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Laura Frascati - Fedor Dostoevskij Stampa

Verso le undici e mezza del mattino di una giornata in pieno agosto, il treno della linea Milano - Napoli, si avvicinava ad alta velocità verso la stazione di Roma.

Fortunatamente il treno non aveva fatto ritardi.

Il clima fuori era così caldo e afoso che a stento veniva voglia di scendere, meglio rimanere dentro lo scompartimento con aria condizionata.

Dai finestrini si vedevano solo case con le persiane socchiuse e campi deserti, difficile trovare una persona, nessuno in giro, ne a destra ne a sinistra della linea.

In molti avevano seguito il consiglio della televisione: “TEMPERATURE MOLTO ELEVATE, EVITATE DI USCIRE”.

“Oggi non potevo fare a meno di uscire”.

Delle viaggiatrici, alcune avevano trascorso il tempo in prima classe, molte arrivavano dall’estero ma soprattutto erano affollati gli scompartimenti di seconda classe, e tutti, di ragazze che non venivano da molto lontano.

A vederle, nessuna era stanca o annoiata.

Truccate in viso, pettinati i capelli, vestite alla moda.

I raggi del sole attraversavanoi finestrini e brillavano sui loro vestiti colorati.

Nello scompartimento di seconda classe, superata la stazione di Bologna, si erano trovate di fronte nelle poltrone adiacenti i finestrini, due viaggiatrici, giovani e carine, entrambe con un beauty case ed una borsetta a tracolla.

Indossavano dei vestiti che accentuavano le parti migliori del loro corpo.

I loro volti denotavano una certa predisposizione e forse anche desiderio di fare conversazione.

Se ciascuna di loro, avesse smesso per un attimo di pensare all’altra come ad una rivale, si sarebbero certo meravigliate del caso che così stranamente le aveva fatte prenotare un biglietto su internet con posto a sedere una di fronte all’altra in uno scompartimento di seconda classe del treno Milano – Napoli.

L’una era di media statura, sui ventisette anni, riccioli neri lunghi fino alle spalle, occhi verdi piccini e pieni di magia.

Aveva un naso piccolo e delicato, forti zigomi alti e labbra sottili si atteggiavano di continuo ad un sorriso insolente, ironico e ammaliante.

Un brillantino sul naso rendeva ancora più splendente il viso, scintillavano anche gli strass sulla maglietta scollata.

Notevole era in quel corpo, il seno alto e prosperoso che le conferiva un aspetto troppo perfetto a dispetto di quella figura così minuta che al tempo stesso aveva un ché di appassionato in armonia col sorriso sfacciato e volgare e con lo sguardo tagliente e presuntuoso

Vestita leggera, con una maglietta rosa confetto e una gonna verde pisello, non aveva mai dato segni di cedimento , non aveva patito freddo a causa dell’aria condizionata.

L’altra ragazza, previdente, aveva preferito indossare una felpa sopra al vestito che le aveva procurato però delle vistose macchie di sudore sotto le ascelle.

“Se ne andranno”, pensò lei, “altrimenti addio concorso”

Indossava un vestito di seta grigio, lungo ma non troppo, fino al ginocchio, morbido ma non troppo sui fianchi, elegante ma non troppo.

Lo aveva visto indossare a certe attrici famose, sfogliando uno dei quei giornali alla moda e se ne era innamorata.

“Sarà mio”, e così lo diventò e quello era il giorno perfetto per poterlo indossare.

 

 

 

 

Fedor Dostoevskij, L’Idiota


Verso le nove del mattino, d'una giornata di sgelo, sul finir di novembre, il treno della ferrovia Pietroburgo-Varsavia si avvicinava a tutto vapore a Pietroburgo. Il tempo era così umido e nebbioso, che a stento si era fatto giorno; difficile era distinguere qualcosa dai finestrini della carrozza a dieci passi di distanza, a destra, come a sinistra della linea. Dei viaggiatori, alcuni tornavan dall'estero; ma soprattutto erano affollati gli scompartimenti di terza classe, e tutti di gente minuta e d'affari che non veniva da molto lontano. Tutti, come succede, erano stanchi, infreddoliti, con gli occhi assonnati e il viso giallognolo, intonato al colore della nebbia.

In uno dei vagoni di terza classe fin dall'alba si erano ritrovati seduti, l'uno di fronte all'altro, accanto al finestrino, due passeggeri entrambi giovani, entrambi quasi senza bagaglio, vesti­ti senza eleganza, con delle fisionomie piutto­sto notevoli ed entrambi, infine, desiderosi di attaccar discorso. Se o­gnuno dei due avesse saputo che cosa proprio in quel momento li rendeva reciprocamente interessanti, certo si sarebbero entrambi meravigliati dello strano caso che li aveva fatti incontrare, seduti l'uno di fronte all'altro, in un vagone del treno Varsavia-Pietroburgo.

L’uno era di media statura, sui ventisette anni, ricciuto e quasi nero di capelli, con occhi grigi, piccini, ma pieni di fuoco. Aveva naso largo e schiacciato, e forti zigomi; le labbra sottili si atteggiavano di continuo a un sorriso insolente, ironico, anzi maligno, ma la fronte alta e ben modellata abbelliva la poco nobile parte inferiore del viso. Specialmente notevole era in quel viso il mortale pallore, che conferiva a tutta la fisionomia del giovane, nonstante la sua complessione abbastanza robusta, un aspetto sfinito, e al tempo stesso un che di appassionato, sino alla sofferenza, che non era in armonia col sorriso sfacciato e volgare, né con lo sguardo tagliente e presuntuoso.

Vestito di panni pesanti, con un’ampia pelliccia di agnello foderata, non aveva preso freddo durante la notte, mentre il suo vicino era stato costretto a sopportare sulla schiena intirizzita tutta la dolcezza dell’umida notte russa di novembre, alla quale evidentemente non era preparato. Aveva addosso un mantello senza maniche, ampio e spesso, con un gran cappuccio, proprio come lo portano d’inverno molti viandanti in certi lontani paesi stranieri, in Svizzera, per esempio, o nell’Italia settentrionale, senza tuttavia dover percorrere distanze come quelle da Eydtkuhnen a Pietroburgo. Ma quel che faceva al caso ed era sufficientissimo in Italia si era mostrato non del tutto indicato in Russia.