a mente fredda, in sua compagnia. Ma la notte seguente, insieme a un fedele domestico che avevano portato con loro, sentirono ancora una volta lo stesso incomprensibile, spettrale rumore. Solo il pressante desiderio di sbarazzarsi del castello a qualunque costo poté far loro reprimere, in presenza del domestico, il terrore che li prese, e attribuire l'incidente a una causa qualsiasi, indifferente e casuale, che prima o poi si sarebbe scoperta. La sera del terzo giorno, quando tutti e due, per venire a capo della cosa, salirono di nuovo, con il cuore che batteva, la scala della camera degli ospiti, il loro cane da guardia, che era stato sciolto dalla catena, si trovò per caso davanti alla porta; tanto che i due, senza dirlo esplicitamente, forse con l'intenzione istintiva di avere con sé un terzo essere vivente, fecero entrare il cane nella stanza. La coppia, due candele sul tavolo, la marchesa senza spogliarsi, il marchese tenendo al suo fianco la spada e le pistole che aveva preso da un armadio, si siede, verso le undici, ognuno sul proprio letto; e, mentre cercano di passare il tempo come possono, chiacchierando, il cane si corica in mezzo alla stanza, testa e gambe acciambellate, e si addormenta. A mezzanotte in punto, l'orribile rumore si fa di nuovo sentire; qualcuno che nessun occhio umano può vedere si alza sulle grucce, nell'angolo della stanza; si sente la paglia frusciare sotto di lui; e al primo passo, tapp!, tapp!, il cane si sveglia, drizza le orecchie, si solleva di colpo dal pavimento e, ringhiando e abbaiando, proprio come se un essere umano venisse passo passo verso di lui, indietreggia verso la stufa. A quella vista la marchesa, con i capelli dritti, si precipita fuori dalla stanza e, mentre il marchese, afferrata la spada, grida: "Chi è là?" e, poiché nessuno risponde, mena fendenti in aria come un pazzo, in tutte le direzioni, dà ordine di attaccare i cavalli, decisa a partire immediatamente per la città. Ma, prima che, radunati alcuni bagagli, esca dal portone con fracasso, vede il castello tutto avvolto dalle fiamme. Il marchese, sopraffatto dall'orrore, aveva preso una candela e, stanco della vita, aveva dato fuoco ai quattro angoli dell'edificio, interamente rivestito di legno. Invano la marchesa mandò gente dentro, a salvare l'infelice: era già morto nel modo più misero, e ancora oggi le sue bianche ossa, raccolte dai contadini, giacciono nell'angolo della stanza dal quale egli aveva fatto alzare la mendicante di Locarno.
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