|
Una giornata, forse
Posso dirle solo questo: stavo dormendo e probabilmente anche sognando, perché ho in testa delle immagini colorate che altro non possono essere se non uno strascico di sogno. Se chiudo gli occhi vedo tutto giallo, giallo come può esserlo un campo di girasoli in pieno sole. Che poi per suggestioni varie mi viene in mente una poesia, dove nascono bionde trasparenze e vapora la vita come profumo …
ma forse a lei tutto questo non interessa, vero? Beh, deve scusarmi, sono imbarazzato, sono confuso, molto confuso, non so cos’è successo, se qualcosa è successo, se insomma forse qualcuno m’ha svegliato.
Lei forse può aiutarmi. La prego, non faccia quella faccia! Mi scoraggia, così. Invece, vede, lei deve darmi una mano. Mi ritrovo qui, qui che neanche so dov’è, senza nulla con me. Se cerco un’ultima immagine o una traccia di ricordo io non trovo nulla. Nulla. Quindi lei dovrebbe aiutarmi, ha capito? la prego, mi dica dove siamo. Dove siamo?
Il suo silenzio mi fa mettere in dubbio la sua esistenza. Se solo potessi alzarmi … se solo potessi alzarmi verrei lì a toccarle la pancia o il naso, in cerca di conferme. Ma sono bloccato, accasciato per terra, con le gambe immobili e capisce, tutto questo mi mette una certa angoscia in corpo perché non posso neanche andare a chiedere aiuto, a chi poi non so, ma a qualcuno che sia in grado di parlare, Cristo!
Oddio oddio oddio! Mi ricordo, m’è venuto in mente, io ero con lei! Seduta sulla riva del letto, la vedevo all’incontrario, come se qualcuno mi tenesse a testa in giù. E lei rideva. Rideva. Mentre io venivo trascinato via dalle spalle di qualcuno. Era lei! Quindi io la conosco! E perché adesso non mi dice niente, eh? Era lei, ne sono sicuro. Ma lei chi? Chi?
Oddio sto impazzendo. Non ci sto più con la testa. Adesso chiudo gli occhi e quando li riaprirò lei sarà scomparsa e allora io capirò tutto e sarà come in quei film strani dove il protagonista è a letto e suona la sveglia e allora si accorge che era tutto un sogno. Bene. Io ho chiuso, adesso conto fino a tre e poi riapro. Uno. Due. Tre.
Non c’è. Non c’è più! Ha funzionato! Ha funzionato!
Però … però io son sempre qui. Accasciato. Confuso. Senza passato.
È forse normale ad un certo punto della propria vita che succeda tutto questo? Cioè che ci si scordi cosa sia successo qualche ora prima, ma che si sappia che c’era una donna che rideva e poi questa donna si materializzi in un luogo X e stia zitta senza fiatare e poi scompaia nel nulla. Aiuto. Non urlo, ma aiuto.
È tutto vuoto. Il pensiero sta smettendo di formularsi. Sta scomparendo, sta sbiadendo. Forse anche il mio corpo sta svanendo.
Mi guardo le mani. Prima i dorsi, poi i palmi. Esamino un dito alla volta, pollice indice medio anulare mignolo, e poi ancora, pollice indice medio anulare mignolo. Conto quante dita ho, perché non sono più certo neanche di questo.
E chissà poi che io realmente esista.
Luigi Pirandello, Una giornata
Strappato dal sonno, forse per sbaglio, e buttato fuori dal treno in una stazione di passaggio. Di notte; senza nulla con me.
Non riesco a riavermi dallo sbalordimento. Ma ciò che più mi impressiona è che non mi trovo addosso alcun segno della violenza patita; non solo, ma che non ho neppure una immagine, neppur l’ombra confusa d’un ricordo.
Mi trovo a terra, solo, nella tenebra d’una stazione deserta; e non so a chi rivolgermi per sapere che m’è accaduto, dove sono.
Ho solo intravisto un lanternino cieco, accorso a chiudere lo sportello del treno da cui sono stato espulso. Il treno è subito ripartito. È subito scomparso nell’interno della stazione quel lanternino, col riverbero vagellante del suo lume vano. Nello stordimento, non m’è nemmeno passato per il capo di corrergli dietro per domandare spiegazioni e far reclamo.
Ma reclamo di che?
Con infinito sgomento m’accorgo di non aver più idea d’essermi messo in viaggio su un treno. Non ricordo più affatto di dove sia partito, dove diretto; e se veramente, partendo, avessi con me qualche cosa. Mi pare nulla.
Nel vuoto di questa orribile incertezza, subitamente mi prende il terrore di quello spettrale lanternino cieco che s’è subito ritirato, senza fare alcun caso della mia espulsione dal treno. È dunque forse la cosa più normale che a questa stazione si scenda così?
Nel bujo, non riesco a discernerne il nome. La città mi è però certamente ignota. Sotto i primi squallidi barlumi dell’alba, sembra deserta. Nella vasta piazza livida davanti alla stazione c’è un fanale ancora acceso. Mi ci appresso; mi fermo e, non osando alzar gli occhi, atterrito come sono dall’eco che hanno fatto i miei passi nel silenzio, mi guardo le mani, me le osservo per un verso e per l’altro, le chiudo, le riapro, mi tasto con esse, mi cerco addosso, anche per sentire come son fatto, perché non posso più esser certo nemmeno di questo: ch’io realmente esista e che tutto questo sia vero.
|