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Stefano Paolo Giussani – Mary W. Shelley Stampa

Frankenstein o il Prometeo riciclato


Il potente Bio Extended Life Investigation Network aveva come mission agevolare il riciclo postmortem di organi umani. Lavorare per il B.E.L.I.N. faceva sentire il Dottor Frankenstein il compromesso tra un operatore della raccolta differenziata e l’essere supremo. Quella sera, rientrando dalla cena, la porta del laboratorio sbatté più forte di quanto non si sarebbe immaginato. Il colpo sigillò all’esterno la cupa notte di novembre provocando nella sua testa l’effetto di uno schiaffo assordante. Placato il rumore si trovò immerso nello stato di quiete immobile e rarefatta del locale.

Bianco. Tutto era rigorosamente bianco. Bianche le pareti, il pavimento, il soffitto, la strumentazione. Bianco lo scaffale dei “componenti” ordinati sugli spazi distinti da etichette: arti superiori, inferiori, cranio, organi e quegli etc,etc che perfino da ubriaco, come in effetti era, accomunavano tutti gli individui pur nelle infinite sfumature tra il bulldozer umano delle valli bergamasche e la smutandata da urlo con tette patrimonio di un certo tipo dell’umanità.

Bianche erano anche le scatole refrigerate del trasporto organi. Alloggiate sui ripiani, vuote, avevano tutte il coperchio alzato, contemporaneamente come le bocche di un coro.

Bianchi pure i cartoni marchiati redbull e chianti classico 2006. Non eran organi ma aiutavano. La miscela stupefacente era già in circolo e da un paio d’ore gli faceva sembrare tutto più bello.

Unica nota non bianca era la scatola porpora cordonata oro sotto l’etichetta “apparato riproduttivo”. La scritta “cockMASTER 9000” si abbinava elegantemente alle decorazioni della confezione. Che chic, pensò mentre i comparti degli scaffali accennavano una timida rotazione, forse effetto del mix redbullchianti o del suo scarso equilibrio o di entrambi. Si trovò girato all’improvviso, fermo davanti al tavolo operatorio, con la sensazione che fosse stata la stanza a ruotargli attorno. Unici suoni quello dei neon, come una pioggerellina costante appena udibile, e del suo singhiozzo, occasionale monosillabo invece perfettamente distinguibile non solo per la baritonale profondità della nota dominante ma anche per l’originale bouquet aromatico. Il tramezzino alla cipolla tonnata si imponeva sull’odore di disinfettante medicale con briose folate passeggere. A testimonianza che i suoi succhi gastrici lavoravano a tutta forza su  quella specie di cena, ogni boccata evocava fantasmi di pesci e spicchi ondeggianti baroccamente nell’atmosfera protetta del laboratorio, con la naturalezza di lampi e tuoni in un temporale.

Sul piano, un corpo era coperto da un telo (bianco!) fino all’altezza dell’addome. La morbida linearità della sagoma inanimata plasmava un che di classico. Mantegna, singhiozzò tuonando un rutto divertito.

La posizione orizzontale della creatura era solo bruscamente interrotta nella zona pelvica, dove una protuberanza puntata al soffitto torreggiava richiamando al suo apice le pieghe del lenzuolo chirurgico. Gli ricordò il pilone di un tendone da circo. Trovava calzante il termine “pilone”: infatti per uno strano caso del destino, a volte bizzarramente influenzato da sostanze inebrianti, la valvola di erezione del cockMASTER era stata montata al contrario. Curioso: aveva lavorato due anni al solo scopo di infondere la vita e ora non si poteva obbiettare che i risultati fossero lì, da vedere. Il problema sarebbe stato risolto in un secondo momento, si disse. Lo stesso pensarono le colleghe fissando sbalordite l’arnese a installazione ultimata. Sguardo quasi identico, ma con sfumature nettamente più ispirate dalla voglia di sperimentare il funzionamento, si coglieva nell’unico collega, il dottor von Gildenberg, detto Gilda da quando fu sorpreso nel locale infermieri coperto di soli cerotti depilatori.

Il progetto era diventato lo scopo della vita di Frankenstein. Come descrivere quel che aveva provato? I giorni interminabili in laboratorio, le notti insonni, i pasti velocemente consumati da solo alla macchinetta del caffé, i panini che misuravano la data di scadenza non con l’orologio ma col calendario. Ora era lì. Di nuovo solo. Lui e la sua creatura, plasmata per dimostrare che certe barriere  potevano essere infrante dalla mazza della scienza.

La parte nuda del corpo che giaceva supino era davvero interessante, e non solo per Gilda. A prima vista l’assemblaggio avrebbe fatto la gioia della ravensburger e degli appassionati di puzzle noir. Nonostante la cura delle suture al laser e la scelta della “materia prima” di qualità, il bello, lo sapeva, era un’altra cosa. Però il fascino, ammise, quello c’era. Forse merito dei pettorali californiani. O dei rayban che alla terza redbullchianti aveva appoggiato sul volto nel tentativo di celare gli occhi stagnanti giallastrogelatinosi e arginare le occhiaie da cintura nera di autoerotismo. La nota specchiata delle lenti non stonava con la frangia stopposa dei capelli asfaltati e conferiva all’insieme una originale combinazione tra fonzie, gli omini del lego e valentino. La parte di valentino era per come le tonalità melanzana e zafferano della cute si combinavano in sfumature da avanguardia della settimana della moda.

Si avvicinò al touch screen del quadro di controllo. Tutto era pronto.

Le cifre “00:55” lampeggiavano, ipnotiche.

Puntando morbidamente il dito indice verso la scritta POWER, velata dai 13,5° del chianti, avvicinò la superficie ricambiato dal riflesso della sua immagine con la mano pronta a sfiorarlo per ricevere la scintilla della vita. Precipitò al centro di una cappella sistina tutta sua e si ritrasse di scatto. Sentendosi all’improvviso osservato, si guardò attorno. Immerso nel silenzio, nessun putto o angelo o santo era in tripudio con lui come sul soffitto vaticano. Solo qualche demone, ma più legato all’ansia e alla digestione selvaggia che non al giudizio universale. L’unica compagnia con cui avrebbe potuto brindare giaceva sdraiata. Ancora inanimata, pensò storcendo il naso. Decise che doveva nascere.

Ora, disse. Toccò lo schermo e infuse energia: all’abbassamento delle luci provocato dal calo di tensione, la cassa toracica iniziò a espandersi poderosa mentre le labbra violacee si inarcarono in un embrione di sorriso che fece scintillare la dentatura avorio sintetico.

Very valentino, pensò notando che si abbinava perfettamente con le note del lenzuolo, delle melanzane e dello zafferano.

Ricambiò il sorriso e, al suono di un rutto di gioia, il suo corpo si abbatté a terra consegnandolo al sonno ristoratore tra putti, angeli e tonni.

 

 

 





Mary W. Shelley – Frankenstein o il Prometeo Liberato

Era una cupa notte di novembre quando vidi il coronamento delle mie fatiche. Con un’ansia che assomigliava all’angoscia raccolsi attorno a me gli strumenti atti ad infondere la scintilla di vita nell’essere inanimato che giaceva ai miei piedi. Era quasi l’una del mattino; la pioggia batteva monotona contro le imposte e la candela avrebbe presto dato  i suoi ultimi guizzi quando, alla luce che stava per spegnersi, vidi aprirsi i foschi occhi gialli della creatura; respirò a fatica e un moto convulso le agitò le membra.

Come descrivere le mie emozioni dinanzi a questa catastrofe, o come dare un’idea  dell’infelice che, con cura e pena infinite, mi ero sforzato di creare? Le sue membra erano proporzionate e avevo scelto i suoi lineamenti in modo che risultassero belli. Belli! Gran Dio! La sua pelle giallastra nascondeva a malapena il lavorio sottostante dei muscoli e delle arterie; i suoi capelli erano folti e di un nero lucido, i suoi denti di un bianco perlaceo; ma tutti questi particolari non facevano che rendere più orribile il contrasto con i suoi occhi acquosi, i quali apparivano quasi dello stesso colore delle orbite, di un pallore terreo, in cui erano collocati, con la sua pelle grinzosa, con le sue labbra  nere e diritte.

I casi della vita non sono così mutevoli come i sentimenti della natura umana. Avevo lavorato duramente per quasi due anni al solo scopo di infondere la vita a un corpo inanimato.