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Principe Myśkin
Lev E non credere… i bambini tutto comprendono! Sì! Tutto, tutto, tutto! Io ne ho visto uno correr più tosto d’un passero alla briciola ’nvolata per portare un pane di nascosto ad una povera disgrazïata…
per gridarle: “Nous vous aimons, Marie!”. (Oui, bien sûr… nous vous aimons: tu es jolie!) Oh! Ma perché quelle lacrime, Aglaja? V’ho forse colpito più che non paia?
Aglaja Oh no, principe! Ci siete cascato? Troppo sensibil siete… e malato! Non piango mäi… vedete che rido? Una cosa però ve la confido: pari pari l’animo vostr’è al mio… sol che voi uomo e donna son io.
Lev Ma allora, Aglaja, perché m’irridete?
Aglaja Principe, voi lo sapete! Vi chiaman “idiota”, semplice e sciocco, “cavaliere povero”, tonto e balocco! Lasciate credere e non dite niente? Che avete voi che fare con quella gente? Ma voi non parlate? Non volete difendervi? Ma cosa devo fare, infine, per offendervi?!
Lev Oh non potete! So ben che non volete… Ma perché ve la prendete anche con quella poverina che ha il cuore – senza rosa – tutto una spina?
Aglaja Non parlare di quella! O la nostra amicizia, principe, qui finisce e non inizia! Oh sì… me l’hanno detto: è poi tanto bella da portarvela a letto?
Lev Oh Aglaja! Tacete, tacete, tacete! Quello che dite, davvero, non sapete… Nastasja è debil criatura, offesa, sola, e piena di sventura. Un mese ho vissuto con quella ragazza… ma è pazza, è pazza, è pazza! Ho sperimentato un poco del peggio in assoluto. Morire. E rimanere in vita. Per estinguere quel fuoco quanto c’è voluto! E duole ancora la ferita di non aver potuto vederla guarita… Ricordate il giustiziato? Preziosa gli era la vita nell’attender la condanna, masticava cinque minuti come se fosse manna. E come s’è sentito graziato al sentirsi annunciato che altri e altri e altri ancora ne avrebbe avuti… Eppure li ha perduti! Ancora non capite? Ascoltate e non fuggite! Eppure voi mi avete detto: “Mancate, principe, di affetto. Non basta la Verità ad esser giusti”. Un dolore così non si trova chi l’aggiusti, un dolore così non c’è chi lo consoli. Questo dolore, dunque, ho conosciuto, quando soli insieme abbiam vissuto.
Aglaja … non… l’amate, dunque?
Lev Voi stessa guardate come posso amarla! In me per lei è solo Compassione che parla! Ricordate come vi scrissi: “Siete felice?”. Ah! La voce mi trema mentre lo dice!
(Veloce le si abbassa il ciglio
e macchia la gota il vermiglio.
Ma poi una rabbia tutta l’accende
e subito il labbro e l’occhio le prende:)
Aglaja Rendermi ridicola, principe, volete, almeno tanto quanto voi siete? Ah! Tacete tacete tacete! Voglio che un punto sia subito chiarito: voi non sarete mai mio marito!
(Sorpreso e più che non convenga in fretta
confuso il principe balbetta:)
Lev Non ho mai chiesto la vostra mano, Aglaja Iv-ivanovna Epančina… né ve n’ho mai dato un segno… Insomma… non son degno! Ah… ma voi ridete? O che bambina che siete! Proprio proprio piccina… E com’è bello che voi lo siate e che di nuovo, ora, ridiate!
Aglaja Rido, principe, di cuor sincero, ché la dichiarazione fatta è bella davvero! Ormai l'avete detta, e la pietra è tratta! … proprio un bel fidanzato mi sono fatta!
(Il principe la guarda estasiato,
non essendogli sfuggita quella parola: “fidanzato”!)
Lev Adesso tutto mi si è fatto chiaro! Ah! può esser dolce nelle viscere quel ch’è in bocca amaro! E non ridere di me che “idiota” tutti dicono! Sadduceo, zelota o fariseo non sono… io sono Matteo, io sono un pubblicano! Oh se la Sua mano si degnasse di strapparmi dal banco delle tasse! Oh se! … Oh se… AAH!
Aglaja Che hai, che hai?! Che… avete? Vi prego, principe, sedete!
Lev È la mia malattia. Mi coglie il mio dolore! Oh Aglaja! Io sono un povero, un misero, un meschino… Ma come quel bambino comprendo Amore.
Fëdor Dostoevskij, L’Idiota
«Non date retta, Lizaveta Prokof'evna, non ho nessun attacco, me ne sto andando. Lo so di essere... menomato dalla natura. Sono malato da ventiquattro anni, dalla nascita. Ascoltatemi anche adesso, come si ascolta un malato. Me ne andrò subito, statene certa. Non arrossisco, perché non c'è nessuna ragione per farlo, vero? Ma in società mi sento fuori posto... Non è per amor proprio... Questi tre giorni ci ho pensato sopra e ho preso la decisione di dirvi tutto sinceramente alla prima occasione. Ci sono idee, grandi idee delle quali è meglio che io non parli perché immancabilmente tutti ne ridono; il principe Sc. stesso me lo ha ricordato poc'anzi... Non sono capace di gesti appropriati, non ho il senso della misura, spesso pronuncio parole che non corrispondono ai miei pensieri e per ciò stesso questi ne sono sminuiti. E poiché non ho il diritto... e per di più sono diffidente, io... io sono convinto che in questa casa nessuno vuole offendermi e mi amate di più di quello che merito ma so (questo lo so per certo) che dopo venti anni di malattia qualcosa rimane e che quindi è impossibile non ridere di me... a volte... non è vero?»
Si guardò intorno come in attesa di una risposta risolutiva. Tutti se ne stavano in piedi sbigottiti per quest'uscita imprevista, anormale, e in ogni caso apparentemente immotivata. Ma questa uscita dette il via ad uno strano episodio.
«Perché dite questo, qui?» gridò all'improvviso Aglaja. «Perché lo dite a loro? A loro! A loro!»
Sembrava irritata sino all'esasperazione: i suoi occhi lanciavano fiamme. Il principe stava in piedi dinanzi a lei ammutolito, pallido.
«Qui non c'è una sola persona che meriti queste vostre parole!» proruppe Aglaja. «Qui nessuno, nessuno vale un vostro mignolo, né per intelligenza, né per bontà! Voi siete più onesto di tutti, più nobile, intelligente, più buono di tutti gli altri! Nessuno qui è degno di inchinarsi a raccogliere il fazzoletto che vi è ora caduto... Perché allora vi umiliate così, dinanzi a tutti? Perché travisate tutto in voi stesso, perché non avete un briciolo di orgoglio?»
«Accidenti, e chi se lo sarebbe immaginato?» batté le mani Lizaveta Prokof'evna.
«Il cavaliere povero! Evviva!» gridò Kolja in estasi.
«Tacete!... Come osano offendermi qui in casa vostra!» Aglaja si scagliò di colpo contro Lizaveta Prokof'evna, in quello stato isterico in cui non si bada a niente e si superano tutti gli ostacoli. «Perché qui mi tormentano tutti, dal primo all'ultimo? Perché, principe, da tre giorni tutti mi perseguitano a causa vostra? Non vi sposerò per nessun motivo! Sappiatelo, per nessun motivo, mai! È mai possibile sposare uno zimbello come voi? Guardate nello specchio in che stato siete ridotto!... Perché, perché mi importunano dicendo che vi sposerò? Voi dovete saperlo! Anche voi siete d'accordo con loro!»
«Nessuno ti ha mai tormentata!» borbottò Adelaida spaventata.
«A nessuno è mai venuta in mente un'idea del genere, nessuno ha mai detto una cosa simile!» gridò Aleksandra Ivanovna.
«Chi l'ha importunata? Quando? Chi ha osato dire questo? Sta forse mentendo?» Lizaveta Prokof'evna si rivolse a tutti, tremando per lo sdegno.
«Tutti l'hanno detto, tutti, nessuno escluso, in questi tre giorni! Io non lo sposerò mai, mai!»
Dopo aver urlato queste parole, Aglaja scoppiò a piangere disperata, si coprì il viso con il
fazzoletto e s'accasciò sul tavolo.
«Ma lui non ha ancora chiesto...»
«Io non ho chiesto la vostra mano, Aglaja Ivanovna» si lasciò sfuggire il principe.
«Che cosa?» proferì lentamente Lizaveta Prokof'evna, sconcertata e indignata, quasi spaventata, «che cosa avete detto?»
Non credeva alle proprie orecchie.
«Volevo dire... io volevo dire» balbettò il principe, «volevo solo spiegare ad Aglaja Ivanovna... avere l'onore di chiarire, che non avevo affatto l'intenzione... di osare chiedere la sua mano... in nessun caso... Di questo non ho colpa, grazie a Dio, non ho colpa, Aglaja Ivanovna! Non ho mai avuto una simile intenzione, non mi è mai venuto in mente, né vorrò mai, lo vedrete voi stessa, credetemi! Qualche persona cattiva vi ha detto una calunnia sul mio conto! Calmatevi!»
Detto questo, si avvicinò ad Aglaja. Ella scostò il fazzoletto che le copriva il viso, dette un rapido sguardo al principe e alla sua espressione spaventata. Comprese le sue parole e scoppiò in una risata proprio lì sotto i suoi occhi, una risata così allegra, così incontenibile e contagiosa, che Adelaida stessa per prima non riuscì a trattenersi, soprattutto a guardare il principe. Si slanciò ad abbracciare la sorella ridendo come lei allegramente, sembravano proprio due scolarette. Guardando loro, anche il principe sorrise e con un'espressione sollevata, felice ripeteva: «Grazie a Dio, grazie a Dio!» Allora non riuscì a trattenersi neanche Aleksandra e scoppiò anche lei a ridere di tutto cuore. Sembrava che tutte e tre non la smettessero mai di ridere.
«Ma sono matte!» borbottò Lizaveta Prokof'evna. «Prima ti spaventano e poi...»
Ma ormai rideva anche il principe Sc., rideva Evgenij Pavlovič, rideva Kolja a crepapelle, e rideva anche il principe guardando tutti gli altri.
«Andiamo a fare una passeggiata, andiamo!» gridò Adelaida, «tutti insieme e assolutamente anche il principe con noi. Non c'è alcun motivo che ve ne andiate, caro il nostro principe! Com'è buono, Aglaja! Vero, mamma? Devo per forza baciarlo e abbracciarlo per... per aver chiarito con Aglaja. Maman, cara, mi date il permesso di baciarlo? Aglaja! mi permetti di baciare il tuo principe!» gridò la birichina e detto fatto con un balzo s'avvicinò al principe e lo baciò sulla fronte.
Questi le afferrò le mani, gliele strinse forte tanto che Adelaida per poco non gridò, poi la guardò con un'espressione di immensa felicità, si portò velocemente la sua mano alle labbra e la baciò tre volte.
«Andiamo!» invitò Aglaja. «Principe, voi al mio braccio. Posso maman? Posso dare il braccio al fidanzato che mi ha respinta? Perché voi, principe, mi avete rifiutata per sempre, vero? No, non così, non si porge così il braccio a una signora, non sapete come si fa a prendere sotto il braccio una dama? Ecco fatto, andiamo, noi precederemo gli altri, volete che andiamo così davanti a tutti tête-à-tête?» Parlava senza posa, ridacchiando di tanto in tanto. «Grazie al cielo! Grazie al cielo!» ripeteva Lizaveta Prokof'evna, non sapendo lei stessa di che cosa rallegrarsi. «Gente veramente strana» pensò il principe Sc., forse per la centesima volta da quando si era aggregato a loro, ma... a lui piaceva questa gente strana. Quanto al principe, questi, forse non gli andava molto a genio. Il principe Sc. era un po' accigliato, quasi preoccupato quando tutti si avviarono per la passeggiata.
Evgenij Pavlovič sembrava nella migliore disposizione di spirito, e per tutto il tragitto sino alla stazione fece ridere Aleksandra e Adelaida, le quali dal canto loro mostravano una tale prontezza a ridere delle sue battute da insinuargli il dubbio che in realtà non lo stessero affatto ascoltando. A questo pensiero anche lui scoppiò in una sonora e sincera risata senza peraltro spiegarne il motivo (la qual cosa ben si addiceva al suo carattere!). Le due sorelle, di ottimo umore, seguivano con gli occhi Aglaja e il principe che camminavano avanti. Era evidente che la sorellina minore fosse per loro un vero enigma. Il principe Sc. cercava di far parlare Lizaveta Prokof'evna del più e del meno, evidentemente allo scopo di distrarla, ottenendo il risultato contrario di annoiarla a morte. Ma per quella sera gli atteggiamenti enigmatici di Aglaja Ivanovna non erano ancora finiti.
[…] Il principe non si accorgeva nemmeno che gli altri stavano chiacchierando e corteggiando Aglaja, per alcuni minuti dimenticò persino di starle seduto affianco. A tratti aveva voglia di andare via, di sparire, gli sarebbe piaciuto un posto tetro, deserto dove restare solo con i suoi pensieri senza che nessuno lo potesse rintracciare. Si sarebbe anche accontentato di stare a casa sua, sulla terrazza, ma a condizione che non ci fosse nessuno, né Lebedev, né i ragazzi, lasciarsi andare sul suo divano, affondare il viso nel cuscino e starsene sdraiato così giorno, notte, e un giorno ancora. Sognava le montagne, anzi un punto preciso in montagna che gradiva sempre ricordare, e dove aveva amato recarsi quando viveva lì. Da quel punto guardava la campagna sottostante, il filo bianco e scintillante della cascata, le nuvole candide, il vecchio castello abbandonato. Oh, quanto avrebbe voluto trovarsi lì adesso e pensare a questo, solo a questo tutta la vita, gli sarebbe bastato per mille anni! Quanto avrebbe voluto che qui nessuno si curasse più di lui! Sarebbe stato molto meglio se quelli non l'avessero mai conosciuto, e che tutto fosse solo un sogno. Ma c'è poi tanta differenza tra il sogno e la realtà! Di tanto in tanto cominciava a guardare Aglaja senza distogliere lo sguardo da lei per interi minuti; ma il suo sguardo era molto strano: sembrava che la guardasse come un oggetto distante due verste oppure come se fosse un ritratto, non guardava lei in persona.
«Che avete da guardarmi così, principe?» gli domandò lei all'improvviso, interrompendo l'allegra conversazione e le risate con quelli che la circondavano. «Mi fate paura, mi sembra quasi che vogliate allungare il braccio sino a sfiorare il mio viso con un dito per tastarlo. Vero, Evgenij Pavlyč, non sembra proprio così?»
Il principe, meravigliato, intuì che si stavano rivolgendo a lui, ma evidentemente non comprese del tutto e non rispose, ma, vedendo che Aglaja e tutti gli altri ridevano, incominciò a ridere anche lui. Gli altri risero ancora di più. L'ufficiale, doveva essere una persona dalla risata facile, si sbellicava letteralmente dalle risa. Aglaja, all'improvviso adirata, sussurrò tra sé: «Idiota!»
«Dio mio! È mai possibile che per un tale... lei possa perdere davvero la testa!» si domandò fra i denti Lizaveta Prokof'evna.
«È uno scherzo. È lo stesso scherzo di allora con il "cavaliere povero"» le sussurrò seccamente all'orecchio Aleksandra, «niente di più! Lo sta prendendo in giro come suo solito. Solo che ora sta esagerando; bisogna fermarla, maman! Poco fa ha recitato come un'attricetta, e ci ha spaventate con la sua birichinata...»
«Meno male che scherza con un tale idiota» le rispose bisbigliando Lizaveta Prokof'evna.
Tuttavia l'osservazione della figlia l'aveva sollevata.
Il principe però sentì che lo chiamavano idiota, ed ebbe un sussulto, ma non per l'appellativo. "Idiota" lo dimenticò subito. Ma nella folla, non lontano dal suo posto, leggermente di lato, non riusciva a capire in quale punto precisamente, in quale posto, balenò un volto, pallido, con i capelli scuri, ricci e con un sorriso e uno sguardo familiari, molto familiari, balenò per un attimo e scomparve. Con molta probabilità era frutto della sua immaginazione. Di questa visione gli rimasero impressi il sorriso forzato, gli occhi e l'elegante cravatta verde chiaro. Se si fosse perso nella folla o fosse entrato come un fulmine nella stazione, il principe non l'avrebbe potuto dire.
Ma un minuto dopo, egli prese a guardarsi attorno velocemente, con impazienza: quella prima visione poteva annunciarne una seconda. Doveva essere così. Aveva forse dimenticato la probabilità di quell'incontro, quando avevano deciso di recarsi alla stazione? È pur vero che, durante il tragitto, non avrebbe neanche saputo dire dove stavano andando, tanto era confuso il suo stato. Se avesse saputo o potuto stare più attento, già da un quarto d'ora si sarebbe accorto che Aglaja di tanto in tanto e con la stessa impazienza si guardava attorno di sfuggita, quasi alla ricerca di qualcuno. Ora che l'irrequietudine di lui si era fatta più evidente, crebbe anche l'agitazione e l'irrequietudine di Aglaja, e non appena lui si guardava alle spalle, immediatamente anche lei ripeteva quel gesto. La spiegazione di quella trepidazione seguì ben presto.
[…] Il principe non la vedeva da più di tre mesi. In tutti quei giorni dall'arrivo a Pietroburgo si era sempre ripromesso di andarla a trovare, ma forse un presentimento segreto gli impediva di farlo.
[…] In quell'istante, comparve dalla folla Rogožin che afferrò per un braccio Nastas'ja Filippovna e la portò via. Dal canto suo Rogožin sembrava terribilmente turbato, era pallido e tremava tutto. Mentre conduceva via Nastas'ja Filippovna, ebbe il tempo di ridere ironicamente in faccia all'ufficiale e dire, con l'aria trionfante del padrone: «Puah! Le hai prese! Hai tutto il muso sporco di sangue! Puah!»
Tornato in sé e perfettamente consapevole di chi si trattasse, l'ufficiale molto cortesemente, coprendosi il volto con un fazzoletto, si rivolse al principe che nel frattempo si era alzato dalla sedia: «Il principe Myškin, al quale ho avuto il piacere di essere presentato?»
«Ella è pazza! È malata di mente! Ve lo garantisco!» rispose il principe con voce tremante, allungando verso di lui le braccia tremanti chissà perché.
«Certo non posso compiacermi di tali informazioni, ma ho bisogno di conoscere il vostro nome.»
Egli accennò un saluto con il capo e andò via. La polizia si affrettò ad accorrere cinque secondi precisi dopo la scomparsa degli ultimi protagonisti. Insomma lo scandalo era durato non più di due minuti in tutto. Tra il pubblico, alcuni si erano alzati per andar via, altri avevano semplicemente cambiato di posto, altri ancora erano stati contenti dello scandalo, altri discutevano animatamente, molto interessati all'accaduto. In poche parole, la faccenda si concluse come al solito. Il principe raggiunse le Epančin. Se avesse saputo o fatto a tempo a sbirciare a sinistra, quando era seduto dopo il colpo, avrebbe visto Aglaja, a una ventina di passi da lui, ferma a guardare la scena dello scandalo, incurante dei richiami della madre e delle sorelle che si erano allontanate. Il principe Sc., tornato indietro per raggiungerla, l'aveva infine convinta ad affrettarsi.
Lizaveta Prokof'evna notò che lei era così sconvolta da non sentire neppure i loro richiami.
Esattamente due minuti dopo però, una volta entrati nel parco, Aglaja dichiarò con il suo solito tono di voce, indifferente e capriccioso: «Volevo vedere il finale della commedia.» |