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La chiave
Paolo giaceva completamente nudo sul letto, con emtrambe le mani ammanettate alla testiera del letto e lo sguardo nel vuoto. Francesca seduta al suo fianco lo guardava avvilita, e coprendolo disse
- stai bene?
- Benone! –rispose
- Cosa posso desiderare di più?
- Dai Paolo, hai ragione! Ma è successo! Non è colpa di nessuno!
- Oddio… –gridò lui- Rompere la chiave delle manette non è una colpa?
- E allora? –si alzò nervosa Francesca- cosa devo fare? È successo! Di sicuro non volevo…
- Già…ma intanto io sono qui legato come un cretino!
- Magari se mi lasciavi usare la sciarpa! –si difese Francesca- invece di esagerare sempre!
Poi iniziò a gesticolare e imitando Paolo disse
- No! Prendi le manette! le manette! sono nel cassetto!
- Ora tieniti le tue manette! –aggiunse
Restarono qualche secondo in silenzio, poi Paolo iniziò ad agitarsi come punto da una tarantola per cercare di libersi
- liberamiiii – gridò
Francesca restò un attimo a fissarlo, poi gli lanciò addosso la chiave, o almeno quello che ne era rimasto.
- Sai invece cosa faccio? caro il mio maschione! Me ne vado!
- Francesca non scherzare! –rispose preoccupato Paolo- sai che non puoi lasciarmi così!
- E perchè non posso? –rispose mentre si rivestiva- questa non è casa mia!
- Sai che tra un po’ torna mia moglie! Lo sai Francesca!
Ma quella finì di vestirsi senza rispondere, poi si avviò verso la porta della camera ignorando gli urli di Paolo e con la massima tranquillità gli disse
- magari è la volta che ti lascia… così sei libero di fare i tuoi giochetti con chi vuoi – e uscì
dopo un attimo si riaprì la porta, era Francesca
- ma sei impazzita a fare questi scherzi? –inveì Paolo- aiutami! stronza!
Ma lei tornava solo per togliergli le coperte e rifilargli un cazzotto in pieno volto, poi se ne andò.
Paolo ci restò brutto. Con le sue amanti aveva avuto qualche inconveniente ma in questo caso proprio non vedeva via di scampo.
Dopo qualche minuto si udì aprire il portone, e dei passi.
Paolo nel panico tentò l’ultima grande sceneggiata
- Vieni amore! Vieni! Sono qui! Ti aspettavo… c’è una sorpresina per te!!
la donna entrò incuriosita, ma si gelò alla vista del marito in quello stato. Senza parlare ed ignorando i mugolii dell’uomo preparò una valigia e uscì.
Dopo un attimo rientrò rapida e si avvicinò al marito
- e così ti saresti ammanettato da solo?
gli sussurrò all’orecchio prima di colpirlo in faccia con tutta la sua forza. Poi spalancò le finestre e se ne andò.
Era Gennaio.
Luigi Pirandello, La chiave
Partecipava alla festa anche il cane di guardia, saltando e abbajando. Zi' Dima s'era calmato, non solo, ma aveva preso gusto anche lui alla sua bizzarra avventura e ne rideva con la gajezza mala dei tristi.
Lo Zirafa scostò tutti e si sporse a guardare dentro la giara.
- Ah! Ci stai bene?
- Benone. Al fresco - rispose quello. - Meglio che a casa mia.
- Piacere. Intanto ti avverto che questa giara mi costò quattr'onze nuova. Quanto credi che possa costare adesso?
- Come me qua dentro? - domandò Zi' Dima.
I villani risero.
- Silenzio! - gridò lo Zirafa. - Delle due l'una: o il tuo mastice serve a qualche cosa, o non serve a nulla: se non serve a nulla tu sei un imbroglione; se serve a qualche cosa, la giara, così com'è, deve avere il suo prezzo. Che prezzo? Stimala tu.
Zi' Dima rimase un pezzo a riflettere, poi disse:
- Rispondo. Se lei me l'avesse fatta conciare col mastice solo, com'io volevo, io, prima di tutto, non mi troverei qua dentro, e la giara avrebbe su per giù lo stesso prezzo di prima. Così conciata con questi puntacci, che ho dovuto darle per forza di qua dentro, che prezzo potrà avere? Un terzo di quanto valeva, sì e no.
- Un terzo? - domandò lo Zirafa. - Un'onza e trentatré?
- Meno sì, più no.
- Ebbene, - disse Don Lollò. - Passi la tua parola, e dammi un'onza e trentatré.
- Che? - fece Zi' Dima, come se non avesse inteso.
- Rompo la giara per farti uscire, - rispose Don Lollò - e tu, dice l'avvocato, me la paghi per quanto l'hai stimata: un'onza e trentatré.
- Io pagare? - sghignazzò Zi' Dima. - Vossignoria scherza! Qua dentro ci faccio i vermi.
E, tratta di tasca con qualche stento la pipetta intartarita, l'accese e si mise a fumare, cacciando il fumo per il collo della giara.
Don Lollò ci restò brutto. Quest'altro caso, che Zi' Dima ora non volesse più uscire dalla giara, nè lui nè l'avvocato l'avevano previsto. E come si risolveva adesso? Fu lì lì per ordinare di nuovo: «La mula», ma pensò che era già sera.
- Ah, sì - disse. - Tu vuoi domiciliare nella mia giara? Testimonii tutti qua! Non vuole uscirne lui, per non pagarla; io sono pronto a romperla! Intanto, poiché vuole stare lì, domani io lo cito per alloggio abusivo e perché mi impedisce l'uso della giara.
Zi' Dima cacciò prima fuori un'altra boccata di fumo, poi rispose placido:
- Nossignore. Non voglio impedirle niente, io. Sto forse qua per piacere? Mi faccia uscire, e me ne vado volentieri. Pagare... neanche per ischerzo, vossignoria!
Don Lollò, in un impeto di rabbia, alzò un piede per avventare un calcio alla giara; ma si trattenne; la abbrancò invece con ambo le mani e la scrollò tutta, fremendo.
- Vede che mastice? - gli disse Zi' Dima.
- Pezzo da galera! - ruggì allora lo Zirafa. - Chi l'ha fatto il male, io o tu? E devo pagarlo io? Muori di fame là dentro! Vediamo chi la vince!
E se ne andò, non pensando alle cinque lire che gli aveva buttate la mattina dentro la giara. Con esse, per cominciare, Zi' Dima pensò di far festa quella sera coi contadini che, avendo fatto tardi per quello strano accidente, rimanevano a passare la notte in campagna, all'aperto, su l'aja. Uno andò a far le spese in una taverna lì presso. A farlo apposta, c'era una luna che pareva fosse raggiornato.
A una cert'ora don Lollò, andato a dormire, fu svegliato da un baccano d'inferno. S'affacciò a un balcone della cascina, e vide su l'aja, sotto la luna, tanti diavoli; i contadini ubriachi che, presisi per mano, ballavano attorno alla giara. Zi' Dima, là dentro, cantava a squarciagola.
Questa volta non poté più reggere, Don Lollò: si precipitò come un toro infuriato e, prima che quelli avessero tempo di pararlo, con uno spintone mandò a rotolare la giara giù per la costa. Rotolando, accompagnata dalle risa degli ubriachi, la giara andò a spaccarsi contro un olivo.
E la vinse Zi’Dima.
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