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Giovanni Civa - William Shakespeare Stampa

Rino e Karl Heinz


KARL HEINZ: Oh Rino, Rino, perché sei tu mandarino?

Rinnega la tua origine e rifiuta il tuo sesso,

oppure, se non vuoi, giura che sei mio

e smetterò io d'essere un ariano.

RINO: Devo ascoltare ancora, o emigrare subito?

KH: E' solo la tua origine che m'è nemica, e tu saresti te stesso

anche senza essere mandarino. Cos'è mandarino?

Non è un abusivo, un meridionale, un disoccupato,

o qualunque altro terrone scuro e sfaticato? Prendi un'altra cittadinanza!

R: Cos'è meridione? Ciò che chiamano nord,

saliti di un parallelo, porterebbe con sé lo stesso pregiudizio.

KH: Ma Rino Borghezio, se non fosse padano,

conserverebbe quella cara perfezione che possiede

anche senza quella carta d'identità. Rino, getta via anche il tuo nome!

R: Ti prendo in parola, sarà la mia nuova vita. Chiamami Hannover.

KH: No Rino, tu che nella notte appeso a queste gronde

risali le mie alte mura, scusa ma ti chiamo amore.

R: Sulle mie nuove Nike Air non è poi così dura,

ancora poco e sarò con te su quel balcone.

KH: Che bello! Io e te, tre metri sopra il cortile.

R: Ahimè, ci sono più stupidate nella tua bocca,

che lucchetti su quel ponte. Guardami dolcezza,

sono vent’anni che mi trucco

e al Cepu ho imparato a recitare,

ecco perché Moccia e Neri Parenti non mi possono fermare.

KH: Come hai fatto a scoprire questo luogo?

R: E' stato Lapo che per primo mi ha spinto a cercarlo.

Marrazzo mi ha impostato il navigatore.

Non sono certo una volpe, ma tutti quei bigliettini

qui nel portone… sembra la sagra del bacio perugina.

KH: Non me lo ricordare

è già la terza raccomandata che mi manda l'amministratore.

Davvero vorrei rispettare le regole condominiali

e cancellare ciò che è stato il mio frivolo passato.

Mi ami veramente? So che mi dirai di sì

e che io ti crederò.

Ma so che se anche giuri potresti ingannarmi.

Ratzinger, dicono, sogghigna agli spergiuri degli amanti.

Perciò, dolce Rino, se mi ami,

dillo che sarai tu l'uomo ed io cambierò sesso,

oppure, se credi che con troppa facilità

mi lascerò operare, non farò la cura di ormoni,

dirò di no, così tu potrai osteggiarmi;

ma non lo farei altrimenti, per nessun cliente al mondo.

Avrei dovuto mostrarmi già operata, lo ammetto,

ma d'altra parte, prima che me ne rendessi conto,

tu hai visto il mio ardente gonfiore d'amore;

quindi, scusami, della troppo facile resa degli attributi

che la malcelata gobba nei levi's ti ha rivelato.

R: Karl Heinz, per l'arci gay di Cantù che copre

di mobili i travestiti della padania, ti giuro...

KH: Oh, non giurare sulla padania, un umore incostante,

che ogni giorno si nasconde dietro la sua nebbia

se no il tuo amore sarà altrettanto meteoropatico!

R: Su cosa dovrò giurare allora?

KH: Non giurare su niente e se vuoi resta

con me adesso senza portare il tuo cuore ad un'altra

e ti crederò.

R: Se ho ancora soldi sulla mia Visa...

KH: No, non restare. Anche se ho gioia di te,

questa colite, stanotte, mi dà noia:

è troppo rischiosa, dolorosa, improvvisa,

troppo simile ad un crampo, già defecato prima che uno

possa dire “scoreggia”. Mio caro, buonanotte!

 

 

 



William Shakespeare, Romeo e Giulietta

Atto II - Scena II


GIULIETTA: Oh Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?

Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome,

oppure, se non vuoi, giura che sei mio

e smetterò io d'essere una Capuleti.

ROMEO: Devo ascoltare ancora, o rispondere subito?

GIULIETTA: E' solo il tuo nome che m'è nemico, e tu sei te stesso

anche senza chiamarti Montecchi. Cos'è Montecchi?

Non è una mano, un piede, un braccio, un volto,

o qualunque parte di un uomo. Prendi un altro nome!

Cos'è un nome? Ciò che chiamano rosa,

con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo,

così Romeo, se non si chiamasse più Romeo,

conserverebbe quella cara perfezione che possiede

anche senza quel nome. Romeo, getta via il tuo nome,

e al suo posto, che non è parte di te, prendi tutta me stessa.

ROMEO: Ti prendo in parola.

Chiamami amore e sarà il mio nuovo battesimo:

ecco, non mi chiamo più Romeo.

GIULIETTA: Chi sei tu che avvolto nella notte

inciampi nei miei pensieri?

ROMEO: Con un nome che non so dirti chi sono:

il mio nome, sacra creatura, mi è odioso

in quanto tuo nemico.

L'avessi qui scritto, strapperei parola.

GIULIETTA: Ancora la mie orecchie non hanno bevuto

cento parole della tua voce, e già ne riconoscono il suono.

Non sei tu Romeo, un Montecchi?

ROMEO: né Romeo né Montecchi, amor mio, se ti dispiacciono.

GIULIETTA: Dimmi come sei arrivato qui, e perché?

I muri del giardino sono alti, difficili da scalare,

e questo posto, col nome che porti,

significa morte per te, se mai ti trovassero.

ROMEO: Sulle ali leggere dell'amore ho superato queste mura:

non ci sono limiti di pietra che possano impedire il passo all'amore,

e ciò che l'amore può fare, l'amore ossa tentarlo.

Ecco perché i tuoi parenti non mi possono fermare.

GIULIETTA: Se ti vedono ti uccideranno.

ROMEO: Ahimè, c'è più pericolo nei tuoi occhi

che in venti delle loro spade. Guardami con dolcezza

e sarò corazzato contro il loro odio.

GIULIETTA: Per tutto il mondo, non vorrei ti vedessero qui.

ROMEO: Ho il mantello della notte per nascondermi ai loro occhi,

ma se tu non mi ami, lascia pure che mi trovino qui.

Preferirei che la mia vita finisse per il loro odio

che prorogare la morte senza il tuo amore.

GIULIETTA: Come hai fatto a scoprire questo luogo?

ROMEO: E' stato l'amore che per primo mi ha spinto a cercarlo.

Lui mi ha prestato consiglio, io gli ho prestato i miei occhi.

Non sono certo un pilota di nave, ma se tu fossi lontana da me

quanto quella vasta spiaggia bagnata dal mare più lontano,

io mi ci avventurerei per una merce così preziosa.

GIULIETTA: Sai che la maschera della notte è sul mio viso,

altrimenti un rossore verginale tingerebbe le mie guance

per ciò che m'hai sentito dire stanotte.

Davvero, vorrei rispettare le forme, davvero, davvero cancellare

ciò che mi è uscito di bocca, ma ormai, addio cerimonie!

Mi ami davvero? So che mi dirai di sì

e che io ti crederò.

Ma so che se anche giuri potresti ingannarmi.

Giove, dicono, sorride agli spergiuri degli amanti.

Perciò, dolce Romeo, se mi ami, dillo davvero,

oppure, se credi che con troppa facilità

mi sia lasciata vincere, farò la ritrosa e la cattiva,

dirò di no, così tu potrai corteggiarmi;

ma non lo farei altrimenti, per niente al mondo.

In verità, bel Montecchi, sono troppo innamorata,

e tu pensa pure che io sia troppo leggere, ma vedrai, mio gentile,

mi dimostrerò più sincera di quelle più esperte nel far le ritrose.

Avrei dovuto mostrarmi più cauta, lo ammetto,

ma d'altra parte, prima che me ne rendessi conto,

tu hai sentito la mia ardente confessione d'amore;

quindi, scusami, e non attribuire la mia troppo facile resa

alla leggerezza di questo amore che l'ombra della notte ti ha rivelato.

ROMEO: Giulietta, per quella sacra luna lassù, che copre

d'argento le cime del frutteto, ti giuro...

GIULIETTA: Oh, non giurare sulla luna, la luna incostante,

che ogni mese cambia la sua orbita

se no il tuo amore sarà altrettanto mutevole!

ROMEO: Su cosa dovrò giurare allora?

GIULIETTA: Non giurare niente, o se vuoi, giura

se te stesso, il dio che il mio cuore idolatra,

e ti crederò.

ROMEO: Se il sacro amore del mio cuore...

GIULIETTA: No, non giurare. Anche se ho gioia di te,

questo patto, stanotte, non mi dà gioia:

è troppo rischioso, spericolato, improvviso,

troppo simile al lampo, già passato prima che uno

possa dire “lampeggia”. Mio caro, buona notte!