|
Capitolo unico
Il quale tratta della condizione e delle occupazioni del famoso giovane chiamato precario
Vive, in una terra lontana, conosciuta con il nome di Sicilia, un giovane precario.
Egli consuma 3/4 della sua rendita, 600 euro lordi al mese, per pagare l’affitto.
Il resto per le bollette e per mangiare, poco.
Gli spiccioli che rimangono li investe nella carta, “nutrimento per la mente” , dice.
La mamma vedova e la sorella piccola, vivono ancora nella casa che il padre, ha lasciato loro dopo la dipartita.
Il nostro, orgoglioso come solo i figli orgogliosi sanno essere, decide di andare a vivere da solo, con uno stipendio di 600 euro lordi al mese, dei quali, 3/4 per l’affitto ecc.
Venticinquenne, magro, nutre lo spirito che diventa quasi obeso con tutti i libri che legge.
Alcuni lo chiamano Ciccio, altri Cecé, da questo si può dedurre che il suo vero nome sia Franco o Francesco, la qual cosa poco ci interessa per la materia di discussione, trattandosi di caso isolato, esemplificativo di drammi di un’intera generazione.
Importa sapere che negli intervalli di tempo nei quali ozia, il che si riduce alle sole ore notturne, dato che, Ciccio (o Cecé?) durante il giorno è impegnato in attività lavorativa remunerata con euro 600 lordi al mese, dei quali, 3/4 per l’affitto ecc., applicasi alla lettura di libri di avventura.
Trattasi perlopiù di libri di avventure antiche di gente antica che lotta con il malfattore, il dittatore, il signorotto, il padrone, per l’appunto antichi, e qualcuno, se vogliamo, un po’ più moderno.
Tutto questo lavorio notturno, lo distoglie altresì da tutte le attività a cui un giovane dovrebbe dedicarsi, tipo l’altro sesso o lo stesso sesso a seconda delle preferenze, una partita di calcetto, una pizza, virtuale però, dato che il nostro guadagna 6oo euro lordi al mese, dei quali…
Il suddetto vizio, ahimè, essendo perpetrato con costanza, porta Cecé (o Ciccio?) alla condizione di dovere vendere al miglior offerente i suoi averi.
Non importa a Franco (o Francesco?), di finire come direbbero i sociologi moderni ” con le pezze al culo”, identificando con “culo”, parte anatomica posteriore attaccata al tronco e non come si potrebbe equivocare, “stato di grazia di colui il quale vince al superenalotto”.
Tutto questo discorrere ci porta alla tragedia che mi accingo a narrare.
Il povero Francesco (o Franco?), esaltato dalle grandi gesta dei suoi paladini di carta, decide di diventare artefice del proprio destino.
La storia ci racconta che uscì di senno, diventò matto, “infuddrì”.
Nondimeno, le gesta di coloro i quali non comprendiamo la genialità, l’estro o semplicemente la lucidità, vengono etichettate come pazzia, “fuddrìa”.
Estrae dall’armadio un vecchio costume di Zorro, retaggio di una precedente vita, quando il padre di lui, per usare un eufemismo, portava i soldi a casa.
Vestito da eroe e con una mazza da baseball in mano, come per congiungere passato e presente, fantasia e realismo, si reca per la via, direzione posto di lavoro,
La fortuna vuole, così come nelle grandi tragedie, che il periodo sia quello che denominiamo “Carnevale”, motivo per cui, il nostro passa inosservato.
Con passo leggero di chi ha capito il motivo per cui il buon Dio o chi per lui lo abbia messo sulla terra, giunge a destinazione.
Passa inosservato tra i colleghi di lavoro, presi dalla goliardia festiva del carnevale, e si reca con sorriso beffardo nell’ufficio del direttore:
“Buongiorno sua maestà, il mio nome è Bond, James Bond”
“Allora perché è vestito da Zorro?”
“Dettagli”, risponde Ciccio (o Cecè, Franco, Francesco, insomma chiamatelo un po’ come vi pare).
Tutta la forza accumulata in tanti anni di romanzi avventurosi letti, si concentra come per magia sulle braccia stringenti la mazza da baseball, la quale, spinta da siffatta energia va ad impattare con la parte superiore di sua maestà, denominata testa, con il conseguente distacco della stessa.
Il nostro eroe, inginocchiatosi come uno dei cavalieri della tavola rotonda, distende il braccio in alto puntando la mazza verso il cielo.
Un raggio di sole illumina la mazza.
THE END
Seguono titoli di coda.
CAPITOLO I
IL QUALE TRATTA DELLA CONDIZIONE E DELLE OCCUPAZIONI DEL FAMOSO GENTILUOMO DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA
In un borgo della Mancia, di cui non voglio ricordare il nome, non molto tempo fa viveva un gentiluomo di quelli con la lancia nella rastrelliera, scudo antico, ronzino magro e can da seguito. Qualcosa in pentola, più spesso vacca che castrato, quasi tutte e sere gli avanzi del desinare in insalata, lenticchie il venerdì, un gingillo il sabato, un piccioncino ogni tanto in più la domenica, consumavano tre quarti delle sue rendite; il resto se ne andava tra una casacca di castoro con calzoni e scarpe di velluto per le feste, e un vestito di fustagno ma del più fino, per tutti giorni. Aveva una governante che passava i quarant’anni, una nipote che non arrivava ai venti e un garzone capace per il campo come per il mercato, buono a sellare il ronzino come a menar la roncola. L’età del nostro gentiluomo rasentava la cinquantina: era di complessione robusta, asciutto di corpo, magro di viso, molto mattiniero e amante della caccia. Voglion dire che avesse il soprannome di Chisciada o Chesada (perché a questo proposito c’è qualche discrepanza tra gli autori che ne hanno scritto), ma da congetture assai verosimili si arguisce che si chiamava Chisciana. Ma questo importa poco pel nostro racconto: basta che nell’esposizione dei fatti non ci si scosti una linea dalla verità.
Bisogna poi sapere che questo gentiluomo, nei periodi di tempo in cui non aveva nulla da fare (cioè la maggior parte dell’anno), si dedicava alla lettura dei romanzi cavallereschi e a poco per volta ci si appassionò tanto, che dimenticò quasi del tutto la caccia e anche l’amministrazione del suo patrimonio; anzi, la sua curiosità e la smania di questa lettura arrivarono a tal segno, che vendé parecchi appezzamenti di terreno, e di quello buono anche, per comprarsi dei romanzi cavallereschi. Quindi ne portò a casa quanti ne poté avere, e i più belli di tutti gli parevano quelli del famoso Feliciano de Silva, perché la limpidità della sua prosa e quei suoi discorsi intricati gli parevano una meraviglia, specialmente quando arrivava a leggere quelle lettere d’amore e quei cartelli di sfida, in cui molto spesso si trovava scritto:
la ragione dell’irragionevole torto che alla mia ragione fassi, in guisa tale la mia ragion debilita, che della beltade vostra con ragione lagnomi; oppure: Gli alti cieli che della divinità vostra divinamente con le stelle vi fortificano, e vi fanno emerita del merito che la grandezza vostra merita.
Il povero cavaliere perdeva la testa dietro a questi discorsi, e non dormiva per spiegarseli e sviscerarne il senso, mentre non ci sarebbe riuscito nemmeno Aristotele, anche se fosse resuscitato apposta. Non lo persuadevan molto i colpi che Don Belianigi dava e riceveva, perché si immagina che, per quanto fossero bravi i chirurgi che lo avevan curato, doveva avere il corpo e il viso pieni di segni e di cicatrici. Tuttavia lodava nell’autore quel modo di terminare il libro con la promessa del seguito di quella interminabile avventura: e molte volte gli venne la voglia di pigliar la penna di finirla lui, con grande precisione, come lì si prometteva; e lo avrebbe fatto di certo, e vi sarebbe anche riuscito, se non lo avessero distolto altri maggiori e continui pensieri. Ebbe molte discussioni col curato de paese (uomo dotto, laureato a Siguenza) a proposito di chi fosse stati miglior cavaliere, se Palmerino d’Inghilterra o Amadigi di Gaula; ma diceva Mastro Nicola, barbiere di quello stesso borgo, che nessuno raggiungeva il cavaliere del Febo, e che se qualcuno gli si poteva paragonare, era Don Galaor, fratello di Amadigi di Gaula, perché aveva disposizione a tutto, non era sentimentale e piagnucolone come su fratello, e non gli diceva punto in fatto di valore.
Insomma, si sprofondò tanto in quelle letture, che passava le notti dalla sera alla mattina,e i giorni dalla mattina alla sera, sempre a leggere; e così, a forza di dormir poco e di legger molto, gli si prosciugò talmente il cervello, che perse la ragione. |