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Isabella Borghese - Katherine Mansfield Stampa

Quando l’orologio batte l’amore


Benché la camera fosse allegra nella luce del mattino Ernestine possedeva una vista fin troppo appannata per accorgersi che Mrs Travers di quella luce e di quel balcone non sapeva proprio che farsene. Questa nuova residenza a lei non piaceva affatto. Le era infatti decisamente estranea.

L’orologio che Mrs Travers sapientemente caricava di giorno in giorno era lì a cadenzare il tempo che la separava dal marito. Un ticchettìo lungo vent’anni, ma anche un ticchettìo che la riportava sempre a quel passato che era stato suo e di Henry, insieme.

 

Fino a vent’anni prima infatti e per ben ventotto Henry tutte le mattine prima di dare il suo Arrivederci alla casa caricava l’orologio, poi lo poggiava sul comodino. Mrs Travers sapeva che da quel momento in poi e per tutto il corso della giornata quelle lancette per lei non avrebbero segnato altro che l’attesa del rientro del marito. Lei trascorreva l’intero giorno tra le mura di casa e sceglieva di uscire sempre e solo per un’ora e subito dopo pranzo. Mrs Travers gradiva la piacevole camminata lungo il viale alberato che costeggiava il palazzo e intrattenersi quei cinque minuti con Mrs Crowford che puntualmente invece portava a passeggio il suo barboncino bianco e la salutava con l’appuntamento del tè per le cinque di pomeriggio.

La mattina invece a Mrs Travers non sembrava mai miglior affare che rivolgere tutta la sua attenzione alle piante del suo balcone e di cui da anni si prendeva cura come fossero parte integrante della sua famiglia.

Per il resto tra le mura casalinghe durante l’attesa del rientro di Henry la donna si dilettava con l’uncinetto: tovaglie e centrini erano la sua specialità. Ma non sapeva trascurare neanche le piccole coroncine che poi faceva indossare a Ernestine, all’epoca ancora una bambina. Poi aspettava le cinque del pomeriggio per dedicare un’ora del suo tempo alle amiche e a una calda e prelibata tazza di tè con pasticcini ad accompagnarla.

Alle sei si dileguava in balcone. Era il momento più incantevole: Mrs Travers si spingeva trai suoi ciclamini, orgogliosa della vista che potevano regalare dall’alto a Mrs Roth, la signora del piano di sopra. Ma si mostrava ancora più entusiasta di poter mettere mano alla sua tela.

Erano tre anni che Mrs Travers lavorava a un ritratto: Il rientro di Henry. Le piaceva così tanto stare lì, scrutare il marito mentre arrivava in lontananza lungo il viale alberato. Lui prima piccolo piccolo alla vista si faceva sempre più grande; poi non appena scorgeva Mrs Travers in balcone si fermava, sventolava la mano verso l’alto e riprendeva il suo cammino a salutarla per il resto del tragitto. Poi, a poco a poco, Henry sarebbe scomparso e ogni volta dietro il portone del palazzo.

Era così bello, così familiare, anche così eterno quel momento. Henry difatti dal giorno del loro matrimonio e del loro trasferimento in quella casa non si dimenticava mai di salutare la moglie dalla strada del rientro. Né la moglie sapeva rinunciare a quell’intrattenimento in balcone che era propriamente l’attesa di lui.

Si amavano come il primo giorno era evidente.

Il ticchettìo dell’orologio solo con il rincasare di Henry per Mr Travers diventava un elemento trascurabile su cui concentrare nuovamente l’attenzione il giorno a venire.

Tutto questo è un ricordo lungo ventotto anni.

In quel nuovo soggiorno Mrs Travers, e bastava essere sufficientemente attenti per percepirlo, non mostrava mai un’aria naturale e pacifica, né tanto meno serena e gioviale. Lei trascorreva gran parte del suo tempo su quella sedia di fronte alla porta-finestra a voler dimostrare che tra sé e quel balcone animato da piante forestiere non ci sarebbe mai potuta essere alcuna familiarità.

Ernestine non poteva sapere quei segreti delicati che appartenevano ai genitori e che avevano un’intera storia d’amore racchiusa in un balcone. Per questo possedeva una vista appannata.

I balconi da vent’anni, dalla morte di Henry, e in ogni posto, per Mrs Travers non potevano che essere luoghi forestieri, perché lei sapeva bene che da questi non avrebbe mai più scorto la mano di Lui sventolare nell’aria per Lei.

Teneva però l’orologio alla mano e quelle lancette che ormai per Mrs Travers cadenzavano solo il tempo che la separavano da Henry.

Mrs Travers. A lei dava fastidio tutto ciò che le era estraneo, ma Ernestine questo non sapeva vederlo.

 

 

 

Katherine Mansfield, Una vecchia signora tanto cara


Perché da qualche tempo la vecchia Mrs Travers si svegliava così presto?

Le sarebbe piaciuto dormire almeno altre tre ore. E invece ogni mattina, quasi esattamente alla stessa ora, le quattro e mezza, era sveglissima. Perché – sempre da qualche tempo – si svegliava tutti i giorni nello stesso modo, con una piccola scossa, un lieve sobbalzo, e alzava la testa dal cuscino e si guardava intorno come se qualcuno l’avesse chiamata, o cercasse di ricordarsi, di accertarsi che quella era la stessa tappezzeria, la stessa finestra che aveva visto la sera precedente, prima che Warner spegnesse la luce… Poi la piccola testa argentea si appoggiava di nuovo sul cuscino candido e per alcuni attimi, prima che cominciasse il tormento della veglia, la vecchia Mrs Travers era felice. Il cuore si calmava, lei respirava profondamente e perfino sorrideva. Ancora una volta la marea dell’oscurità si era sollevata e l’aveva sommersa, l’aveva portata via; e ancora una volta era scesa, era rifluita, rigettandola dove l’aveva trovata, chiusa nella stessa tappezzeria, guardata dalla stessa finestra – ancora incolume – ancora lì.

Udì il rintocco dell’orologio della chiesa, lento, languido, fioco, come se suonasse la mezz’ora dormendo. Mise la mano sotto il cuscino per prendere il suo; sì, erano le quattro e mezza, come al solito. Tre ore e mezza prima che Warner entrasse a portarle il tè.

Oh mio Dio, ce l’avrebbe fatta? Mosse le gambe, irrequieta. E, fissando la faccia severa e compassata del suo orologio, ebbe la sensazione che le lancette – specialmente quella dei minuti – sapessero che lei le osservava e rallentassero – appena appena – di proposito… Strano, ma non era mai riuscita a vincere la sensazione che quell’orologio la odiasse. Era appartenuto ad Henry. Vent’anni prima, quando al capezzale del povero Henry l’aveva preso in mano per la prima volta e l’aveva caricato, le era sembrato freddo e pesante. E due giorni dopo, quando si aprì un gancio del corsetto di crespo e ve lo mise dentro, le si posò sul petto come una pietra… Non c’era mai stato bene lì. Il suo posto – a far tic-tac e segnare il tempo con precisione- era sopra le solide costole di Henry. Non si era mai fidato di lei, proprio come non si fidava di lei Henry, per quel tipo di cose. E le rare volte che si era dimenticata di caricarlo aveva provato una fitta quasi di terrore e aveva mormorato, mentre infilava la chiavetta: “Perdonami, Henry!”.

La vecchia Mrs Travers sospirò e ricacciò l’orologio sotto il cuscino. Negli ultimi tempi la sensazione che l’orologio la odiasse si era fatta più definita… Forse perché lo guardava così spesso, specialmente ora che era lontano da casa. Gli orologi stranieri non funzionano mai. Si fermano sempre alle due meno venti. Le due meno venti! Un’ora così sgradevole, né carne, né pesce. Dovunque si andasse, il pranzo era finito ed era ancora troppo presto per poter avere una tazza di tè… Ma non doveva mettersi a pensare al tè. La vecchia Mrs Travers si alzò a sedere sul letto e, come una bambina stanca, alzò le braccia e le lasciò ricadere sulla trapunta.

La camera era allegra nella luce del mattino. La grande porta-finestra che dava sul balcone era aperta e, da fuori, la palma gettava la tremula ombra ragnata sulle pareti. Il loro albergo non guardava sulla passeggiata, ma a quell’ora di prima mattina si udiva respirare il mare, se ne sentiva l’odore, e i gabbiani sfrecciavano in alto su ali dorate! Sembrava che sorridesse teneramente! Lontano – da quella tappezzeria di raso a strisce, dal tavolino col piano di vetro, dal sofà e dalle sedie di broccato giallo e dagli specchi che ti riflettevano di fianco, di dietro e di tre quarti.

Ernestine era stata entusiasta di quella stanza. “E’ proprio la stanza che ci vuole per te, mamma! Così luminosa, simpatica, niente affatto deprimente! E c’è anche un balcone! Così nelle giornate piovose puoi sempre metterti la poltrona fuori e guardare quelle bellissime palme. E Gladys può stare nella cameretta attigua, così per Warner sarà più semplice tenervi d’occhio tutt’e due… Non si poteva trovare una camera più bella di così, vero mamma? E questo delizioso balcone.

Così comodo per Gladys! Cecil e io non ce l’abbiamo…”.

Tuttavia, a dispetto di Ernestine, lei non stava mai su quel balcone. Non sapeva spiegarsi perché, ma detestava tanto le palme. Brutte piante forestiere, le chiamava in cuor suo. Quando stavano ferme, cascavano da tutte le parti, sembravano inzaccherare come immensi uccelli arruffati e quando si muovevano le facevano sempre venire in mente i ragni. Perché non avevano mai un’aria naturale e pacifica e ombrosa come gli alberghi inglesi?  Perché dovevano sempre torcersi e dimenarsi oppure starsene ferme e immusonite?

Le dava fastidio perfino pensarci, come le dava fastidio tutto quello che era straniero…