Il guardiano del faro
Era una tiepida notte di fine maggio che annunciava già l’imminente arrivo dell’estate; la luna, piena e maestosa, dominava incontrastata nel cielo di velluto e riversava la sua luce argentea sulla spiaggia e sulle onde che la lambivano. Luigi mi camminava al fianco e fissava rapito un punto indefinito dell’orizzonte marino.
- Sai, credo che tu abbia ragione, - esclamò interrompendo il flusso continuo dei miei pensieri. – Se tutti gli uomini si dedicassero alla ricerca di se stessi il mondo diverrebbe un luogo migliore in cui vivere.
- Certo. Il nostro corpo è la dimora dello spirito e se ognuno di noi prendesse davvero coscienza di tale inalienabile realtà e si dedicasse alla cura della propria anima, potremmo riconoscere il divino in ogni creatura e rispettare la vita in tutte le sue fome. Purtroppo però il mondo odierno si basa sull’immagine, sull’apparire e l’essere è stato dimenticato.
Quando giungemmo in prossimità del faro, Luigi si fermò e mi fissò insistentemente negli occhi.
- Buona notte, - disse esitando; doveva far ritorno alla sua postazione di guardiano del faro, le navi avevano bisogno della sua guida. – Torna domani alla stessa ora.
Ebbi un sussulto all’idea di dovermi congedare da lui, non volevo restare sola con i miei pensieri, senza qualcuno con cui condividerli. Anch’io ora fissavo un punto indefinito dell’orizzonte.
- Resta con me ancora un istante, - mormorai, - non lasciarmi ora…
Amavo quell’uomo. Avevo cominciato ad amarlo fin dal momento in cui mi era venuto incontro sulla spiaggia per annunciarmi l’imminente tempesta. Il suo viso sembrava intagliato nell’ebano, scuro di sole, come le sue forti mani che ora stringevano le mie. Nei suoi occhi avevo letto un’infinità di storie di mondi lontani e la sua familiarità con il mare ne faceva una creatura sensibile, calma e incline alla contemplazione. Luigi apprezzava le mie poesie e leggendole aveva saputo riconoscervi gli antri più nascosti della mia anima. Sognavo di poter condividere con lui ogni nuovo pensiero sgorgato dal mio istinto inqiueto e mi immaginavo sulla cima del suo faro, a contemplare insieme l’infinità di quel mare che in passato mi aveva fatto sentire sola e sperduta.
- Resta ancora, – ripetei – solo per qualche minuto…
Nascosi il viso nelle pieghe del suo collo e aspirai con avidità l’odore di salsedine che emanava dalla sua pelle. Lui mi pose una calda mano sul capo, con l’altra cercò nel buio le mie labbra e vi posò un bacio delicato come una tiepida brezza marina.
- A domani – mi sussurrò in un orecchio, quasi temesse che il vento potesse rubargli quelle parole. – Le nostre anime si sono riconosciute e il buio della notte non potrà oscurare la luce che ha illuminato il nostro incontro…
Mi sorrise dolcemente e si avviò zelante verso il faro.
- Addio! – gridò nel vento.
Per qualche istante osservai la sua sagoma elegante muoversi agile sugli scogli. Non avevo sonno e non avevo motivo di rientrare a casa. Rimasi per un po’ a fissare il mare distendersi verso l’infinito e poi cominciai, lentamente, a spogliarmi.
Il mio corpo nudo fu percorso da un fremito improvviso, le membra si animarono e un impeto vitale mi trascinò con sé, tra le onde di quel mare scuro e accogliente. L’acqua aveva assorbito il calore del sole di quella giornata da poco conclusasi e mi avvolgeva in un tiepido abbraccio. Mi abbandonai alla corrente, lasciando che fosse lei a guidare i movimenti del mio corpo. Ero pervasa di gratitudine e di pace. Mi sentivo teneramente accolta dalla vita che aveva guidato i miei passi incerti fino a farmi incontrare, finalmente, l’amore. Rimasi così, sospesa tra il mare ed il cielo stellato e, volgendo lo sguardo verso il faro, mi parve che il mio guardiano, amorevole, stesse guidando il mio corpo verso il suo porto, così come era solito fare con le navi che solcavano quei dolci flutti.
Anton Cechov, La casa con il mezzanino
Era una triste nottata di agosto – triste perché si sentiva già l’odore dell’autunno; la luna, coperta da una nuvola purpurea, stava sorgendo e illuminava appena la strada e i campi di grano ai suoi lati. C’era una pioggia di stelle cadenti. Zenja mi camminava accanto e cercava di non guardare il cielo per non vedere le stelle cadenti che, chissà perché, le facevano paura.
- Mi sembra che abbiate ragione, - disse tremando per l’umidità notturna. – Se gli uomini, tutti insieme, potessero dedicarsi all’attività spirituale, presto saprebbero tutto.
- Certo. Siamo esseri superiori e se prendessimo veramente coscienza di tutta la forza del genio umano e vivessimo solo per scopi superiori, alla fine diventeremmo come dei. Ma questo non accadrà mai; l’umanità andrà sempre più degenerando e non resterà alcuna traccia di genio.
Quando l’arco scomparve dalla nostra vista, Zenja si fermò e mi strinse frettolosamente la mano.
- Buona notte, - disse tremando; aveva addosso solo una camicetta ed era intirizzita dal freddo. – Venite a trovarci domani.
Ebbi orrore al pensiero di restare solo, con la mia irritazione e insoddisfatto di me stesso e degli altri; finanche io adesso cercavo di non guardare le stelle cadenti.
- Restate con me ancora un minuto, - dissi, - vi prego.
Amavo Zenja. Probabilmente l’amavo perché mi veniva incontro e mi accompagnava, perché mi guardava con dolcezza e ammirazione. Come erano commoventi e meravigliosi il suo pallido viso, il collo sottile, le esili spalle, la sua fragilità, il suo ozio, i suoi libri! E l’intelligenza? Intuivo in lei un’intelligenza eccezionale, ero affascinato dalla sua ampiezza di vedute, forse perché pensava in modo diverso dalla bella e austera Lida a cui io non piacevo. Zenja mi apprezzava come artista, l’avevo conquistata con il mio talento e avevo una voglia irrefrenabile di dipingere soltanto per lei. Nella mia immaginazione facevo di lei la mia piccola regina che avrebbe regnato insieme con me su quegli alberi, su quei campi, sulla nebbia, sull’aurora, su quella natura meravigliosa e affascinante, ma in mezzo alla quale mi ero sentito fino a quel momento solo e inutile.
- Restate ancora un attimo – la implorai – vi prego.
Mi sfilai il soprabito e le coprii le spalle tremanti; temendo di sembrare goffa e ridicola con quel soprabito maschile, lei scoppiò a ridere e lo lasciò cadere; in quel momento io la abbracciai e incominciai a tempestarle di baci il viso, le spalle, le mani.
- A domani! – mi sussurrò abbracciandomi piano, quasi temesse di turbare il silenzio della notte. – Noi non abbiamo segreti l’una con l’altra, adesso dovrò raccontare tutto a mia madre e a mia sorella… E’ terribile! Per mamma non c’è problema, vi vuole bene, ma Lida!…
Si avviò di corsa verso l’arco.
- Addio! – gridò.
Per un paio di minuti la sentii correre. Non avevo voglia di tornare a casa e non avevo motivo di rientrare. Restai per un po’ soprappensiero e poi, lentamente, tornai indietro, per gettare ancora uno sguardo alla casa in cui lei viveva, quella cara, vecchia, semplice casa, le cui finestre del mezzanino, come occhi, sembravano guardarmi e capire tutto. Passai accanto alla terrazza, mi sedetti sulla panchina accanto al campo da tennis, nell’oscurità sotto il vecchio olmo, e da lì mi misi a guardare la casa. Alle finestre del mezzanino, dove viveva Missjus, brillò una viva luce che poi si attenuò diventando verde; dovevano aver coperto la lampada con un paralume. Balenarono delle ombre… Ero pervaso di tenerezza e di pace. Mi sentivo soddisfatto di me stesso per essere riuscito ad abbandonarmi e a innamorarmi, ma al tempo stesso provavo disagio al pensiero che, in quello stesso momento, a pochi passi da me, in una stanza di quella casa, c’era Lida che non mi voleva bene e forse mi odiava. Rimasi seduto ad aspettare casomai Zenja uscisse; tesi l’orecchio e mi sembrò che nel mezzanino parlassero. |