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Gentili signori,
sono emozionato nel trovarmi infine qui a parlare della mia precedente esistenza.
Sono trascorsi cinque mesi da quella mattina in cui, guardando in faccia i miei perplessi studenti, scesi dalla cattedra per non farvi più ritorno.
Provengo dal Dipartimento di Filosofia di un’affollata Università d’Italia; scusate la magra
collocazione, ma da quando vivo qui un etereo pudore mi accompagna. Questa mia scelta s’è fatta irrevocabile avendo inghiottito anni d’insipide frustrazioni, un buco senza nome riempito da decilitri di bile.
E’ forse questa la causa per cui i miei ricordi partono da quella scelta; ho rimosso tutto ciò che la precede. Da allora il mio mondo esiste in un perpetuo presente, sospeso tra queste mura che voi non potete vedere, e la cui definizione è inutile; il mio orizzonte è puramente astratto, si concentra nella minuta prospettiva attraverso cui vi parlo. Il tutto è sottodimensionato, ma altrimenti sarebbe uno spreco; ho faticato ad abituarmi, però la consapevolezza che sarebbe arrivato questo giorno mi dava la forza per andare avanti.
Ho paura che non si capisca la ragione della mia scelta. Per me è stata un’uscita d’emergenza: tutto fuorché la libertà; qui sono sempre meno libero, ma sempre più felice. Ho imparato la virtù dell’attesa, quella divoratrice, per conquistarmi questa immobilità.
Una virtù che acquistai dalla gente che qui incontrai. Possiedono d’istinto ciò che io invece ho appreso nel tempo. Avevano sempre qualcosa su cui sputare, me compreso; eppure ogni sera mi si sedevano accanto, stremati. Stavano zitti. Nei loro occhi c’era una supplica indefinita; se ne stavano zitti perché non avevano parole per raccontarla. All’inizio provai ad aiutarli, allora mi toccavano tra le gambe per darmi piacere. Più gemevo, più tacevo; e il piacere diveniva umiliazione.
Imparai a sputare e a dimenticare il significato delle parole. Divenni come loro. Avrei potuto fare altrimenti? Mi avrebbero rigettato sulla mia cattedra, per espormi al dileggio degli studenti. Avrei potuto sgusciare fuori sperimentando le intemperie della libertà; oppure, se fossi stato capace, mi sarei dato al mondo reale, quello che sopravvive ogni giorno: sarei morto poco dopo. Una fine su cui nessuno avrebbe depositato alcuno sguardo; a che serve una morte così?
Del resto avevo già fatto la mia scelta. Folgorante fu capire come realizzarla: bastava imitarli. Dapprima appresi i benefici della ripetizione, abbandonai ogni forma di logica, privilegiando la persuasione al dialogo; ci vomitavamo in faccia tutto l’odio che avevamo in pancia. La difficoltà maggiore l’incontrai con l’arte del vetrinista.
Cercavano di farmi capire, ma ci sono voluti quattro mesi. Quale vittoria fu quindi quando una sera strappai il microfono di mano a uno di loro e mi misi a strillare con la gola traboccante, tra l’estasi degli spettatori; ero diventato un vetrinista, avendo capito che non c’è differenza tra vendere un libro o una supposta, l’importante è costruire un’impalcatura da sostenere per il tempo necessario alla propria apparizione, come un gigantesco manifesto; poco vale che dietro ci siano solo macerie e scarafaggi. Non avevo nulla da offrire, ma in un mondo in cui tutti hanno bisogno di affermarsi, non c’è nessuno che rimane ad ascoltare. Bastava esserci. L’applauso del pubblico giunse come un bacio.
Rispiego: io esisto soltanto attraverso il vostro sguardo. Non trovo altra via per soddisfare le mie frustrazioni; quel buco rimasto senza nome. A parte, s’intende, cercare la libertà.
Se osservo me e voi capisco come siamo del tutto simili. Lo scarto sta che in questo momento io sono qui a parlarvi e voi, laggiù, a guardarmi. Lo fate giacché non ho nulla da insegnarvi: bizzarro per un ex-accademico. Mi guardate come si scruta dalla finestra un paesaggio che si conosce a memoria, sdraiati sul divano, una mano sulla pancia e l’altra al telecomando.
Ed io parlo, parlo senza dire nulla, gentili telespettatori, per occupare il nostro tempo. Niente di più.
Franz Kafka, Una relazione accademica
Illustri signori dell'Accademia,
sono onorato di aver ricevuto l'invito di presentare all'Accademia una relazione sulla mia primitiva esistenza scimmiesca.
Quasi cinque anni mi separano dalla mia precedente condizione di scimmia. Questa mia impresa sarebbe stata assolutamente irrealizzabile se avessi continuato a restar attaccato alle origini e ai ricordi di gioventù.
Provengo dalla Costa d'Oro. Una spedizione di caccia era appostata tra i cespugli della riva, quando verso sera corsi a bere assieme a un branco. Spararono; io fui l'unico ad essere colpito.
Da qui iniziano i miei ricordi, dentro una gabbia. Il tutto era troppo basso per star dritto e troppo stretto per star seduti. Per la prima volta nella mia vita ero senza via d'uscita; ma ne dovevo trovare una, altrimenti non avrei potuto vivere.
Ho paura che non si capisca che cosa io intenda per via d'uscita. Non intendo quella grande sensazione di libertà in tutte le direzioni. No, non volevo la libertà. Solo una via d'uscita; oggi vedo chiaro: senza una grande serenità interiore non avrei potuto mai salvarmi. D'altra parte se ho acquistato la calma lo devo alla gente della nave.
Sono brava gente, malgrado tutto. Avevano sempre in bocca qualcosa da sputare, e non badavano mai al bersaglio dei loro sputi. Certe volte alcuni si sedevano attorno a me; non parlavano quasi per niente, ma grugnivano fra di loro; e ogni tanto qualcuno prendeva uno stecco e mi vellicava dove mi faceva piacere.
La calma che acquistai tra quella gente mi trattenne soprattutto da qualsiasi tentativo di fuga. Che ne avrei ricavato? Non appena avessi mostrato il capo mi avrebbero acchiappato e rinchiuso in una gabbia anche peggiore; altrimenti sarei potuto sgusciare senza farmi vedere, da qualche altro animale, per esempio nella gabbia dei pitoni che mi stavano di fronte, così avrei esalato l'ultimo respiro nel loro abbraccio; e pure se fossi stato capace di arrivare in coperta e saltare in mare, avrei galleggiato per un po' sulle onde dell'oceano e poi sarei affogato.
Non ragionavo in modo tanto umano, però osservavo con tutta calma. Vedevo andare questa gente su e giù, sempre le stesse facce, sempre gli stessi movimenti, spesso mi sembrava che fosse sempre lo stesso uomo. Uno scopo altissimo mi folgorò il cervello.
Era tanto facile imitare quella gente! Già durante i primi giorni sapevo sputare. Ci sputavamo a vicenda e poi reciprocamente in faccia; la sola differenza era che io mi ripulivo il volto con la lingua e loro no. La difficoltà maggiore l'incontrai con la bottiglia d'acquavite.
L'odore mi rivoltava; cercavo d'impormi per quanto m'era possibile, ma ci vollero delle settimane prima che ci riuscissi. Quale vittoria fu, quindi, quando una sera dinanzi ad una notevole cerchia di spettatori, afferrai senza riflettere una bottiglia d'acquavite lasciata distrattamente davanti alla mia gabbia, la stappai a regola d'arte, tra l'interesse crescente della compagnia, me la portai alla bocca e senza esitare, senza fare una smorfia, da gran bevitore, gli occhi stralunati, la gola straripante, la svuotai veramente e completamente; mi dimenticai, però, di accarezzarmi la pancia, in cambio, non potendo fare altro e sentendomi esplodere con tutti i sensi che mi turbinavano gridai «Olà!» nella lingua degli uomini e con questo grido saltai in pieno nella comunità umana la cui eco: «Sentite, parla!» mi giunse come un bacio sul mio corpo trafelato.
Ripeto: li imitavo perché cercavo una via d'uscita. Esiste un ottimo modo di dire: darsi alla macchia; ecco quello che ho fatto, mi sono dato alla macchia. Non avevo altra via, a parte s'intende, che scegliere la libertà.
Se dò uno sguardo alla mia evoluzione e alla meta che ho raggiunto sinora, non mi lamento, né mi ritengo soddisfatto. Le mani nelle tasche dei calzoni, la bottiglia di vino sul tavolo, sto metà sdraiato, metà seduto sulla sedia a dondolo e guardo dalla finestra.
Del resto, io riferisco soltanto, anche a voi, illustri signori dell'Accademia, ho soltanto riferito.
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