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L’uomo della metropolitana
Sul finire di un pomeriggio invernale, sedevo in un caffè della metropolitana milanese. Vedevo la gente solo come massa di esseri associati da una relazione di lontananza. Quel tutto generico era, in realtà, la dimostrazione delle innumerevoli varietà di figure, abiti, atteggiamenti, visi e fisionomie. Ed ogni singolo individuo della folla era lontano da tutti gli altri: erano lì assieme, stretti nella calca, ma il pensiero di ognuno era altrove rispetto a quello altrui.
Erano così vicini da non potersi muovere, ma così lontani da non potersi capire. Li osservavo stranito risalire in superficie, trascinati dalla scala mobile: dapprima si intravede un cappello, poi un ciuffo di capelli e il volto, infine, le spalle ed il busto. Uno ad uno passano nei tornelli e si dirigono verso le varie uscite, le mete sono diverse. Tornare a casa, andare a fare la spesa, raggiungere gli amici per un aperitivo. Seguono la loro direzione, io, invece, resto qui, seduto in un caffè anonimo, e li guardo. Vedo passare la vita. La guardo scorrere e non provo più alcun rimpianto.
Un ragazzetto dall'aria imbronciata avanza lentamente, quasi a passo di danza, tra i capelli ingellati spuntano due voluminose cuffie. Spinge le mani nelle tasche, aggrotta le sopracciglia e serra le labbra: come vuole il codice della strada. Ora sì che è davvero un duro. I pantaloni, troppo larghi, vengono attratti al suolo. Dapprima fa capolino l'elastico dei box, poi una prima fila di quadretti, inseguito una seconda e le altre, mentre il ragazzo tenta di rimediare al crollo, allargando le gambe, e la camminata si fa buffa, ondeggiando da destra a sinistra. Si avvicina alle scale e con una scrollata di spalle si aggiusta lo zainetto, poi afferra i pantaloni per la vita e li tira su. Prosegue con il ghigno gansta di prima, ma non è più la stessa cosa. La sua schiena viene coperta da un gruppo di giapponesi che, digitali alla mano, s'incammina verso i distributori automatici di biglietti. L'ingenuità dei turisti mi stupisce ogni volta. Credono che funzioni e, invece, dopo un paio di tentativi dovranno rivolgersi al giornalaio straniero che non sa l'inglese. E infatti, poco dopo, il meglio vestito del gruppo - con un cappotto beige di ottima qualità e di taglio marcatamente occidentale - si avvicina all'edicola e sfoggia la lingua internazionale. L'edicolante spalanca gli occhi e scuote la testa a dire no. Bel cappotto sorride e ripete lentamente, con l'affettazione e la pazienza orientali.
Ai not spik inglisc.
Si passa ai gesti, il giapponese indica il numero di biglietti con le mani, mentre dietro di lui si forma una piccola coda: il manager schizzinoso che non prende mai la metropolitana ed ha bisogno, immediatamente, di un biglietto; la mamma con due bambini schiamazzanti - gli prendo delle bustine di figurine, così mentre metto su la pasta si distraggono un attimo. Devo passare a prendere il pane e ricordarmi di pagare la tintoria - e la single con tacco 12 che torna dal lavoro, ma vuole acquistare la sua rivista femminile preferita, da sfogliare mentre mangia la dieta della carota indicata nell'ultimo numero. La french manicure è ancora intatta, sopravvissuta indenne al week-end, al vuoto alcolico della discoteca, dove incontri di tutto tranne quello che cerchi, al vuoto della domenica pomeriggio: quando si guarda allo specchio e vede solo se stessa con qualche capello in meno e qualche capello bianco in più. Ha i polpacci doloranti ed i piedi gonfi. Si pesa. La dieta - pensa - forse ho bisogno di un nuovo vestito, ma solo dopo lo stipendio. Da quanto tempo non dormo con un uomo? Pensa, la single tirata a lucido, mentre una lacrima attraversa il blush steso con cura sullo zigomo sinistro. Donna moderna, esclama, quando viene il suo turno. Poi si allontana, pestando forte i tacchi: donna moderna un cazzo. Sono già pronto a divorare con gli occhi un altro vagone di gente che risale lungo le scale mobili, quando il barista cinese mi chiede se può portarmi via la bottiglia di birra vuota. Ne ordino subito un’altra e butto gli occhi oltre al vetro: seguo l’ondeggiare lento dei fianchi di una donna, ne seguo i passi e ne riconosco i polsi piccoli e bianchi, persi nel cappotto invernale. La conosco, la conoscevo. Non le parlo da anni, lei forse non ricorda nemmeno più il mio nome, ma non posso fare a meno di questo rito quotidiano. Solo quando la vedo varcare i tornelli e spostarsi stizzita i capelli dalla fronte, solo quando la vedo allontanarsi coi suoi pensieri pesanti su quelle caviglie sottili, posso tornare a casa e gettare ancora gli occhi nel buio.
Edgar Allan Poe, L’uomo della folla
È stato giustamente detto di un certo libro tedesco che es lasst sich nicht lesen, che non permette di essere letto. Ci sono dei segreti che non permettono di essere svelati. Uomini muoiono nella notte nei loro letti, stringendo le mani di fantomatici confessori, guardando pietosamente negli occhi, muoiono con la disperazione nel cuore e la gola serrata a causa dell’orrore dei misteri che non permettono di essere svelati. Talvolta, ahimè!, la coscienza dell’uomo sopporta un fardello così pesante di orrore che può essere scaricato solo nella tomba. Così l’essenza di tutti i crimini resta sconosciuta.
Non molto tempo fa, sul finire di una sera autunnale, sedevo nell’ampia veranda del caffè D. a Londra. Ero stato per alcuni mesi in cattive condizioni di salute, ma ora ero convalescente e, col ritorno delle forze, mi trovavo in uno di quegli stati d’animo felici che sono tutto il contrario dell’ennui,uno stato d’animo di eccitata curiosità, quando il velo che l’offusca si solleva dalla visione mentale – l’ «αχλυς η πρινεπηεν» - e l’intelletto elettrizzato supera ampiamente la propria condizione quotidiana, come la vivida se pur candida ragione di Leibniz supera la folle e inconsistente retorica di Gorgia. Anche respirare mi dava gioia, così come taluni motivi di pena diventavano quasi una fonte di piacere- provavo un curioso e calmo interesse per tutte le cose. Con il sigaro in bocca ed un giornale sulle ginocchia, mi ero divertito per tutto il pomeriggio a leggere gli annunci commentandoli, a guardare con occhio critico la promiscua compagnia presente nella sala o a scrutare, attraverso i vetri appannati, la strada.
Quest’ultima è una delle principali arterie della città ed era stata affollata durante tutto il giorno. Ora si stava facendo buio e si erano accese le lampade, l’affollamento aumentava e due fitte correnti di gente passavano davanti alla porta. Non mi era mai capitato di essere in quella situazione in quel particolare momento della sera ed il tumultuoso mare di teste umane mi riempiva di una sconosciuta emozione. Alla fine trascurai completamente l’interno per concentrare la mia attenzione sull’esterno del caffè. Dapprima le mie osservazioni si limitavano ad un astratto esame generale. Vedevo la gente solo come massa di esseri associati da una relazione di vicinanza. Ben presto cominciai a guardare i dettagli, interessandomi minutamente delle innumerevoli varietà di figure, abiti, atteggiamenti, visi e fisionomie.
Per la maggior parte, quelli che passavano avevano un atteggiamento soddisfatto, da uomini d’affare e sembravano essere intenti solo ad aprirsi un varco tra la calca. Avevano la fronte accigliata, giravano gli occhi qua e là e se erano urtati dagli altri passanti, non mostravano segni di irritazione ma aggiustandosi un po’ i vestiti, procedevano oltre. Altri, ancora in notevole numero, si muovevano inquieti, con volti accessi, gesticolando e parlando tra sé, come se si sentissero soli nonostante la folla interno. Quando trovavano un ostacolo al loro cammino cessavano immediatamente di borbottare, ma raddoppiavano il loro gesticolare, ed attendevano con un assente e stanco sorriso sulle labbra, che le persone sulla loro via si togliessero di mezzo. Se venivano urtati si profondevano in scuse con chi li aveva urtati, sopraffatti dalla confusione. Non c’era niente di rilevante in queste due categorie di persone al di là di quello che ho notato. I loro abiti appartenevano a quelli classificati con esattezza decenti. Indubbiamente si trattava di nobili, mercanti, avvocati, commercianti e agenti di borsa, uomini d’affari – gli Eupatridi e gli esponenti comuni della società – uomini senza impegni di lavoro e uomini impegnati invece in propri affari, direttamente gestiti. Non sollecitavano, neanche un po’, la mia attenzione.
La categoria degli impiegati era riconoscibilissima e avevo individuato tra di loro due evidenti suddivisioni. Da un lato i giovani impiegati, di ditte alla moda, giovani gentiluomini con giacche attillate, scarpe lucide, capelli impomatati, sorriso arrogante. A parte una certa affettazione, che potrebbe definirsi impiegatismo in mancanza di un termine migliore, i modi di costoro sembravano un esatto fac-simile di quanto era stato la perfezione del bon ton, dodici o diciotto mesi prima. Ostentavano i vezzi ormai smessi dall’aristocrazia: questo, credo, sia il miglior modo di definire questa categoria.
Sulla categoria degli impiegati superiori delle ditte solide, quella dei «vecchi tipi solidi», non era possibile sbagliarsi. Erano riconoscibili per le giacche e i pantaloni neri o marroni, di foggia comoda, con panciotti e cravatte bianche, larghe scarpe dall’aria robusta, con ghette o calze pesanti. Avevano teste un po’ calve, dalle quali l’estremità superiore dell’orecchio destro, per l’abitudine di appoggiarvi la penna, sporgeva un po’ comicamente. Osservai che si toglievano e rimettevano i cappelli con entrambe la mani e portavano orologi sospesi a corte catene d’oro, di foggia antiquata. La loro era una affettazione di rispettabilità – se ci può essere affettazione così onorevole.
C’erano molti individui dall’aria elegante, che ero in grado di classificare con facilità nella razza dei borseggiatori in guanti gialli, una specie che infesta tutte le grandi città. Osservavo con molta curiosità questi individui e immaginavo che potessero essere presi per gentiluomini dai gentiluomini autentici. I voluminosi polsini e un’aria eccessivamente disinvolta, ne tradivano subito l’identità.
I giocatori professionisti che, a quanto vedevo, erano non pochi, erano ancor più facilmente riconoscibili. Vestivano in molte fogge, da quelle dei più tracotanti giocatori di bussolotti, con i panciotti di velluto, i fantasiosi fazzoletti da collo, le catene dorate, i bottoni in filigrana,a quelle degli ecclesiastici scrupolosamente prive di ornamenti e destinate ad allontanare ogni sospetto. Tutti però si distinguevano per un aspetto molle, il colorito scuro, gli occhi opachi, un certo pallore delle labbra serrate- altri due tratti caratteristici li distinguevano: un tono di voce guardingo e dimesso ed una eccessiva estensione del pollice ad angolo retto con le altre dita. Molto spesso in loro compagnia c’erano altri in abiti diversi, tuttavia uccelli dello stesso piumaggio. Potevano definirsi dei gentiluomini abituati a vivere di espedienti e sembrano derubare il pubblico divisi in due battaglioni: i bellimbusti ed i militari. I primi distinguibili per i lunghi capelli inanellati e i sorrisi, e i secondi per gli alamari e la grinta.
Discendendo la scala di quella che viene definita signorilità, trovai più oscuri e profondi temi di osservazione. Vidi venditori ambulanti ebrei con occhi di falco lampeggianti su volti nei quali ogni altro tratto è espressione soltanto di abietta umiltà; robusti accattoni professionisti, che squadravano aggressivi i mendicanti i migliore rango, che solo la disperazione aveva ridotto a mendicare nella notte; deboli, emaciati, invalidi, ai quali la morte aveva già messo le mani addosso, e che sfilavano, traballanti, tra la folla, guardando ognuno in faccia con occhi supplichevoli come in cerca di qualche possibilità di consolazione, di una speranza perduta; ragazze modeste, di ritorno da un lungo, duro lavoro alle loro case senza gioia, che si ritraevano più addolorate che sdegnate di fronte agli sguardi dei ruffiani, il cui diretto contatto non poteva essere evitato; donne della città, di tutti i tipi e di tutte le età , quelle di sicura bellezza alla fiorente femminilità, che fa pensare alla statua di cui parla Luciano: con la superficie di marmo pario e l’interno pieno di sozzura – quelle sporche, cenciose, repellenti – quelle rugose, piene di fronzoli, megere protese nello sforzo di apparire più giovani – quelle ancora bambine, dalle forme immature, ma già piene di civetterie, ancora timide, ansiose di acquisire un mestiere che da lungo tempo han visto esercitare da quelle più anziane nel vizio; ubriaconi innumerevoli e indescrivibili – alcuni vestiti di stracci e toppe, barcollanti, incapaci di parlare, con i visi ammaccati e gli occhi opachi, altri ancora abbigliati con qualche pretesa di eleganza, sebbene impataccati, con grosse labbra sensuali e facce rubiconde – altri vestiti con abiti di stoffe una volta di buona qualità ancora scrupolosamente spazzolati, uomini che camminavano con andamento sicuro ed elastico in contrasto con il pallore del volto e gli occhi arrossati, che afferravano con le dita tremanti qualunque oggetto a portata di mano, mentre passavano tra la folla; e ancora facchini, carbonai, gobbi, suonatori d’organetto, ammaestratori di scimmie, cantastorie, quelli che vendevano e quelli che cantavano, cenciosi artigiani, lavoratori sfiniti di tutti i tipi e tutti vocianti, disordinati che assordavano le orecchie e davano fastidio agli occhi.
Man mano che la notte calava, il mio interesse per la scena cresceva, non solo perché c’era un generale cambiamento della folla (la parte migliore andava gradualmente scomparendo, sostituita da quella più rozza, e nell’ultima ora era uscita fuori dalle sue tane tutta la feccia della città), ma anche perché la luce delle lampade a gas, dapprima debole, si era rafforzata e dava ad ogni oggetto un’illuminazione più vistosa. Tutto era di colore scuro ma splendido – come quell’ebano al quale è stato paragonato lo stile di Tertulliano.
Gli strani effetti di questa illuminazione un po’ folle mi avevano indotto a esaminare le facce della gente; e, nonostante che la luce dalle finestre illuminasse solo per brevi istanti i passanti, consentendomi solo una rapida occhiata su ciascun viso, mi sembrò tuttavia che nel mio particolare stato mentale, anche quel rapido sguardo mi consentisse di leggere la storia di lunghi anni.
Con la fronte incollata al vetro, ero a quel modo occupato a scrutare la folla, quando all’improvviso apparve alla mia vista un volto, quello di un vecchio decrepito di sessantacinque, settant’anni - un volto sul quale subito si fermò e si concentrò tutta la mia attenzione, a casa dell’assoluta singolarità della sua espressione. Non avevo mai visto niente che potesse, anche lontanamente, somigliare a quell’espressione. Ricordo che il mio primo pensiero, dopo aver osservato costui, fu che se Retzsch lo avesse visto lo avrebbe di gran lunga preferito alle proprie incarnazioni pittoriche del demonio. Mi sforai, nel breve momento del mio primo esame, di analizzare in qualche modo le confuse e paradossali impressioni che si affollavano nella mia mente, suscitandomi insieme idee di enorme forza intellettiva, prudenza, grettezza, avarizia, freddezza, malvagità, sete di sangue, trionfo, gaiezza, eccessivo terrore e di intensa…suprema disperazione. Mi sentivo sollecitato, attratto, affascinato. «Quale folle storia», dicevo a me stesso, «è scritta dentro quel petto!» Mi venne un impellente desiderio di vedere quell’uomo… di saperne di più sul suo conto. Indossato in fretta e furia il soprabito, calzato il cappello e preso il bastone, mi precipitai in strada, facendomi largo nella folla verso la direzione che gli avevo visto prendere, in quanto ora era scomparso. Con qualche difficoltà alla fine lo ritrovai, e mi avvicinai seguendolo con prudenza per evitare di attirarne l’attenzione.
Avevo una buona opportunità di esaminarne la persona. Era di bassa statura, molto sottile, e apparentemente debole. I suoi abiti erano, in generale, sporchi e stracciati; ma quando passò sotto la luce delle lampade, mi accorsi che la biancheria, sebbene sporca, era di ottima qualità. Se la vista non mi ingannava, attraverso un’apertura del roquelaire strettamente abbottonato e indubbiamente di seconda mano, che lo avvolgeva, mi sembro di cogliere la vista di un diamante e di un pugnale. Queste osservazione aumentarono la mia curiosità e decisi di seguire lo strano individuo ovunque fosse andato. […]
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