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Fabiana Polese - Omero Stampa

L'eredità del padre


Diamo lettura, mio caro, delle ultime volontà

che il padre tuo, nell’andar via,

dettommi dalla cella. “Amato figlio

(il notaio leggea), l’abbondante vino,

di alto grado, non mi diede fortezza,

ma nel petto ora il cor malato frena

e il fegato ancor più lo fiacca! Tu tienti

(affinché come giovane, pur canuto,

l’asta t’onori), tienti lontano

dalla fessura di ogni mal foriera.”

Questo del vecchio è la raccomandazione,

ma tu la dimenticherai pria di colazione!

E con la trista voce riprese il notaro.

“Credi aver da me, oh figliol caro,

doni a ereditare, ma non resta molto da elencare:

chè per dieci cambialucce protestate

i sette acri a olivo ho impegnato.

Venti eran le vacche che a latte tenevamo

con dodici lor pari ho barattato

use nel corso a meritar talenti.

Se già non basta lo scempio dei miei beni,

ascolta ancor quali ricchezze tieni

anzi… “posseder” potrai! Ti lascio erede di

sette di dubbia beltà lesbiche femmine,

di lingua esperte e di bocca, e da me stesso,

ma un giorno ormai lontano, scelte:

quando tu ancor non respiravi. A queste

la madre di tua madre aggiungi, augurando

che presto il cielo se la prenda! Ma tutte

pronte sono per l’ospizio. Vi è poi una troia,

mi sia dato parlar, tu poi giudicherai,

che dei beni miei ha fatto preda,

sia degli ori che del casal della Giannella,

persino dei botton della bretella:

Elena fa di nom, e io credea la più bella.


 



Di più: se mai dell’Orbetello rivedrai le rive,

guardati le spalle dal sor Atride,

che ancor iroso caccia il sottoscritto

per aver con abbondanza libato

al calice delle sue tre figliole,

che caste credea, il beato!

Niuna ebbe scampo dall’ardore mio

allorchè ai lor giacigli presi le mosse.

Miserelle le pupille dell’Atride,

dell’unica lor dote le spogliai,

ed ei mi ripagò con le percosse.

Se poi di bordeggiar ti capitasse

lungo le sponde della Terra natia,

ricorda di scansar Castiglioncello,

borgo ben frequentato e bello,

perchè agli esattori dell’Erario

lasciai un debituccio, pei tributi

che ancora devon esser devoluti. Ciò solo

dal padre avrai: e spero non t’inquieti…”

(…)

“Porca puttana, laido d’un vecchio -

esplose allor l’erede - tale e quale

ad un ruffiano fosti, e lo prova il fatto

che m’hai lasciato sol con ‘sto bordello

te che ti sei pappato tutto il bello!”

 




Omero, Iliade


 

I doni di Agamennone


Ricòrdati, mio caro, i saggi avvisi

del tuo padre Pelèo, quando di Ftia

invïotti all’Atride. Amato figlio,                          

(il buon vecchio dicea) Minerva e Giuno,

se fia lor grado, ti daran fortezza;

ma tu nel petto il cor superbo affrena,

ché cor più bello è il mansueto; e tienti

(onde più sempre e giovani e canuti             

t’onorino gli Achei), tienti remoto

dalla feconda d’ogni mal Contesa.

Questi del veglio i bei ricordi fûro:

tu gli obblïasti. Ten sovvenga adesso,

e la trista una volta ira deponi.          

Ti sarà, se lo fai, largo di cari

doni l’Atride. Nella tenda ei dianzi

l’impromessa ne fece: odili tutti.

Sette tripodi intatti, e dieci d’oro

talenti, e venti splendidi lebeti;        

dodici velocissimi destrieri

usi nel corso a riportarne i primi

premii, e già tanti n’acquistâr, che brama

più di ricchezze non avrìa chi tutti

li possedesse. Ti largisce inoltre       

sette d’alma beltà lesbie donzelle

d’ago esperte e di spola, e da lui stesso

per lor suprema leggiadrìa trascelte

il dì che Lesbo tu espugnavi. A queste

la figlia aggiunge di Brisèo, giurando         

che intatta, o prence, la ti rende. E tutte

pronte son queste cose. Ove poi Troia

ne sia dato atterrar, tu primo andrai,

nel partir della preda, a ricolmarti

d’oro e di bronzo i tuoi navigli, e dieci        

captive e dieci ti scerrai tenute

dopo l’Argiva Elèna le più belle.




Di più: se d’Argo rivedrem le rive,

tu genero sarai del grande Atride,

e in onoranza e nella copia accolto           

d’ogni cara dovizia al par del suo

unico Oreste. Delle tre che il fanno

beato genitor alme fanciulle,

Crisotemi, Laòdice, Ifianassa,

prendi quale vorrai senza dotarla.                 

Doteralla lo stesso Agamennóne

di tanta dote e tal, ch’altra giammai

regal donzella la simìl non s’ebbe;

sette città, Cardamile ed Enòpe,

Ira, Pedaso, Antèa, Fere ed Epèa,           

tutte belle marittime contrade

verso il pilio confin, tutte frequenti

d’abitatori, a cui di molte mandre

s’alza il muggito, e che di bei tributi

t’onoreranno al par d’un Dio. Ciò tutto       

daratti Atride, se lo sdegno acqueti.

(…)

Divino senno, Laerzìade Ulisse,      

rispose Achille, senza velo, e quali

il cor li detta e proveralli il fatto,

m’è d’uopo palesar dell’alma i sensi,

onde cessiate di garrirmi intorno.

 

 




I doni di Agamennone


Ricòrdati, mio caro, i saggi avvisi

del tuo padre Pelèo, quando di Ftia

invïotti all’Atride. Amato figlio,                          

(il buon vecchio dicea) Minerva e Giuno,

se fia lor grado, ti daran fortezza;

ma tu nel petto il cor superbo affrena,

ché cor più bello è il mansueto; e tienti

(onde più sempre e giovani e canuti             

t’onorino gli Achei), tienti remoto

dalla feconda d’ogni mal Contesa.

Questi del veglio i bei ricordi fûro:

tu gli obblïasti. Ten sovvenga adesso,

e la trista una volta ira deponi.          

Ti sarà, se lo fai, largo di cari

doni l’Atride. Nella tenda ei dianzi

l’impromessa ne fece: odili tutti.

Sette tripodi intatti, e dieci d’oro

talenti, e venti splendidi lebeti;        

dodici velocissimi destrieri

usi nel corso a riportarne i primi

premii, e già tanti n’acquistâr, che brama

più di ricchezze non avrìa chi tutti

li possedesse. Ti largisce inoltre       

sette d’alma beltà lesbie donzelle

d’ago esperte e di spola, e da lui stesso

per lor suprema leggiadrìa trascelte

il dì che Lesbo tu espugnavi. A queste

la figlia aggiunge di Brisèo, giurando         

che intatta, o prence, la ti rende. E tutte

pronte son queste cose. Ove poi Troia

ne sia dato atterrar, tu primo andrai,

nel partir della preda, a ricolmarti

d’oro e di bronzo i tuoi navigli, e dieci        

captive e dieci ti scerrai tenute

dopo l’Argiva Elèna le più belle.




Di più: se d’Argo rivedrem le rive,

tu genero sarai del grande Atride,

e in onoranza e nella copia accolto           

d’ogni cara dovizia al par del suo

unico Oreste. Delle tre che il fanno

beato genitor alme fanciulle,

Crisotemi, Laòdice, Ifianassa,

prendi quale vorrai senza dotarla.                 

Doteralla lo stesso Agamennóne

di tanta dote e tal, ch’altra giammai

regal donzella la simìl non s’ebbe;

sette città, Cardamile ed Enòpe,

Ira, Pedaso, Antèa, Fere ed Epèa,           

tutte belle marittime contrade

verso il pilio confin, tutte frequenti

d’abitatori, a cui di molte mandre

s’alza il muggito, e che di bei tributi

t’onoreranno al par d’un Dio. Ciò tutto       

daratti Atride, se lo sdegno acqueti.

(…)

Divino senno, Laerzìade Ulisse,      

rispose Achille, senza velo, e quali

il cor li detta e proveralli il fatto,

m’è d’uopo palesar dell’alma i sensi,

onde cessiate di garrirmi intorno.