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Restando sempre nella sua stanza, S. se n’era andato da tempo, inavvicinabile contenitore di vizio e diffidenza. Nessuno lo conosceva più. Sconosciuto nella sua stessa famiglia. Tornò da noi improvvisamente una notte. Quella notte che cambiò tutto. Sentimmo dei rumori provenire dalla sua stanza, un bussare insistente che svegliò tutti.
Un bussare da bandito, da ladro, da sceriffo, un bussare che non voleva essere aperto ma solo annunciarsi, gridare la sua presenza e la sua attesa. Un bussare così forte che forse sì, forse voleva essere aperto, e ci accostammo alla porta, mani tremanti di ansia paurosa sulla maniglia. Ansia e paura, quella paura che si era fatta rumore, e il rumore lo sento ancora oggi, quel rumore che cambiò tutto. Aprimmo, e S. era lì, per la prima volta dopo anni era lì. Era lì e fu la cosa più terribile che gli occhi del buon padre videro mai, invecchiò di colpo come uno sparire improvviso di tutte le fortune della terra. Era lì, con gli occhi scuri e la lingua secca, le mani molli accasciate sui fianchi, l’equilibrio instabile del vizio. Era tornato, sembrava senza rendersene conto, senza volere, eppure l’aveva fatto con così tanto rumore che fu impossibile non pensare che era quello che più desiderava al mondo. Solo che non sapeva come dirlo, non conosceva le parole, la bocca era stata riempita di altro per troppo tempo. La piccola città nella piccola provincia invece sapeva bene come dirlo, e da quella notte, quella notte che cambiò tutto, fu un continuo susseguirsi di parole sprecate, lingue maligne, bocche storte dai ghigni. Un continuo rumore insistente, un rumore che sento ancora oggi, un rumore diverso ma ugualmente dolore.
Grazia Deledda, Cosima
Sei notti dopo la partenza di Santus, fu sentito, sul tardi, qualcuno bussare replicatamene alla porta. Dopo mezzo secolo di vita, Cosima ricorda ancora quel picchiare come di tamburo che annunzia una disgrazia: lo sente ancora rimbombare dentro il suo cuore; è il suono più terribile che abbia mai sentito, più funebre di quello che annunzia la morte, più del suono della campana che chiama a spegnere un incendio. La buona serva si alza: ma prima di aprire ascolta, con ansia paurosa. Chi può essere? Un bandito, un ladro, un uomo della giustizia? Anche un fantasma può essere, un morto che passa nella strada e bussa alle porte per avvertire i viventi che l’inferno li aspetta.
Era qualche cosa di peggio ancora: un morto vivente, che annunziava l’inferno, sì, ma prima della morte, nella vita stessa.
Era Santus, con gli occhi azzurri velati dall’ubriachezza, la lingua legata dal nodo del terribile vizio. In pochi giorni aveva speso i denari della famiglia, i risparmi della madre, e tornava quasi demente nella triste casa, per non ripartire mai più.
Per misurare la gravità di queste disgrazie bisogna considerare anche l’intransigenza malevola dell’ambiente dove si svolgevano. Tutti si conoscevano, nella piccola città, tutti si giudicavano severamente, e quelli che meno avrebbero dovuto scagliare la prima pietra erano i più inseribili. Quando si seppe del ritorno e della perdizione di Santus, fu un lungo compiacersi e sogghignare, fra i conoscenti della famiglia; e i più cattivi erano i parenti.
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