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Fiamma Petrovich - Kimball Nell Stampa

La città mi sembrava senza fine, un cumulo di edifici densi e disordinati. I miei occhi non vedevano confini tra le direzioni segnalate come uscite dell’autopista; la cosa che mi stupiva era il contagio della pubblicità. Tutto ciò che era disponibile alla vista era reso marchio: un gruppo di case all’ingresso di una delle gallerie parlava di dadi da brodo; un grattacielo del quartiere delle banche terminava con una gigantesca tazza di caffé solubile; la fiancata del taxi che ci superava indicava come arrivare al centro commerciale.  Nel mondo da cui arrivo tutto è misura, poche affissioni di grandi dimensioni, pensiline dei tram, immagini codificate, senza tante parole.

Caracas era una città di urla, stridente, edifici di venti o trenta piani ricoperti di vetro e la costruzione accanto al nostro albergo non finita, senza infissi e senza vetri, abitata già da famiglie. Era difficile da comprendere il contrasto, i palazzi blindati delle finanziarie e le case occupate dal popolo, nello spazio di un paio di chilometri. Ancora non avevo la possibilità di fare domande: il tempo di fumare una sigaretta, dieci passi oltre la sicurezza del nostro alloggio, e due ragazzi in moto con una pistola ci facevano segno di restare in silenzio mentre svuotavano le nostre tasche. La stanza dell’albergo aveva una cassaforte, addosso avevamo tenuto qualcosa per la cena, si accontentarono e noi rinunciammo a camminare nelle strade attorno, verso il ristorante. Quando rientrammo nella nostra stanza mi buttai sul frigo-bar, rum in bottiglietta mignon e biscotti Oreo, duo di frolla al cioccolato con ripieno di bianca crema, urlava la televisione satellitare dei vicini.

Mi misi a battere sul muro << Voglio silenzio! Silenzio!>> Accanto ridevano.

Mi sarei arresa alla mega città, c’è un ammasso di cose in movimento, ci dicevamo affacciati al balcone. Di fronte, una delle fessure rettangolari, l’ultima, al dodicesimo piano dell’edificio incompiuto, era incorniciata da un drappo giallo, blu e rosso, che anche si agitava ad ogni alito d’aria. Tremavo e baciai Carlo con la bocca di rum, lui mi tirò dentro e chiuse le tende, giacchè noi le avevamo, ed eravamo soli. E vivi, pelle contro pelle. Ci tenemmo stretti in quella pazza città. Non bastava il catenaccio alla porta, ci stringevamo, volevo sentire il suo corpo addosso, emozioni che conoscevo. Il sesso dopo la rapina subita, antibiotico per i germi furibondi del luogo, allontanava il pericolo. Il respiro era forte e cominciammo a urlare e ci nascondevamo sotto il bianco del lenzuolo. Venire insieme su quel letto, coperti fino alla testa, era la cura contro ogni violenza. In quel momento tutto quello che sapevo era che lì eravamo al sicuro, in alto, lontani dalla strada, respiravamo forte, come dopo una corsa e si stava bene!  Fintanto che stavamo abbracciati stretti, lassù, potevo tenere lontano il panico di trovarmi a Caracas. Il giorno seguente fu un inferno: sentii due spari nella casa occupata e poi un altro, in quattro caricarono il ragazzo ferito sulla jeep, veloci liberavano la strada, per me, sgombravano a tutto ciò che ancora la città poteva offrirmi.

 





Kimball Nell, Memorie di una maîtresse americana


Tutto mi sembrava grandissimo, altissimo, coloratissimo. Stavo a bocca aperta; la cosa che mi spaventava di più era la vernice. Tutto ciò che si poteva verniciare era verniciato, e, ai miei occhi, con colori talmente chiassosi! Nel mondo da cui provenivo ben poche cose erano verniciate, e in questo caso, solo quando erano nuove, dopodichè erano lasciate marcire alle intemperie.

Saint Louie era una città di vernice, la grandezza delle vetrine dei negozi, e vetri anche sui portoni, intere file di vetrine su tre o quattro piani. Era difficile da mandare giù tutta quella ricchezza, tutto quello spreco di vetro. Naturalmente non avevo possibilità di fare confronti, le cose mi arrivavano addosso tutte in una volta, e dovevo accettarle com’erano. La carta da parati nella pensione era tutta piena di fiori e di alberi e di gente in cilindro o con ombrellini da sole. Le lampade avevano paralumi rossi o azzurri, e con pendagli di vetro. Quando entrammo nella nostra stanza, mi buttai sul grande letto di noce. Rimasi lì distesa, boccheggiando, afferrata a Charlie, piangendo: << Voglio tornare a casa. Voglio tornare a casa>>.

Charlie si mise a ridere e mi disse che la grande città mi sarebbe piaciuta, e che c’era un mucchio di cose da mostrarmi. Io tremavo tutta e lo baciai con violenza, mi sbottonai il vestito e lui mi baciò le tette. Volevo essere nuda con lui, e tenuta stretta, in quella pazza città. Questo mondo era tutto sbagliato, per me.  Volevo stringere il suo arnese, e sentirci vivi e soli, pelle contro pelle, e volevo sentirlo dentro di me. Charlie era tutto ciò che conoscevo, tutto ciò che avevo. Allora non sapevo che il sesso è una sorta di medicina per la gente impaurita e in preda al panico. Feci questa scoperta da sola, per conto mio. Ansimavo forte, e cominciammo a gemere e a rotolarci sul più morbido dei letti. Venire insieme su quel letto, con biancheria pulita, era proprio la cura che mi occorreva per la mia agitazione. Fu la prima lezione in cui imparai che sfottere non era soltanto piacere; se ne poteva trarre un mucchio di benessere e di pace, come cura faceva bene come un’intera scatola di pillole del dottore. Ma in quel momento, tutto ciò che sapevo era che con Charlie accanto a me ero al sicuro, in quel letto da grande città, respiravamo forte, come dopo una corsa e , oh come si stava bene! Fintanto che Charlie Owens mi teneva abbracciata stretta, potevo tener lontano il panico di trovarmi a Sant Louie. I giorni seguenti furono un inferno, per me, solo a dare un’occhiata a tutto ciò che le strade potevano offrirmi.