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Le origini di un Martens
Nel dipartimento di Cuissardes è sempre meglio specificare in quale dipartimento. Non c’è niente di più divertente di ogni sorta di dipartimenti, reggimenti, tradimenti e fallimenti in una parola di ogni sorta di ordine dispocratico. Ora, ora mai ogni pubblico cittadino ritiene che nella sua persona venga offesa tutta la privata società. Dicono (voci di quartiere) che non da molto circoli un elogio di un capitano Glava Pravitel’ stva1, del medesimo dipartimento, nel quale egli espone chiaramente che le istituzioni statali vanno a gonfie vele e che il loro sacro nome viene portato alto.
E, come prova, ha allegato un enorme tomo di una qualche opera futurista in cui, ogni dieci pagine compare una capitano Glava Pravitel’ stva, in alcuni punti perfino in completo stato di lucidità. Sicchè per evitare qualunque malinteso, generato da ambiguità, è meglio chiamare il dipartimento di cui si tratta con il suo nome: Cuissardes . Sicchè, a Cuissardes prestava servizio un deputato, anzi no, un impiegato; non si può dire fosse una colonna portante, non si può dire neanche che fosse una colonna in realtà, di bassa statura, un po’ brizzolato, un po’ bianchiccio, un po’ calvo, neanche una ruga e quel colore di viso che si dice pancreatitico...Che farci! La colpa è del clima nordico. Per quanto riguarda il grado (nostro malgrado), egli era quel che si definisce un eterno qualcosa titolare. Del quale, come è noto, ne hanno fatto un gioco, e sul quale hanno fatto dello spirito fino alla nausea i vari scrittori che hanno la pessima abitudine di prendersela con coloro che non c’hanno i denti e che quindi non possono mordere. Il cognome dell’impiegato era Martens . E già dal nome si vede che esso aveva avuto origine in uno stivale, ma quando e in quale epoca e in quale moda avesse avuto origine in uno stivale, è del tutto ignoto. Fatto sta che così come dice il proverbio: “ogne scarpa addeventa scarpone” pure lo stivale nel quale era nato l’impiegato non ci mise poco che diventò uno scarpone. Nonostante, sia il padre, sia il nonno, sia perfino il cognato e tutti i Martens cambiavano continuamente le suole ai loro stivali. Il suo nome era Konnikec Konnikevič . Forse al lettore può sembrare un nome comune, ma in realtà si erano prodotte circostanze per le quali non era stato possibile in nessun modo dargli un altro nome, e la cosa era avvenuta più o meno così. Konnikec Konnikevič nacque, sul far della notte di un 24 Dicembre. La madre, si dispose, com’è d’uso di battezzare il bambino. La madre era ancora nel letto mentre alla sua destra stava in piedi il padrino, persona eccelsa, Andrea Andreanovič, che prestava servizio al senato, e la madrina, moglie di nessuno, donna di sospette virtù Mara Carmenovna Osipovna. Alla puerpera proposero di scegliere uno di questi tre nomi: Dimitri, Ivan o Kovalèv. “No” pensò la donna, “che razza di nomi”, “e poi Kovalèv non è forse il nome del protagonista di un racconto di un tale Gogol’, che un giorno si sveglia senza il naso? Che razza di storia! E comunque no, e ancora no!”. Per compiacerla spiegarono il calendario in un altro punto; uscirono nuovamente tre nomi: Asturcone, Varenne, e Bucefalo. “Ma è un delitto!”, disse la vecchietta, “che razza di nomi, o meglio che razza di cavalli!.”. Chiusero il calendario e la vecchietta disse “Be’ non è che ci veda poi bene, ma se evidentemente il suo destino è questo, di cavallo, almeno gli darò un nome che gli faccia onore: Konnikec Koniikevič”. In tal modo ebbe origine Konnikec Konnikevič, dove Konnikec deriva da konnik e significa appunto “uomo a cavallo”. Battezzarono il bambino; durante il rito si mise a ridere e fece un ghigno come se presentisse che sarebbe diventato un qualcosa titolare, o meglio titolare di un qualcosa di grande. E così ecco in che modo ebbe origine tutto ciò.
1 Capo del governo
Nikolaj V. Gogol', Il cappotto
Nel dipartimento di... ma è meglio non specificare in quale dipartimento. Non c’è niente di più irritabile di ogni sorta di dipartimenti, reggimenti, cancellerie e, in una parola, di ogni sorta di ordine burocratico. Ora, ormai ogni privato cittadino ritiene che nella sua persona venga offesa tutta la società. Dicono che non da molto sia pervenuta la supplica di un capitano-ispravnik1, non ricordo di quale città, nella quale egli espone chiaramente che le istituzioni statali vanno in rovina e che il loro sacro nome viene pronunciato decisamente , a vanvera. E, come prova ha allegato alla supplica un enorme tomo di una qualche opera romantica in cui, ogni dieci pagine, compare un capitano-ispravnik, in alcuni punti perfino in completo stato di ubriachezza. Sicchè per evitare qualunque spiacevolezza, è meglio chiamare il dipartimento di cui si tratta un dipartimento. Sicchè, in un dipartimento prestava servizio un impiegato; non si può dire fosse un impiegato molto importante, di bassa statura, un po’ butterato, un po’ rossiccio, perfino un po’ corto di vista all’apparenza, con una piccola calvizie sulla fronte, con delle rughe da ambedue i lati delle guance e quel colore di viso che si dice emorroidale... Che farci! La colpa è del clima pietroburghese. Per quanto riguarda il grado (poiché da noi prima di tutto si deve dichiarare il grado), egli era quel che si definisce un eterno consigliere titolare, del quale, come è noto, si sono presi gioco e sul quale hanno fatto dello spirito a sazietà i vari scrittori che hanno la lodevole abitudine di prendersela con coloro che non possono mordere. Il cognome dell’impiegato era Bašmačkin. E già dal nome si vede che esso aveva avuto origine da una scarpa2; ma quando, in quale epoca e in quale modo avesse avuto origine da una scarpa, è del tutto ignoto. Sia il padre, sia il nonno, sia perfino il cognato e assolutamente tutti i Bašmačkin hanno portato gli stivali, limitandosi a cambiare all’incirca tre volte l’anno le suole. Il suo nome era Akakij Akakievič3. Forse al lettore sembrerà un po’ strano e ricercato, ma è possibile assicurare che non l’avevano affatto cercato, e che si erano prodotte spontaneamente tali circostanze per le quali non era stato possibile in nessun modo dargli un altro nome, e la cosa era avvenuta precisamente così. Akakij Akakievič nacque, se solo la memoria non mi tradisce, sul far notte di un 23 marzo. La defunta madre, moglie impiegato e donna molto buona, si dispose, come è d’uso, a battezzare il bambino. La madre era ancora nel letto di fronte alla porta, mentre alla sua destra stava in piedi il padrino, persona eccellente, Ivan Ivanovič Eroškin, che prestava servizio al senato come capo-sezione, e la madrina, moglie dell’ufficiale di quartiere, donna di rare virtù, Arina Semenovna Belobtjuškova. Alla puerpera proposero di scegliere uno di questi tre nomi: Mokkija, Sossija o di chiamare il bambino col nome del martire Chozdazat. “No”, pensò la defunta, “che razza di nomi”. Per compiacerla, spiegarono il calendario in un altro punto; uscirono nuovamente tre nomi: Trifilij, Dula e Varachasij. “Ma è un castigo”, disse la vecchietta, “che razza di nomi; io davvero non ne ho neanche mai sentiti di simili. Fosse ancora Varadat o Varuch, ma Trifilij e Varachasij”. Voltarono ancora pagina e uscirono: Pavsikachij e Vachtisij. “Be’, vedo già”, disse la vecchietta, “che evidentemente ha questo destino. Se è così, meglio che si chiami come suo padre. Il padre era Akakij, che anche il figlio sia Akakij”. In tal modo ebbe origine Akakij Akakievič. Battezzarono il bambino; durante il rito si mise a piangere e fece una smorfia tale come se presentisse che sarebbe diventato consigliere titolare. E così, ecco in che modo ebbe origine tutto ciò.
1 Capo della polizia di distretto
2 Perché bašmak in russo vuol dire appunto scarpa 3 Il nome Akakij deriva chiaramente dal greco ἄ- κακoς, è cioè innocente, ignaro del male |