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Ferruccio Cetti - Stendhal Stampa

L'inutile Giulio


Mario stava tornando nel suo “centro autodemolizioni Valmulini” di Vertemate con Minoprio.

Guidava il suo furgone bianco,  tamburellando sul cruscotto le sue dita sporche d'olio, pensieroso.  Tornava dall'ufficio di un suo cliente, che gli aveva promesso un posto di lavoro per suo figlio minore Giulio. In cambio, Mario gli avrebbe ceduto le parti di ricambio per una Moto Guzzi Falcone del 1956, che quest'uomo voleva riparare. “Finalmente me ne libero”, pensò parcheggiando come al solito davanti al container che faceva da ufficio dello sfasciacarrozze. Aprì il cancello d'ingresso, vide i suoi figli maggiori Dario e Luigi che giocavano come sempre al calcio balilla. Escludevano Giulio da qualsiasi  attività perchè lo ritenevano un incapace. I due fratelli maggiori avevano rispettivamente 29 e 31 anni, entrambi erano alti e robusti. La prestanza fisica consentiva  a loro di svolgere agevolmente quel lavoro fisicamente pesante. Giulio invece aveva 22 anni e una corporatura esile. Si ammalava spesso, dovendo perciò assentarsi dal lavoro.

“Andate a lavorare, lazzaroni!”, disse bonariamente il padre ai due figli maggiori che ubbidirono sghignazzando.

Mario entrò nel container, bevve un bicchierino di grappa dalla bottiglia che teneva nella scrivania. Poi andò a cercare  Giulio. Lo trovò nello stanzino che utilizzavano come spogliatoio. Rileggeva uno dei suoi libri preferiti, “Siddartha”, rannicchiato in un angolo,seduto su dei vecchi cuscini trovati in un'auto da rottamare.. Era appoggiato con la schiena all'armadietto dove teneva i suoi vestiti di ricambio, ma soprattutto i suoi amati libri. Suo padre gli vietava di tenerli in casa, lui che da giovane non aveva potuto studiare, e che  non si era neppure diplomato.

-“Finalmente ti trovo, disgraziato maledetto!”, gridò Mario vedendolo afferrare ciò che più detestava. “Sempre con questi libri, per leggere ti fingi anche malato!”, lo accusò.

-“Non è vero”, rispose il ragazzo alzandosi in piedi, “leggo solo nel tempo libero e non ho mai finto di ammalarmi. Sei tu che ce l'hai con me!”.

-“Mascalzone, hai finito di darmi seccature con la tua impertinenza!”, disse Mario al figlio, gli strappò il libro di mano e gli diede un sonoro schiaffone. Il colore del suo viso, diventato rosso a causa della collera e dell'alcol ingerito, faceva particolarmente impressione per l'enorme quantità di rughe e per  il contrasto con il bianco dei suoi capelli. Aveva cinquantasei anni, ma una vita trascorsa all'addiaccio tra lamiere e copertoni l'avevano invecchiato precocemente.

Anche il viso di Giulio era rosso, per la rabbia e la frustrazione provata. Tratteneva a stento le lacrime, mentre guardava il padre con disprezzo, a testa alta. Il suo naso aquilino gli conferiva un'aspetto particolarmente altezzoso. Si sentiva un pesce fuor d'acqua, in quell'ambiente dove esisteva solo la legge del più forte.

-“Svuota il tuo armadietto”, disse Mario al figlio. “Da lunedì vai a lavorare in comune, aiuto bibliotecario.900 euro al mese, l'assegno che ricevi lo consegni a me. A te do la solita paghetta. Sarai contento, in mezzo a tutta quella carta.”

-“Va bene”, rispose Giulio abbassando la testa. Non voleva far vedere al padre l'enorme felicità che stava provando in quel momento. Finalmente poteva abbandonare quel luogo per lui ostile. “Poter  lavorare tra i libri, conoscere persone importanti, e magari un giorno realizzare il mio sogno: diventare un politico famoso”, pensava il giovane ragazzo, fantasticando con la mente. Mario uscì dal container, si accese una sigaretta e chiamò un ragazzo di origine africana con il cellulare:

-“Ciao Momo, cominciamo lunedì, mi raccomando alle 8, puntuale!”

-“Va bene capo, a lunedì” rispose Momo, che viveva da pochi mesi in Italia, da clandestino.

Mario gli aveva promesso 600 euro, ovviamente in nero.

 

 



Stendhal, Il rosso e il nero

 

Era molto scontento di Julien, e proprio per lui il signor de Renal gli offriva insperatamente trecento franchi all'anno oltre il vitto e persino gli abiti. Anche quest'ultima pretesa, che papà Sorel aveva avuto l'astuzia di avanzare immediatamente, fu accettata dal signor de Renal.

Questa richiesta preoccupò il sindaco. “se Sorel non è, come dovrebbe essere felice ed entusiasta della mia proposta, è segno” pensò, “che gliene hanno fatte delle altre da qualche altra parte: da chi se non da Valenod?”. Inutilmente il signor de Renal fece premura a Sorel perchè concludesse subito: il vecchio contadino si rifiutò con ostinata astuzia; voleva , continuava a dire, consultare suo figlio, come se in provincia un padre ricco avesse bisogno, se non per forma, di sentire il parere di un figlio che non possiede nulla.

Una segheria idraulica è costituita da un capannone in riva a un ruscello. Il tetto è sostenuto da un'armatura che poggia su quattro grossi pilastri di legno. Nel mezzo del capannone, a otto o dieci piedi di altezza, si vede una sega che sale e scende mentre un meccenismo semplicissimo spinge contro questa sega un pezzo di legno. Una ruota messa in moto da un ruscello aziona questo duplice meccanismo: quello della sega che va su e giù e quello che spinge dolcemente il pezzo di legno verso la sega, che lo riduce in tavole.

Avvicinandosi all'officina, papà Sorel chiamò Julien con la sua voce stentorea; nessuno rispose. Vide solo i suoi figli maggiori, specie di giganti, che, armati di asce pesanti, squadravano i tronchi di abete da portare alla segheria. Occupatissimi a seguire attentamente il segno nero tracciato sul legno, ad ogni colpo di ascia ne staccavano dei pezzi enormi. Non sentirono la voce del padre. Questi si diresse verso il capannone; entrandovi, cercò inutilmente Julien vicino alla sega, dove avrebbe dovuto trovarsi. Lo scorse invece cinque o sei piedi più in alto, a cavallo di una delle travi del tetto. Anziché sorvegliare con attenzione il movimento di tutto il meccanismo, Julien leggeva. Non c'era niente di più indisponente per il vecchio Sorel; avrebbe forse potuto perdonare a Julien la sua struttura gracile e inadatta ai lavori pesanti, così diversa da quella dei suoi maggiori; ma per lui, che non sapeva nemmeno leggere, quella mania della lettura era detestabile. Inutilmente chiamò Julien due o tre volte. L'attenzione che il giovane dedicava al suo libro, assai più del rumore della sega, gli impedì di udire la terribile voce del padre. Alla fine, nonostante la sua età, egli saltò agilmente sull'albero sottoposto al movimento della sega e di là sulla trave trasversale che sosteneva il tetto. Un colpo violento fece volare nel ruscello il libro di Julien; un secondo colpo ugualmente violento picchiato sulla testa, a mò di scapaccione, gli fece perdere l'equilibrio. Egli stava per precipitare da dieci o quindici piedi di altezza in mezzo alle leve della macchina in movimento che lo avrebbero stritolato, se suo padre non lo avesse all'ultimo momento afferrato la mano sinistra:

- Dunque, fannullone! Leggerai proprio sempre i tuoi maledetti libri, mentre dovresti sorvegliare la sega? Leggili la sera, quando vai a perdere il tempo dal parroco, una buona volta.

Sebbene stordito per la violenza del colpo e tutto insanguinato, Julien si avvicinò al suo posto di lavoro, a fianco della sega. Aveva le lacrime agli occhi più per la perdita del libro adorato che per il dolore fisico.

- Scendi animale, che ho da parlarti.

Il rumore della macchina impedì ancora a Julien di sentire quell'ordine. Suo padre, che era sceso, non volendo rifare la fatica di risalire sul meccanismo, andò a prendere una lunga pertica per abbattere le noci e lo colpì sulla spalla. Appena Julien fu a terra, il vecchio Sorel, cacciandoselo rudemente innanzi, lo spinse verso la casa. “Sa iddio cosa mi farà!” pensava il ragazzo. Camminando, buttò un triste sguardo nel ruscello dov'era caduto il suo libro; era quello che amava di più, il “memoriale di Sant'Elena”.

Aveva le guance rosse e gli occhi bassi. Era un giovanottino di diciotto-diciannove anni, dall'aspetto gracile, coi lineamenti irregolari, ma delicati, e un naso aquilino.