In collaborazione con

 

 



Con la partecipazione di

 

 










 



Ascolta lo spot

in onda su Radio Popolare

clicca per avviare la riproduzione

 

Tina Bianco - Giacomo Leopardi Stampa

Per un pallottoliere d'oro...


Correva l’anno quaternione del Regno di Nessuno, quando il consiglio delle teste di legno emanò un editto illeggibile, nel quale si invitavano uomini di scienza, saggi e filosofi, ma anche individui senza senno e privi d’intelletto a inventare la formula del viver felice.

Date le avverse condizioni economiche e le ben note crisi finanziarie che avevano colpito il paese, si prometteva in premio allo sciagurato vincitore un inutile pallottoliere d’oro.

Molti furono gli uomini senza senno che proposero soluzioni ovvie e altrettanti coloro che privi di intelletto proposero formule assodate.

Risalirono per l’occasione, direttamente dall’Ade, alcuni filosofi del mondo antico. Questi concorsero più per diletto che per desiderio del premio in palio, ben consapevoli dell’inutilità dello stesso, dato che dalle loro parti era da tempo uso e consuetudine far di conto con le proprie dita e, qualora queste non fossero sufficienti, con quelle altrui.

Pitagora propose di dedicare il proprio tempo alla preghiera e agli Dei. Questi, grazie ai loro poteri soprannaturali, meglio di chiunque possono suggerire il segreto della felicità.

Aristotele, dal suo canto, suggerì di rivolgere preghiere non agli Dei, troppo affaccendati in faccende poco terrene, ma agli uomini politici. Solo costoro posseggono, infatti, le virtù necessarie per indicare la giusta via verso la perfezione di una vita felice.

Platone, invece, suggerì che, a parer suo, è l’amore a porre le fondamenta del viver felici e contenti.

Il premio, forgiato nella fucina di Vulcano, mal si prestava ad esser suddiviso in più parti. E poiché non era possibile ricavare dalle palle e dalle stecche nessuno strumento valido a qualsivoglia diletto, non poteva essere di alcuna utilità…

– Neppure per giocare a biliardo, né tanto meno a golf – disse Platone al suo discepolo. E neanche Pitagora lo trovò di qualche interesse, che pure con i numeri correva voce di avere una certa dimestichezza.

Nessuno degli altri filosofi divenne, certo, verde d’invidia per la gara e ancor meno per il premio in palio, avendo, ormai da tempo, rinunciato a trovare la ricetta per assaporare anche solo un istante di vita felice. Eccezion fatta per uno di loro. Costui, che godeva fama di saggio - sebbene asserisse di “sapere di non sapere” - scorse nel pallottoliere un barlume di speranza…

Nelle notti di luna piena, infatti, Euclide si manifestava al suo cospetto, sotto forma di incubo, intimandogli di contare pecore e agnelli. Ricorrendo alle sue arti maieutiche aveva cercato di corrompere Archimede affinché gli svelasse i segreti dei numeri primi e insieme di tutti gli altri. Ma il matematico, spaventato dagli effetti che una qualsiasi forma di erudizione avrebbe potuto produrre sulla mente incolta di un sapiente, si guardò bene dal metterlo a parte della sua dottrina.

La formula del pensatore parve a tutti certamente la più folle, poiché proponeva un modello di ignoranza conclamata. Tutti, nessuno escluso, avrebbero dovuto prender coscienza dei propri innati limiti: gli dei al pari di animali e vegetali e insieme uomini dotti ed eruditi al pari di coloro che privi di senno o di intelletto erano già ben consapevoli di non conoscere neanche la più semplice e lineare branca del sapere.

E fu così che il consiglio delle teste di legno non capendoci più niente, sfinito da tanta mancanza d’informazione e da un’assoluta assenza di riflessione, si convinse che fosse la soluzione più congeniale. Questa, infatti, avrebbe consentito a chiunque, non solo agli stolti e ai poveri di ingegno, se non il vivere felice piuttosto un metodo per il sopravvivere nell’illusione di esserlo.

Accadde, dunque, che per porre fine a un enigmatico sogno e per desiderio di trovar la soluzione il filosofo, inseguendo i precetti dell’aritmetica, perse la consapevolezza di non sapere…  ma trovò il suo maggior diletto in un pallottoliere d’oro!

 

 

 




Giacomo Leopardi, Le Operette morali
La scommessa di Prometeo


L'anno ottocento trentatremila dugento settantacinque del regno di Giove, il collegio delle Muse diede fuora in istampa, e fece appiccare nei luoghi pubblici della città e dei borghi d'Ipernéfelo, diverse cedole, nelle quali invitava tutti gli Dei maggiori e minori, e gli altri abitanti della detta città, che recentemente o in antico avessero fatto qualche lodevole invenzione, a proporla, o effettualmente o in figura o per iscritto, ad alcuni giudici deputati da esso collegio. E scusandosi che per la sua nota povertà non si poteva dimostrare così liberale come avrebbe voluto, prometteva in premio a quello il cui ritrovamento fosse giudicato più bello o più fruttuoso, una corona di lauro, con privilegio di poterla portare in capo il dì e la notte, privatamente e pubblicamente, in città e fuori; e poter essere dipinto, scolpito, inciso, gittato, figurato in qualunque modo e materia, col segno di quella corona dintorno al capo.

Concorsero a questo premio non pochi dei celesti per passatempo; cosa non meno necessaria agli abitatori d'Ipernéfelo, che a quelli di altre città; senza alcun desiderio di quella corona; la quale in sé non valeva il pregio di una berretta di stoppa; e in quanto alla gloria, se gli uomini, da poi che sono fatti filosofi, la disprezzano, si può congetturare che stima ne facciano gli Dei, tanto più sapienti degli uomini, anzi soli sapienti secondo Pitagora e Platone. Per tanto, con esempio unico e fino allora inaudito in simili casi di ricompense proposte ai più meritevoli, fu aggiudicato questo premio, senza intervento di sollecitazioni né di favori né di promesse occulte né di artifizi: e tre furono gli anteposti: cioè Bacco per l'invenzione del vino; Minerva per quella dell'olio, necessario alle unzioni delle quali gli Dei fanno quotidianamente uso dopo il bagno; e Vulcano per aver trovato una pentola di rame, detta economica, che serve a cuocere che che sia con piccolo fuoco e speditamente. Così, dovendosi fare il premio in tre parti, restava a ciascuno un ramuscello di lauro: ma tutti e tre ricusarono così la parte come il tutto; perché Vulcano allegò che stando il più del tempo al fuoco della fucina con gran fatica e sudore, gli sarebbe importunissimo quell'ingombro alla fronte; oltre che lo porrebbe in pericolo di essere abbrustolato o riarso, se per avventura qualche scintilla appigliandosi a quelle fronde secche, vi mettesse il fuoco. Minerva disse che avendo a sostenere in sul capo un elmo bastante, come scrive Omero, a coprirsene tutti insieme gli eserciti di cento città, non le conveniva aumentarsi questo peso in alcun modo. Bacco non volle mutare la sua mitra, e la sua corona di pampini, con quella di lauro: benché l'avrebbe accettata volentieri se gli fosse stato lecito di metterla per insegna fuori della sua taverna; ma le Muse non consentirono di dargliela per questo effetto: di modo che ella si rimase nel loro comune erario.

Niuno dei competitori di questo premio ebbe invidia ai tre Dei che l'avevano conseguito e rifiutato, né si dolse dei giudici, né biasimò la sentenza; salvo solamente uno, che fu Prometeo, venuto a parte del concorso con mandarvi il modello di terra che aveva fatto e adoperato a formare i primi uomini, aggiuntavi una scrittura che dichiarava le qualità e gli uffici del genere umano, stato trovato da esso. Muove non poca maraviglia il rincrescimento dimostrato da Prometeo in caso tale, che da tutti gli altri, sì vinti come vincitori, era preso in giuoco: perciò investigandone la cagione, si è conosciuto che quegli desiderava efficacemente, non già l'onore, ma bene il privilegio che gli sarebbe pervenuto colla vittoria. Alcuni pensano che intendesse di prevalersi del lauro per difesa del capo contro alle tempeste; secondo si narra di Tiberio, che sempre che udiva tonare, si ponea la corona; stimandosi che l'alloro non sia percosso dai fulmini. Ma nella città d'Ipernéfelo non cade fulmine e non tuona. Altri più probabilmente affermano che Prometeo, per difetto degli anni, comincia a gittare i capelli; la quale sventura sopportando, come accade a molti, di malissima voglia, e non avendo letto le lodi della calvizie scritte da Sinesio, o non essendone persuaso, che e più credibile, voleva sotto il diadema nascondere, come Cesare dittatore, la nudità del capo.