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Così mi hanno insegnato, che si va a prenderla, e la porti fuori. La mandiamo avanti, noi dietro, poi ci fermiamo presso quel muro, lo vedi? E’ quello sporco, vecchio, quello che non cade mai. La gonna non va strappata, va alzata lentamente, ci giochi, la guardi piangere e che fai? Gli occhi non devono incontrarsi, la giri contro il muro, uno dopo l’altro passiamo tutti, perché è cosa buona e giusta prender parte al banchetto della carne.
Il corpo muore ma l’anima è immortale e quindi io non faccio male eterno ma transitorio.
Lo chiedo al dottore. E’ giusto dire che lei volesse? Gli umori genitali scendevano. Certo, risponde, gli umori scendono e c’è piacere sessuale in ogni stupro. E’ naturale, la naturale risposta del corpo, doppio stupro, anche dell’animo. Faccio un inchino, mentre per le strade i rivoluzionari cantano e aspettano il domani per mettersi camicie nere. La ragazza è in cella. Rimango davanti alla porta e chiedo solo trenta monete.
- Vengano, signori, paghino l’obolo ed entrino.
- Ma non c’è la possibilità che rimanga incinta? Se l’eiaculazione viene fuori, trenta monete sono sprecate.
- Non si preoccupi, le taglieremo la testa, anche incinta non sarebbe un problema.
- La ringrazio, capisce, sono contro l’aborto, non vorrei che la creatura venisse uccisa quando ancora nel grembo.
Paga l’avvocato, il medico, il prete, il muratore, il panettiere, il maestro, il professore, il poliziotto, il deputato e il seminarista. Il padre porta il figlio di quattordici anni, piange, si mette in un angolo, non vuole entrare.
- Non farmi fare queste figure, bambino, devi diventare un uomo, perdere questa tua verginità, far sentire che sei maschio, tutti abbiamo iniziato così e così andiamo avanti ancora.
Il presidente della camera ha la faccia assonnata. Domani mi devo svegliare presto, ho bisogno di riposare, non voglio urla. Ai suoi ordini presidente, un fazzoletto in bocca e tutto finisce per il meglio, getti il seme dove vuole, anche se il campo è fertile e attecchisce, bruceremo la terra e spargeremo il sale.
Fuori dalla prigione inizia la protesta. Si tengono la mano e cantano, intonando poesie per la liberazione della ragazza. A terra, davanti a loro, uno stuolo di bastoni, nessuno li prende in mano. Esco con la chiave nel pugno, apro la mano, nessuno si fa avanti, sorridono, mi sputano addosso. Getto la chiave ai loro piedi, nessuno si china, mi chiamano servo.
Hanno finito, si stringono la mano, possono dormire con il cuore in pace. Raccolgo la chiave e torno alla porta. Rimane uno di loro, timido si avvicina, allunga venti monete. Tira sul prezzo, vuole un ribasso, nego, o trenta o niente, alza le spalle, allunga la mano e mi da la differenza.
Arriva il superiore, entra, esce disgustato. Venti schiaffi in faccia, una lunga sfuriata, chino la testa e rimango zitto. Trenta monete, grida, trenta monete non sono abbastanza per lei, almeno quaranta, è la legge del mercato, con trenta monete non compri nemmeno la corda per impiccarti.
Il superiore ha preso il coltello, la ragazza singhiozza, ha la gola aperta. Riceviamo l’applauso della folla cercando di prendere in volo i mazzi di fiori che vengono lanciati. Il superiore le trancia la mano. Fanne qualcosa, mi dice, un gesto che rimanga nella storia, di quelli che vengono dimenticati. Partiamo in quattro, andiamo dove avevamo preso la ragazza, il collegio delle suore. Le luci sono accese, prendo la mano e la getto tra le inferriate, tra quelle donne che pregano per la salvezza della loro figlia e sorella. Obbedire ho obbedito, piroetto su me stesso e faccio alcuni passi per tornare indietro, ma qualcosa mi afferra la manica ed incontro lo sguardo pieno d’odio della madre superiore.
- Ragazzo,- mi dice - così non va assolutamente bene. Tu ci porti una mano amputata, sporca di sangue. Non va assolutamente bene. Cosa ce ne facciamo di una mano? Fosse un corpo intero, la faremmo santa, ma una mano non serve a niente.- E, detto questo, la butta in pasto ai cani.
Isolina
Ti ho detto che mi avèano messa in un collegio di Francia; aggiungo ch’ei si trovava in una mezza città di provincia, Chateau-Mauvèrt. Là, mentr’io toccava i nove anni, corrèvano i giorni i più vermigli della Rivoluzione. La tolle faceva la testa senza riposo. Giorni, ricorda bene, nei quali per ottener l’euguaglianza si calpestava la fraternità, e, proclamando i diritti dell’uomo, legàvasi il volume riformatore in pelle umana.
Il nostro collegio s’era fatto deserto. Non vi restàvano che quelle poche, le quali non avèan potuto fuggire, cioè sei o sette bambine del tempo mio e una ragazza intorno ai diciotto, che noi chiamavamo la grande. Quanto alle suore, due – suora Clotilde e suor’Anna – giovani creature, amorose, che la nostra innocenza, in quelli orribili tempi, più che tutt’altro, teneva in continuo sbàttito.
Una mattina, noi, raccolte in una pìccola sala, ascoltavamo Suora Clotilde. Essa, con la sua voce vellutata e soave, pingèvane le dolcezze della carità. Entra di pressa il giardiniere, e: suora – dice – un commissario della Repubblica…il ciabattino Garnier. –
Suora Clotilde, impallidita oltre il suo abituale pallore, si alzò: ben venga – disse.
Ma, a che il permesso? – l’ex-tiraspaghi, in nome della onnipossente libertà, se l’era già preso. Ecco apparire alla soglia un uomo dal viso tutto occhielli e bottoni, con la sòlita fascia dai tre-colori, seguito da una mezza dozzina di mascalzoni, sùcidi, a strappi, armati di picche.
« Cittadina Beaumont! » egli fece, nemmen toccando il berretto, ché cortesia non è repubblicana virtù « rispondi: ci hai quì una cotale Isolina, figlia di un sedicente conte della Roche-Surville, smoccolato a Parigi? »
Suora Clotilde tremò: forse, le sue purìssime labbra stàvano per proferire la prima bugìa. Senonché, i nostri occhiettini avèano di già tradita Isolina. Anzi, ella si avèa da lei, sorgendo. Era la grande. Oh, la gentile figura! svelta, fragile come un bicchier di Murano: poi, di certe manine! mani sì bianche, sì trasparenti e voluttuose!
« Garnier » proruppe la suora quasi piangendo « non per pietà! per giustizia. Voi non potete strapparci questa delicata fanciulla, innocentìssima. Ella ci venne affidata da’ suòi genitori, e i suòi genitori son morti. Fòsser pur stati i più malvagi del mondo, che ci può elle mai? e la Repubblica nostra, gloriosa, come mai può temere una ragazza tìmida, senza parenti, né amici, povera… »
« Pòvera? » ghignò il commissario. « Con quella miseria alle dita? » e accennò a tre o quattro anelli di lei, ùnica fortuna sua che or le tornava in disgrazia. « Intanto » ciò vèr gli straccioni alle terga « noi, pòpolo, crepiamo di fame!... Cittadina Beaumont! guarda col tuo parlare anticìvico di non obbligarmi a ritornare da te… guàrdati bene! »
E lì il birbone venne alla giovinetta:
« Isolina la Roche » disse « ti arresto! » e allungò la mano su lei.
« Largo! tu puzzi! » disse arretrando la tosa.
« Aristocràta » vociò il canagliume.
Così, ne fu condotta via un’amica: ed allorquando suora Clotilde, uscita dietro Isolina, rincasò verso l’Ave-Maria, a noi che chiedevamo: e dunque? – venne solo risposto: pregate –
S’andava chiudendo la sera. Prima di coricarci, noi usavamo entrare in una stanza dedicata al Signore. Peraltro, non vi si vedèa nessunìssimo segno della nostra salute. A mezzo allora di gente, la quale imponeva la libertà del pensiero, tai segni, o per paura o pudore, si nascondèvano. Noi li portavamo nel cuore.
E l’oratorio dava sur una viuzza perduta. Quando splendeva la luna, non vi si accendèvano lumi. Quella sera splendeva la luna.
Le suore si inginocchiàrono senza dire parola; intorno di esse, noi; e pregammo.
Gemèa la calma notturna. Per chi pregavamo, tu sai.
Ma, a un tratto, suono di vetri spezzati; e, a terra, il tonfo di cosa morta. E un grido: vive la rèpublique!
Balzammo in pie’ sbigottite…Dio! Sul pavimento giaceva tagliata una mano, bianca, ornata ancora di anella…
« Basta! » qui esclamava Albertino, serràndosi all’ava. E rimanèa pensoso il resto della giornata. A notte, sognava – e mani e mani spiccate, sotto il chiaro di luna, che gocciolàvano sangue, fine, bianchissime, inanellate di topazi e smeraldi.
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