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Zefiro, al servizio di Cupido, così ragionava sul suo padrone: “Il mio re, in quanto divino, è abituato al comando, nutre la sua Psiche di un amore immaturo. La ama solo di notte e per continua negazione, così da mantenere la sua sovranità”.
Psiche quella notte piangeva. Poiché di bellezza impareggiabile, ma di natura mortale, non possedeva veggenza e neppure onniscienza.
Non poteva capire il mondo divino che la circondava se non attraverso le attenzioni dell’amante e sposo, il suo adorato Cupido. Quella notte si lamentò con l’amato e le sue parole non erano colme d’amore ma di delusione, non aveva più fiducia e lo accusò per la prima volta di tenerla all’oscuro di tutto: forse quell’amore segreto non era poi così sincero. Amore volò via affranto e stizzito, perché non poteva spiegare che le regole vietavano alle divinità di rivelarsi ai mortali. Se Psiche lo avesse visto lei sarebbe stata destinata a morire.
Confusa e abbandonata Psiche ripensò alla sua vita fino a quel momento, si ricordò allora della visita al tempio di Apollo, dio delle preveggenza, cui fecero ricorso i suoi genitori prima di mandarla in sposa. Lasciò la reggia e viaggiò per monti e per valli, determinata ad interpellare Apollo. Arrivò al suo santuario priva di doni e lo interrogò noncurante della dovuta deferenza. Allora questi le rispose noncurante in greco, ma la fanciulla che conosceva solo il latino non capì la profezia. Passarono anni e secoli e il segreto dell’amore si disperse nel tempo.
Così si era espresso il divino Apollo: “Nelle tenebre tu camminerai, del mondo che ti circonda nulla capirai, ma avrai un bisogno inconscio di ritrovare Cupido e parlargli come sua pari, poiché questo è parte del segreto dell’amore.”
Le donne ignare cominciarono a lavorare al fianco degli uomini e si aprirono un varco nel mondo patriarcale, senza mai dimenticare questa profonda sete di Amore. Alcune di loro iniziarono persino a studiare il dotto greco e latino. E nei testi antichi trovarono le parole di Apollo, forse per volere divino. Mancava però dagli scritti una parte delle sue profezie. E così non capivano perché nonostante l’impegno nello studio, nel lavoro e la seducente parità, non riuscissero a trovare soddisfazione.
Mancavano le ultime parole di Apollo, che Zefiro trascinò via con una folata di vento. Così aveva continuato Apollo: “Se lavorando e studiando tu dimenticherai Cupido, un giorno inaspettatamente forse lo rincontrerai. Poiché avrai studiato, saprai parlargli senza eccessiva soggezione. Poiché avrai conosciuto la fatica del lavoro, non pretenderai ori e fortune che non siano guadagnati con misura. Avrai inoltre acquisito la saggezza di capire la paura che il genere alato prova quando incontra questo sentimento. Egli dovrà scegliere di rivelarsi con il sorgere del sole, non altri potranno farlo al posto suo.” L'amore non è perpetuo, ma la trama di Amore e Psiche si ripete nei secoli. Non sempre si riesce ad ascoltarne il ritmo.
Lucio Apuleio, L'asino d'oro
Quella stessa notte lo sposo disse alla sua Psiche – infatti, benché invisibile lei poteva udirlo e toccarlo come un marito in carne e ossa – “Psiche, mia dolcissima e amata sposa, il destino crudele ti minaccia di un terribile pericolo, per cui ti prego di essere molto prudente. Le tue sorelle, angosciate dalla notizia della tua morte si sono messe sulle tue tracce e presto verranno a questa rupe; se tu sentissi i loro lamenti, per carità non rispondere, non farti vedere, perché a me daresti un grande dolore ma per te sarebbe addirittura la fine.”
Assentì Psiche e promise che avrebbe fatto come il suo sposo diceva ma quando egli la notte si dileguò, per tutto il giorno la poverina non fece che struggersi in lacrime: “Allora son proprio morta” si ripeteva tra i lamenti “prigioniera in questo carcere d’oro, senza poter corrispondere con esseri umani, senza nemmeno poter consolare le mie sorelle che mi piangono morta, senza neppure poterle vedere.“ E quel giorno non fece il bagno, non toccò cibo, non si concesse alcun ristoro. A sera il sonno la vinse che ancora piangeva disperata.
Così, quando il suo sposo, più presto del solito, le si distese al fianco e stringendola fra le sue braccia sentì che piangeva: “Sono queste” le disse “ le tue promesse, Psiche? Che cosa può aspettarsi da te, che cosa può sperare un marito? Non fai altro che piangere giorno e notte e non smetti di tormentarti neanche quando sei fra le mie braccia. Fa pure quello che vuoi, va pure dietro al tuo cuore e tienti il danno, ma quando comincerai a pentirtene, e sarà tardi, ricordati che io ti avevo seriamente avvertito.”
Ma ella con mille preghiere, minacciando perfino che si sarebbe data la morte, strappò al suo sposo il permesso di vedere le sorelle, di consolare il loro dolore, di trattenersi un poco a parlare con loro.
Ed egli cedette all’insistenza della giovane sposa e le concesse perfino che donasse alle sorelle tutto l’oro e i gioielli che credeva ma, nello stesso tempo, l’avvertì severamente e con parole che le fecero paura, di non indagare, magari seguendo i cattivi suggerimenti delle sorelle, sull’aspetto di lui, di non cedere a una simile sacrilega curiosità, perché allora, da tanta beatitudine sarebbe precipitata nella rovina più nera e non avrebbe più goduto dei suoi amplessi.
Ella ringraziò lo sposo e tutta contenta lo rassicurò che avrebbe preferito cento volte morire piuttosto che non fare più all’amore con lui, che lo amava ardentemente, chiunque fosse, che le era caro come la vita e che lo preferiva perfino allo stesso Cupido: “Ma ti prego” gli diceva tra i baci “concedimi ancora questo: comanda al tuo servo Zefiro di portar qui le mie sorelle al modo stesso che lo fui io” e gli sussurrò mille dolci paroline e si avvinghiò al suo corpo quasi a costringerlo, continuandogli a ripetere fra le carezze: “Gioia mia, sposo mio diletto, dolce anima della tua Psiche.”
Suo malgrado lo sposo cedette alla forza e alla seduzione dei suoi sussurri d’amore e promise che avrebbe fatto quello che lei voleva; poi, appressandosi l’alba, si sciolse dagli amplessi della sposa e svanì. |