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Daniele Ferrari – Franz Kafka Stampa

Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto. Se ne stava disteso sulla schiena, robusta come una corazza, e alzando la testa poteva vedere il suo ventre, ricoperto da una bella, liscia e lucida cuticola marrone. Sotto i suoi occhi erano le sue zampe: ben sei, articolate in tanti segmenti e rinforzate da numerosi processi spinosi la cui funzione al momento ignorava. “Che cosa mi è accaduto?” si domandò. Non stava affatto sognando. Quando era adolescente Gregor aveva più interesse per la lettura e per gli spettacoli che per l’attività commerciale paterna, e per questo suo padre gli aveva dato spesso del “parassita”. “Ma adesso potrò fare il parassita per davvero!” pensò con un certo senso di rivalsa nei confronti di chi tante volte l’aveva così apostrofato, “Mi nutrirò degli avanzi che i miei mi getteranno dalla tavola, senza dovermi alzare tutti i giorni alle quattro per fare questo schifo di lavoro”. Al di sopra del tavolo, dove era spiegato alla rinfusa un campionario di tele appena tolte di valigia (Samsa faceva il commesso viaggiatore), stava appesa un’illustrazione che egli aveva ritagliata qualche giorno prima da una rivista illustrata e poi aveva messa in una graziosa cornice dorata. Raffigurava una scena di caccia nella savana africana: due ghepardi stavano spolpando una preda (forse una gazzella) e, a poca distanza, un esemplare di Iena ridens fingeva indifferenza, con ogni probabilità pronto a nutrirsi di ciò che i due carnivori avessero avanzato del loro ricco pasto.

Gregor volse lo sguardo verso la finestra, e la vista del brutto tempo (si udiva il ticchettìo della pioggia sulla lamiera del davanzale) lo riempì di malinconia e gli fece passare quel poco di voglia di uscire di casa che gli era rimasta: “Con questo tempo col cavolo che mi vedono al lavoro!”, e fece di tutto per tenere fede al suo proposito, rimanendosene in quella posizione di riposo che pure era poco confacente al suo essere insetto. Per paura di non riuscire più a rimettersi supino, decise di restare assolutamente immobile nel suo letto di umano, che gli pareva sufficientemente comodo, se non fosse per la coperta che era scomparsa, probabilmente caduta, ma Gregor nella sua posizione non riusciva a vedere dove fosse.

“Non capisco perché gli uomini provano tanto ribrezzo degli insetti” pensò, “come uomo mi tocca alzarmi presto la mattina e passare tutto il giorno in viaggio per fare un lavoro che non mi interessa, mentre da insetto mi basterà andare in sala da pranzo e raccogliere un po’ di briciole per terra; il massimo dello sforzo sarà scendere le scale per andare al vano spazzatura….” E subito dopo questi pensieri si rese conto che aveva associato la “spazzatura” a qualcosa di gradevole, e che gli era salita una specie di acquolina in bocca. Allora si mise a fantasticare su quella che sarebbe stata la sua prima colazione da scarafaggio: briciole di frollini al burro, zucchero semolato e torsoli di mela. Una vera delizia!

 

 

 


Franz Kafka, La metamorfosi


Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto. Se ne stava disteso sulla schiena, dura come una corazza, e per poco che alzasse la testa poteva vedersi il ventre abbrunito e convesso, solcato da nervature arcuate sul quale si reggeva a stento la coperta, ormai prossima a scivolare completamente a terra. Sotto i suoi occhi annaspavano impotenti le sue molte zampette, di una sottigliezza desolante se raffrontate alla sua corporatura abituale.“Che cosa mi è accaduto?”, si domandò.

Non stava affatto sognando. La sua stanza, una normale stanza per esseri umani, anche se un po’troppo piccola, era sempre lì quieta fra le quattro ben note pareti. Al di sopra del tavolo, dove era spiegato alla rinfusa un campionario di tele appena tolte di valigia (Samsa faceva il commesso viaggiatore), stava appesa un’illustrazione che egli aveva ritagliata qualche giorno prima da una rivista illustrata e poi aveva messa in una graziosa cornice dorata. Raffigurava una signora con un cappellino e un boa di pelliccia che, seduta con le spalle ben dritte, tendeva ai presenti un pesante manicotto in cui il suo avambraccio era interamente scomparso.Gregor volse lo sguardo verso la finestra, e la vista del brutto tempo (si udiva il ticchettìo della pioggia sulla lamiera del davanzale) lo riempì di malinconia. “E se dormissi ancora un po’ e cercassi di dimenticare tutte queste sciocchezze?”, pensò; ma il suo proposito era assolutamente inattuabile: egli era infatti abituato a riposare sul fianco destro, ma nello stato attuale gli era impossibile assumere quella posizione. Per quanti sforzi facesse per girarsi sul fianco, ricadeva ogni volta indietro supino. Ci provò almeno un centinaio di volte, tenendo gli occhi chiusi per risparmiarsi la vista delle sue zampette sgambettanti, e smise soltanto allorché cominciò ad avvertire nel fianco una fitta leggera, sorda, mai provata in passato.“O mio dio!”, pensò, “che mestiere faticoso mi son scelto! Dover andare avanti e indietro in treno tutti i giorni… L’attività commerciale mi procura preoccupazioni molto maggiori che se lavorassi in proprio in negozio, e per giunta mi è imposta questa tortura del viaggiare, con l’affanno per le coincidenze, il mangiare irregolare e cattivo, i contatti con gente sempre diversa, contatti mai durevoli e mai cordiali. All’inferno tutto quanto!” Sentendo un lieve prurito nella parte alta del ventre, appoggiandosi sulla schiena si spinse lentamente più su verso il capezzale, per poter meglio sollevare la testa; scoprì allora il punto che gli prudeva: era coperto di tanti puntini bianchi che lui non sapeva spiegarsi; provò a toccarlo con una delle zampette, ma dovette ritrarla immediatamente, perché a quel contatto provò brividi di freddo.