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Karen
Vrònskij salì nella prima carrozza e sulle scale urtò contro una donna che si affrettava a scendere.
Con uno sguardo al suo Macbook ultimo modello e all’ I-phone che teneva in mano capì che probabilmente si trattava di una professionista in viaggio di lavoro. Si scusò rapidamente lasciandola passare e fece per proseguire, ma provò il bisogno di guardarla di nuovo,
non perché fosse particolarmente bella o avvenente nè per la sua particolare eleganza. C’era stato qualcosa nell’espressione del suo viso, quando aveva incrociato il suo sguardo, di particolarmente vivo e selvaggio.
Quando lui si volse a cercarla, contemporaneamente anche lei girò la testa. I due occhi grigi, dai riflessi argentati, che parevano più scuri per la profondità che in essi si celava, intercettarono in un lampo i suoi, come se lei d’istinto lo riconoscesse, quasi come una bestia selvatica ne individua un’altra in mezzo ad un folto gruppo di animali addomesticati. Dopo quell’istante lunghissimo gli occhi di lei si rivolsero verso il binario, alla ricerca di qualcuno tra la folla. Vronskji aveva fatto in tempo ad osservare l’animazione interiore che si rifletteva nei suoi lineamenti, dalla forza dello sguardo fino al sorriso appena accennato, trattenuto dalle labbra morbide e naturali. Era come se lei fosse talmente piena di vita, al punto tale che questa si rivelava in ogni suo particolare fisico, indipendentemente dalla sua volontà. Probabilmente aveva controllato la potenza del suo sguardo, consapevole dei suoi effetti, ma la pervadeva qualcosa di incontenibile.
Vronskji percorse il corridoio della carrozza, fino al punto in cui si trovava sua moglie. Una donna di mezza età elegante, dai capelli neri dal taglio curato, con occhi castani, lo salutò con il consueto cordiale sorriso. Lui le diede un fugace bacio sulla guancia, poi la aiutò a tirar giù le valige.
- Hai ricevuto il mio sms?
- Sì, ce l’ho fatta per un pelo. Tu tutto bene? – disse lui. Intanto osservò dal finestrino che la donna incontrata pochi minuti prima sostava sul binario e parlava con un uomo. Cercò di intuire dai movimenti delle labbra cosa si stavano dicendo.
- Non sono affatto d’accordo – disse lei
- Ti sei lasciata influenzare – rispose lui
- No, per niente. E’ la mia opinione e basta.
- Ok, fai come credi. Io vado.
- Oh Dio! Ho dimenticato il mio trolley. Ciao Ivan. E se vedi Marco all’uscita della stazione, digli che sto arrivando - concluse lei salendo di nuovo sul treno.
- Karen, non ha trovato il suo fidanzato? – disse la moglie di lui, rivolgendosi alla sconosciuta.
Vronskji dopo il primo momento di stupore ne dedusse che le due donne avevano fatto conoscenza.
- Forse il vostro fidanzato è quello che si sta sbracciando nella vostra direzione? – disse Vronskji indicando un uomo diverso da quello di prima attraverso il finestrino. - Scusate se prima vi ho urtato, stavo cercando mia moglie. –
- Lo avevo capito. Sua moglie mi ha parlato di lei. - Dicendo queste parole permise finalmente all’animazione di esprimersi in un sorriso deciso che riluceva sul viso abbronzato e cosparso di leggere lentiggini. – E sì, quello è proprio il mio fidanzato -
- Fagli segno di aspettare, Vronskji.
Vronskji gli fece cenno di attendere.
L’uomo annuì con la testa e si avviò verso l’esterno della stazione. Karen scese velocemente. Vronskji si affrettò seguito dalla moglie e le disse di attenderlo mentre recuperava l’auto. Sul piazzale della stazione Karen, con un movimento agile che colpì Vronskji per l’insieme di forza e femminilità che lo caratterizzava, alzò la gamba destra fasciata nei jeans e salì sulla Yamaha nera. Indossò il casco dopo avere scosso all’indietro la frangetta e i capelli dai riflessi color rame che le lambivano le spalle. Partì poi con un rombo via via più energico, mentre il suo compagno si diresse in un’altra direzione a piedi. Vrònskji la guardò andarsene, e senza sapere esattamente per quale motivo, sorrise. Poi ricordandosi di sua moglie che lo aspettava, si diresse verso il parcheggio.
Lev Tolstoj, ANNA KARENINA
Vrònskij andò nella vettura dietro al capotreno e all’entrata dello scompartimento si fermò, per lasciare il passo a una signora che usciva.
Col tatto abituale dell’uomo di mondo, da una sola occhiata all’aspetto esteriore di questa signora Vrònskij giudicò in modo certo ch’ella apparteneva all’alta società. Egli si scusò e stava per andare nella vettura, ma provò la necessità di guardarla ancora una volta, non perché ella fosse molto bella, non per quell’eleganza e quella grazia modesta che si vedevano in tutta la sua persona, ma perché nell’espressione del volto leggiadro, quand’ella gli era passata vicino, c’era qualcosa di particolarmente carezzevole e tenero.
Quand’egli si volse a guardarla, ella pure voltò il capo. I scintillanti occhi grigi, che sembravan neri per le ciglia folte, si fermarono amichevolmente, con attenzione sul volto di lui, come se ella lo riconoscesse, e immediatamente si portarono sulla folla che passava, come cercando qualcuno. In questo breve sguardo Vrònskij fece a tempo a notare l’animazione rattenuta che balenava sul volto di lei e svolazzava fra gli occhi scintillanti e il sorriso appena percettibile, che incurvava le sue labbra vermiglie. Come se un’abbondanza di qualcosa colmasse talmente il suo essere, da esprimersi all’infuori della sua volontà ora nello scintillio dello sguardo, ora nel sorriso. Ella aveva spento deliberatamente quella luce nei suoi occhi, ma essa splendeva a suo malgrado nel sorriso appena percettibile.
Vronskij entrò nella vettura. Sua madre, una vecchietta rinsecchita con gli occhi neri e i ricciolini, socchiudeva gli occhi, contemplava il figlio, e sorrideva lievemente con le labbra sottili. Levatasi dal piccolo divano e consegnata la borsetta alla cameriera, tese la piccola mano secca al figlio e, sollevata dalla mano la testa di lui, lo baciò in viso.
- Hai ricevuto il telegramma? Stai bene? Sia lodato Iddio.
- Siete arrivata bene? – disse il figlio, sedendosi accanto a lei e prestando involontariamente ascolto alla voce femminile dietro la porta.
Egli sapeva che era la voce di quella signora che aveva incontrata nell’entrare.
- Io però non sono d’accordo con voi, - diceva la voce della signora.
- Opinione di Pietroburgo, signora.
- Non di Pietroburgo, ma semplicemente femminile, - ella rispondeva.
- E allora, permettetemi di baciare la vostra piccola mano.
- Arrivederci, Ivàn Petròvic. E guardate se mio fratello è qui, e mandatelo da me, - disse la signora proprio sulla porta ed entrò di nuovo nello scompartimento.
- Ebbene, avete trovato vostro fratello? – disse la Vrònskaja, rivolgendosi alla signora.
- Vrònskij ora si ricordò che questa era la Karénina.
- Vostro fratello è qui, - diss’egli, alzandosi. - Perdonatemi, non vi ho riconosciuta, e del resto la nostra conoscenza è stata così breve, - disse Vrònskij, salutando, - che probabilmente non vi ricordate di me.
- Oh, no! – ella disse, - vi avrei riconosciuto, perché con la vostra mamma, mi pare, per tutto il viaggio s’è parlato soltanto di voi, - ella disse, permettendo finalmente all’animazione, che chiedeva sfogo, di esprimersi nel sorriso. – Però mio fratello non c’è.
- E chiamalo, Aljòsa, - disse la vecchia contessa.
Vrònskij uscì sulla banchina e gridò:
- Oblònskij! Qui!
Ma la Karénina non aspettò il fratello e, vedutolo, con lieve passo deciso uscì dalla vettura. E non appena il fratello le si avvicinò, ella con un movimento che stupì Vronskij per la sua risolutezza e per la sua grazia, circondò il collo del fratello col braccio sinistro, lo attirò a sé in fretta e lo baciò fortemente. Vrònskij la guardava senz’abbassar gli occhi e, senza sapere lui stesso di che, sorrideva. Ma ricordandosi che la madre lo aspettava, entrò di nuovo nella vettura. |