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La mia storia vera
Abbandonai quindi tutti gli altri miei pensieri. Quando diventi schiavo di un desiderio, questo sarà padrone di te fino alla sua realizzazione. Come un tralcio di vite si inerpicherà su ogni tua parte senza lasciarti scampo. Puoi illuderti di metterlo da parte, il tuo sogno, puoi nasconderlo dietro ad altre ambizioni, felicità estemporanee, ma un giorno scoprirai che tutto ciò che hai ottenuto è senza significato. È come mischiare l’acqua col vino: il vino allieta le tue serate, ma un giorno finirai per desiderare di nuovo la purezza dell’acqua.
Cercavo da un anno ormai di placare la mia sete, ma ogni volta che avevo la possibilità di salire su quel palco per bere la linfa che mi sentivo scorrere dentro, la magia del teatro mi sfuggiva di mano, così, all’improvviso, ed in me entrava un pensiero, una paura, una vanità, una qualche domanda cui non sapevo rispondere. Fu così che la mia isola, la mia meta, mi scomparve da davanti agli occhi ed il freddo e vorticoso sapore della sconfitta m’avvolse. Pensavo d’essermi perso per sempre.
Si accesero le luci e la vidi lì, in prima fila, annoiata. Fissava il cellulare mentre gli altri applaudivano. Scesi e le dissi: “Ti è piaciuto?”. Rispose solo “No”. L’unica nella sala che aveva intuito che qualcosa non andava, l’unica che aveva avuto il coraggio di dirmelo, l’unica che poteva fare qualcosa per me. Mi curò da quella malattia che mi sentivo addosso senza capire da dove provenisse, e sì, tempo dopo lo ammise, si curò anche lei. Mi stringeva forte, non toccavo terra quando stavo con lei, mi sentivo leggero e leggero non cadevo più nella miseria dell’autocommiserazione. Passammo sette giorni e sette notti nello stesso letto e correvamo nell’aria, per mano. Ci nutrimmo solo d’amore. Ridendo prendevamo libri di poesie e ce li leggevamo a vicenda, trasportati da quelle emozioni che sapevamo essere solo nostre. L’ottavo giorno nella libreria trovai vicino ai sonetti un “Romeo e Giulietta”. “Leggiamo questo” dissi. L’avevo già letta qualche migliaio di volte quella tragedia, ma mai così, mai come con lei. Accostarci ad essa insieme fu come leggerla per la prima volta: scoprii che tra quelle pagine c’era l’Amore. Scoprii che nella mia casa e nel mio cuore per quei sette giorni c’era stato l’amore. E mi stupii. Pensavo che sulla carta stampata ci fossero solo aride lettere di per sé senza valore e che fosse tutto compito dell’attore farle vivere. Pensavo che l’attore dovesse far vivere quelle parole che erano scritte, e invece bastava che facesse vivere se stesso in quelle parole. Mi insegnò, senza saperlo, che non c’è teatro se non c’è vita e che era la vita e non il teatro che a me mancava per diventare ciò che desideravo: attore. Quando passavo le notti con lei avevo mille desideri, mille cose da dire, mille baci da dare, mille dolci note da sussurrare. Con lei funzionavo. Mi faceva sentire un uomo nuovo. Quell’uomo nuovo che aveva appena imparato a comunicare. Riuscii a portare in scena atmosfere diversissime, paesi fra lontani: l’euforia della città, la limpidezza del bimbo che si specchia nel fiume, un naufragio negli abissi del mare, la paura quando cammini nella foresta tropicale, la fatica dello scalare un monte... Era tutto estremamente vero mentre lo recitavo. Capii che il teatro era quelle cose lì: era vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo e testimoniarlo agli altri con un sorriso.
Supponevo che quella fosse la donna perfetta per me. Non lo era. Ci lasciammo qualche mese dopo. Col teatro invece la magia è la stessa del primo appuntamento Non gliel’ho mica detto però. Non vorrei si montasse la testa.
Luciano, Storia vera
Li lasciammo lì, e fuggimmo verso la nave, e, giunti, narrammo ai rimasti, tra le altre cose, anche l’accoppiamento con le viti da parte dei nostri compagni. E allora, prese delle anfore, e fatta provvista di acqua e, nello stesso tempo, di vino, attingendolo dal fiume, bivaccammo lì presso, sulla riva. All’alba riprendemmo il mare con un vento non molto violento.
Ma verso mezzogiorno, quando l’isola era scomparsa alla nostra vista, improvvisamente sopravvenne un tifone, il quale, fatta girare su se stessa la nave, e sollevatala in aria per circa trecento stadi, non la lasciò più ricadere sul mare, ma un vento piombato sulle vele la portava, avendo gonfiato la tela, sospesa in alto, nell’aria.
Per sette giorni e altrettante notti corremmo nell’aria, all’ottavo, scorgemmo nello spazio una terra vasta come un’isola, splendente e sferica e illuminata da una grande luce. Accostatici a essa, e gettata l’ancora, sbarcammo, e, osservando il paese, lo trovammo abitato e coltivato. Di giorno, dunque, non vi scorgevamo nulla dal posto in cui eravamo, ma sopravvenuta la notte, ci apparivano molte altre isole vicino, alcune più grandi, altre più piccole, somiglianti a fuoco nel colore, e in basso una terra, che conteneva in se stessa città e fiumi e mari e foreste e monti. Congetturavamo che essa fosse la terra da noi abitata. |