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El corsario al “Professor Benbow”
L’inizio di un’ avventura in rete
Poiché il maggiore Valotto, l’ingegner Riva e gli altri uomini coinvolti mi hanno chiesto di raccontare minuziosamente, dal principio alla fine, la storia dell’ “Isola del tesoro”, sito web segreto di scambio di informazione fra i cosiddetti “hackers” o pirati informatici, una sorta di Tortuga moderna, tra chip, megabyte e hardware, celando solamente l’indirizzo web, posizione nel mare del cyber-spazio, e questo solamente perché vi sono ancora tracce, segni del nostro passaggio che ci rimangono da cancellare, inizio a scrivere il 25/05 dell’anno 2002;
durante quell’anno mio padre gestiva ancora l’internet café “Professor Benbow” in via Losanna, quando un signore, esperto pirata informatico, seppi più tardi, iniziò a frequentare il nostro piccolo bar.
Lo ricordo come se fosse ieri, mentre si avvicinava alla porta a vetri con passo strascicato, accompagnato da una valigetta grigia, metallizzata, probabilmente custode di mille e mille segreti; era un uomo alto, esile ed allampanato, con la carnagione scura come una noce: probabilmente era indiano o spagnolo, comunque di qualche paese del sud; un codino, ultimo rimasuglio di una giovinezza da hippie, gli ricadeva sulla sua sporca giacca azzurra, mentre le mani, ruvide e grandi,
erano intente, una a tenere la valigetta, l’altra a nascondersi, timida, in una di quelle vecchie, logore, sudice tasche.
Ricordo che lasciò scorrere lo sguardo intorno, verso i banconi, fischiettando fra sé, e poi tutto d’un tratto si mise a ripetere sottovoce, mentre apriva e chiudeva un vecchio accendino, tre semplici parole, che avrei sentito spesso da quel momento in poi:
Isla de muerto.
Isla de muerto.
L’ultima volta scandendo sillaba dopo sillaba :
Is-la de muer-to.
La sua voce, alta, rauca e tremante, sembrava seguire il ritmo del grande orologio rosso a muro, sul lato destro del locale.
Si avvicinò al banco delle registrazioni e iniziò a suonare la campanella che normalmente avvisava dell’arrivo dei clienti, quando mio padre, in fretta e furia, lo raggiunse; lo strano personaggio pagò subito per sei ore e chiese in fretta due dita di Glenmorangie.
Quando gli fu portato lo tracannò di colpo, freneticamente, quasi compulsivamente; ebbe un fremito, strizzò gli occhi e poi appoggiò calmo il bicchiere sul bancone. Continuò a far scorrere lo sguardo nel piccolo negozio, buio e scuro, dalle finestre che si affacciavano sulla strada fino alla porta in cedro del retrobottega.
“E’ arredato bene esto puesto.” Disse infine. “Ed è en una buena posizione: puedo chiederle si viene mucha gente?”
Mio padre rispose di no, stupefatto dal tono anche troppo cortese dello spagnolo, tradito dalla poca conoscenza della nostra lingua, che i clienti, purtroppo, erano scarsi.
“In esto caso allora”, disse lui ,“ è proprio el puesto para mi.” Chiese se potesse subito prendere posto davanti ai computer, e senza aspettare la risposta, si diresse verso la postazione numero sette, quella più lontana dalla porta, nascosta in un angolo del locale.
“Me fermerò aquì por un po’: puedes reservarme esta postazione? Soy un hombre alla buena: arriverò, userò el computer, nada de mas, al maximo un Glenmorangie ogni tanto. Chi sono? Bè, poder chiamarme “El Corsario”. Ah, intiendo que vi preoccupa… Ecco” Allungò cento euro a mio padre “ para la prenotazione, ditemi en anticipo quando saranno finiti.”
E, davvero, per quanto fossero stracciati e malridotti i suoi abiti e strani i suoi modi di fare, non aveva l’aspetto di una persona comune, sia perché era straniero, certo, ma anche, soprattutto, per il modo di fare: abituato a dare ordini, a farsi ubbidire e a districarsi fra problemi vari; aveva qualcosa che traspariva subito, qualcosa che la maggior parte della gente non ha: esperienza e un pizzico di follia.
Robert Louis Stevenson, L’isola del tesoro
Il vecchio lupo di mare all’ "Ammiraglio Benbow"
Pregato dal cavalier Trelawney, dal dottor Livesey e dal resto della brigata, di scrivere la storia della nostra avventura all'Isola del Tesoro, con tutti i suoi particolari, nessuno eccettuato, salvo la posizione dell'isola; e ciò perché una parte del tesoro ancora vi è nascosta, - io prendo la penna nell'anno di grazia 17... e mi rifaccio al tempo in cui il mio padre gestiva la locanda dell'"Ammiraglio Benbow" e il vecchio uomo di mare dal viso abbronzato e sfregiato da un colpo di sciabola prese alloggio presso di noi.
Lo ricordo come fosse ieri, quando entrò con quel suo passo pesante, seguito dalla carriola che portava il baule. Alto, poderoso, bruno, con un codino incatramato che gli ricadeva sopra il suo bisunto abito blu: le mani rugose e ricoperte di cicatrici, con le unghie rotte e orlate di nero; e, attraverso la guancia, il taglio del colpo di sciabola d'un bianco livido e sporco. Roteò in giro un'occhiata fischiettando fra sé, e poi, con la sua vecchia stridula e tremula voce ritmata e arrochita dalle manovre dell'àrgano, intonò quell'antica canzone di mare che doveva più tardi così spesso percuotere i nostri orecchi:
"Quindici sulla cassa del morto,
Quindici uomini yò-hò-hò,
E una bottiglia di rum per conforto!"
Poi con un pezzo di bastone simile a una manovella batté contro la porta, e come mio padre apparve, ordinò bruscamente un bicchiere di rum. Appena gli fu portato, lo bevve lentamente assaporandolo all'uso dei conoscitori, e intanto seguitava a guardare intorno a sé esaminando le colline e la nostra insegna.
"Questo è un luogo adatto" disse alfine "e ottimamente situato.
Molta gente, amico mio?" Mio padre rispose che no; poca assai: una desolazione.
"Bene. E' l'ancoraggio che fa per me. Ehi, tu" gridò all'uomo della carriola "vieni, e aiuta a portar su il mio baule. Resterò qui un pezzetto" continuò. "Sono un uomo alla buona, io: rum, prosciutto, uova: altro non mi serve, e quella punta lassù per osservar le navi che passano. Il mio nome? Capitano, potete chiamarmi. Ah, capisco, capisco ciò che vi preoccupa... Prendete!" E gettò sul banco tre o quattro monete d'oro. "Mi avvertirete quando sarà finito" aggiunse, con uno sguardo fiero, da comandante.
In verità, malgrado i suoi abiti frusti e il suo rozzo parlare, egli non aveva l'aria d'un marinaio: si sarebbe piuttosto detto un secondo o un padrone di nave, abituato a vedersi ubbidito o a picchiare.
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